Eddie Lang: l’italoamericano che ha cambiato il Jazz – di Gabriele Peritore

Tutte quelle ore passate nella bottega del padre, a respirare la polvere del legno come fosse la polvere della musica, hanno lasciato un segno indelebile nel piccolo Salvatore Massaro. Perché il genitore era un liutaio italiano che ha imparato il suo mestiere a Monteroduni nel Molise, suo paese d’origine… e poi, come tanti (meridionali e no) è stato costretto a emigrare in America per sopravvivere. Fortunatamente Domenico un mestiere ce l’aveva e a Philadelphia, agli inizi del Novecento, gli affari sono andati abbastanza bene. Così il piccolo Salvatore osserva sin da subito come si costruisce uno strumento, come nasce un violino. La scelta del legno, le varie componenti che lo formano: la cassa armonica, il manico, il riccio, il ponticello, le corde e l’archetto. Vive il primo vagito di uno strumento che poi sarà suono… assiste al nascere della Musica. Oltre a una chitarra, costruita dal padre, con degli avanzi di altri strumenti, per Salvatore è naturale poggiare il violino tra la spalla e la guancia, far scivolare con delicata modulazione l’archetto sulle corde e suonare. Invadere l’aria con quelle note acute che caratterizzano lo strumento, domare il “bisbetico” e poi farsi invadere dentro. Quel legno che vibra sulla guancia con l’intensità emessa dal musicista, invade tutto il corpo, fin nelle fibre più profonde, fino alle ossa, fino al midollo. Già a quindici anni Salvatore Massaro è in grado di padroneggiare il suo strumento e suonare in piccole orchestre. Grazie anche ai consigli di Joe Venuti, un altro grande violinista Jazz italoamericano le cui origini sono avvolte nel mistero. Con Joe Venuti il sodalizio è artistico ma soprattutto di amicizia. I due si fanno notare abbastanza presto nel panorama musicale di Philadelphia per il loro talento e vengono scritturati nell’orchestra di Adrian Rollini (guarda caso un altro italoamericano); un laboratorio aperto che consente loro di conoscere i più grandi artisti dell’epoca. Salvatore inizia a suonare con vari pseudonimi fino a trovare quello definitivo in Eddie Lang, un nome preso in prestito da un giocatore di baseball allora popolare. Viene scritturato nell’orchestra di Charlie Kerr, ma stavolta per suonare il banjo. Se la cava anche con quello strumento teso dal suono metallico. Forse esercitarsi con il banjo è proprio il ponte necessario che gli consente di approdare in maniera definitiva alla chitarra… ed è un approdo felice. Lui ha soltanto ventidue anni nel 1924 ma il suo modo di suonare la chitarra, con Red McKenzie, nella Mound City Blue Blowers, cambierà per sempre il modo di considerare questo strumento nell’ambito dell’orchestra Jazz. Non più semplice accompagnamento ritmico ma strumento nobile in grado di sviluppare armonie e melodie e lanciarsi in assolo vertiginosi per l’epoca. Questo strano trio che rispolvera vecchi Blues, composto da un kazoo suonato da Dick Slevin, un pettine avvolto nella carta velina suonato da Red e la chitarra di Eddie, ottiene un inaspettato successo che consente loro di fare una tournée all’estero e di registrare “Deep Second Street Blues”, uno dei primi brani a contenere un assolo di chitarra. Si nota lo stile di Eddie, in grado di destreggiarsi alla grande nella fase melodica e ritmica e di saltellare tra le scale di note con estrema disinvoltura. Il suo talento è ormai richiesto nei più svariati ambiti, sia tra i tradizionalisti del Blues che nelle grandi orchestre Jazz, per accompagnare i più celebri cantanti del periodo. Il momento di maggiore sintonia però lo prova quando entra a far parte di un trio formato da Frankie Trumbauer al sassofono e Bix Beiderbecke alla tromba (cornetta). Una formazione sensazionale che propone le esibizioni più virtuose di quegli anni. Nel 1927 rivisitano un classico del Blues, “Singin’ the Blues”, facendolo diventare uno standard della musica mondiale… ma sono innumerevoli i brani in cui eccellono; risalgono a questa fertile collaborazione le composizioni firmate di suo pugno come “April kisses” e “Eddie’s twister”. Un trio di musicisti uniti dal talento e dal particolare destino. Trumbauer va in guerra e torna cambiato, Beiderbecke muore non ancora trentenne e Lang… (lo vediamo più in là). Qualche anno dopo, sempre con Bix e Hoagy Carmichael, partecipa alla registrazione di “Georgia on my mind”, un brano storico di cui l’interpretazione più conosciuta è quella di Ray Charles. Sono anni di affermazione assoluta, tanto che riesce a conquistare anche il pubblico afroamericano con un genere musicale da loro creato. Adottando lo pseudonimo di Blind Willie Dunn e (come narrano le leggende) tingendosi la faccia di nero, iniziano le collaborazioni con Joe “King” Oliver e poi con Louis Armstrong. Suona in tournée per Bessie Smith e inizia a duettare con un altro virtuoso della chitarra come Lonnie Johnson. Le composizioni a due chitarre forse sono tra le più belle della sua produzione, come afferma lo stesso Lonnie Johnson, e vanno assolutamente ricordate “Blue guitars” e “Guitar Blues”. A coronamento della sua scintillante carriera arriva la collaborazione con Bing Crosby. Di sicuro il più grande interprete e cantante degli anni Trenta. Un ingaggio che gli avrebbe garantito di affrontare senza problemi il decennio critico della Grande Depressione… ma il destino si frappone nei momenti più inaspettati. Così una semplice laringite e una semplice operazione chirurgica si trasformano in qualcosa di letale. Nessuno sa cosa è successo in quella sala operatoria il 26 marzo del 1933, forse un’emorragia dovuta alla sua emofilia cronica o forse un’embolia dovuta all’anestesia: l’unica cosa che si sa è che Salvatore “Eddie Lang” Massaro di soli trenta anni non si è più alzato da quel lettino. Lasciando un’eredità enorme di registrazioni, sia per qualità che per quantità, per un musicista che ha espresso il proprio talento in dieci anni soltanto, cambiando per sempre il modo di suonare la chitarra in ambito jazzistico e influenzando generazioni di musicisti negli anni a seguire. 

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