Eddie Vedder: “Music from the motion picture: Into the Wild” (2007) – di Flavia Giunta

La storia vera di Christopher McCandless, giovane americano che all’inizio degli anni 90, appena dopo essersi laureato a pieni voti, decide di lasciarsi alle spalle le prospettive di una futura vita confortevole all’interno della società e di perdersi in una solitaria avventura nella natura selvaggia dell’Alaska, era già stata raccontata dal romanzo del 1996 di Jon Krakauer, “Nelle terre estreme”. La vicenda, già ben nota in America, è stata però portata alla ribalta dalle nostre parti nel 2007, grazie alla pellicola ispirata al libro e diretta da Sean Penn, “Into the Wild”, con protagonista Emile Hirsch. Qui vediamo snodarsi il percorso, al contempo esteriore ed interiore, del ragazzo (che nel corso del viaggio si ribattezza autonomamente Alexander Supertramp) lungo i fenomenali paesaggi dell’estremo Nord, alla ricerca del vero significato dell’esistenza, del contatto con la natura e, soprattutto, di se stesso. Il film è un road movie piacevole ma doloroso, intenso e poetico… eppure il risultato non sarebbe di certo stato lo stesso senza la sua peculiare colonna sonora, interamente curata da Eddie Vedder, cantante e frontman dei Pearl Jam, e costituente il suo primo vero e proprio album da solistaNessuno meglio di lui – personalità di spicco in quegli anni – avrebbe potuto dare voce al tormento interiore del protagonista, utilizzando però sonorità sempre dolci e molto folk, senza eccedere nella forza e nella distorsione tipiche del grunge degli album precedenti. Nel disco, infatti, ritroviamo undici brani a prevalenza acustica nei quali viene messa in primo piano la voce, di volta in volta fiduciosa o struggente, graffiante o evocativa (si ascolti ad esempio il gorgheggio, con sottofondo dell’organo, in The Wolf). Sono tutti pezzi brevi, per questioni di tempistica del film, ma questo non costituisce uno svantaggio per l’album in sé: ne rende anzi più godibili il flusso e l’intreccio. Vedder si avvale delle sue doti da polistrumentista (oltre alla chitarra acustica suona infatti il banjo in No Ceiling, nonché l’ukulele in Rise) e le mette al servizio di una storia nella quale egli stesso sembra immedesimarsi. Anche senza aver visto il film, durante l’ascolto dei brani è facile visualizzare orizzonti bianchi e sconfinati, ma anche immaginarsi l’immensa solitudine di chi ha intrapreso il viaggio. Questo è possibile grazie non solo alla musicalità, ma anche ai testi, tutti riferiti alla vicenda di Alexander Supertramp e alla sua visione del mondo (“…I think I need to find a bigger place/ ‘cause when you have more than you think you need more space”; “…my shadow comes with me/ as we leave it all/ we leave it all far behind!”). Le liriche costituiscono il degno accompagnamento alle scene intense e alla splendida fotografia della pellicola, ma sono del tutto valide pure come lavori a sé stanti. Poesie nella poesia. Le canzoni sono state tutte scritte da Eddie Vedder, con due eccezioni: la fortunata Hard Sun, che è una cover di Gordon Peterson, e Society, scritta da Jerry Hannan. Negli altri brani si possono intravedere influssi di Neil Young o Bruce Springsteen (ad esempio, la splendida Long Nights), ma l’atmosfera che pervade l’intera composizione non può che essere definita “vedderiana”; indice questo della crescente presa di coscienza della direzione da seguire e della propria individualità artistica da parte del musicista, che lo porterà infatti ad un secondo album da solista nel 2011, “Ukulele Songs”. In conclusione, il disco merita. Che si ascolti durante un viaggio in macchina sotto il cielo stellato, o cantato dalla vera, calda voce di Vedder durante uno dei suoi suggestivi concerti acustici ad un pubblico così silenzioso che sembra trattenga il fiato, questo album non si può declassare a “mera” colonna sonora, perché mira a risvegliare qualcosa di più profondo nell’ascoltatore, come una sorta di Walden della musica e, talvolta, vi riesce.

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