e il vecchietto… dove lo metto? – di Cinzia Farina

È da un po’ che è nell’aria e invero non sorprende. I vecchi – l’avete notato? – sono tornati di gran moda. Si portano benissimo proprio su tutto. Specialmente… ibernati o morti. In Italia il tasso di natività è prossimo allo zero, lo sappiamo. I giovani sono tornati penosamente a emigrare, e sappiamo pure questo. Le aspettative di vita si sono (pare) notevolmente allungate. Ergo, l’Italia è diventata un paese di vecchi. Che facciamo? Ovviamente non cose come diverse politiche economiche con cambio di direzione e prospettive, incentivi al lavoro non precario, politiche sociali della casa o di sostegno alle giovani famiglie, e simili. Queste cose si portano bene solo in certe occasioni, come le luci sull’albero di Natale: a intermittenza e sulle foto – elettorali – della festa. L’Italia è un paese di vecchi? E che ci vuole? Eliminiamoli. Tasto delete e via! Come, pare brutto? Eppure, dai, un pochino dovremmo esserci preparati… tutti quei depositi… ops… case di cura con avvelenamenti e pestaggi, le ossa dei nonni usate come scheletri di plastica per esercitare dubbiose abilità chirurgiche… Come dite? Beh certo, eccezioni. Regola è però l’allarme generale dei grandi politici sui costi dell’invecchiamento che, dati alla mano, ci dicono lieviteranno nei prossimi anni di almeno il 50% in tutta Europa.
Occhei, e che ci vuole? Leviamogli le pensioni. Da quanto tempo è che pure quelli di sinistra dicono che è un sistema insostenibile per l’economia! E poi, basta dire ai figli e ai nipoti che loro fanno la fame perché i soldi se li pappano i nonni. Gliela faranno loro la guerra. Uhmm… provata questa… ma pare non funzioni troppo bene, perché con quei quattro soldi di pensione i nonni poi vanno a tappare tanti di quei buchi nella vita di figli e nipoti: dal babysitteraggio all’alloggio, dalla cucina al mutuo, dai vestiti alla macchina alla benzina. Ok, i vecchi, almeno per ora, ce li dobbiamo tenere. Però scusa… ‘sti vecchi sono quelli che contestavano, quelli che devono dire sempre la loro, quelli che lo sanno come funzionano cose come politica ed economia e non li puoi imbrogliare, quelli che si ricordano manovre come colpi di stato più o meno falliti servizi segreti deviati, mafie e P2, quelli che andavano a scuola quando era una cosa seria, che magari hanno fatto l’università o avevano nelle mani un mestiere d’oro, quelli che il capo non gli faceva paura, quelli delle barricate, quelli che – capite! – sanno perfino cosa è e come si usa un congiuntivo!!!
Questi, prima di tirare le cuoia, fanno danno!… Trovato! Com’è che si diceva?…Eu...qualcosa… Ah sì Eureka. Gli togliamo il voto! Perfetto! Ma… se gli togliamo il voto e in Italia sono tutti vecchichi è che la tiene in piedi sta farsa della democrazia?! Attenti che poi, invece di scannarsi tra loro… poi lo capiscono chi sono i veri fascisti doc! Evvabbé… e… e allora facciamo votare i ragazzini di 15 anni! Con quelli, andiamo tranquilli! Fuor di teatro – si ride per non piangere – fresca fresca sul blog di Grillo (provocazione?) è apparsa l’ipotesi (ragionando sullo studio di un illustre filosofo belga) di togliere il diritto di voto agli anziani, a breve distanza da quella che proponeva invece il voto ai quindicenni. Difficile credere che, sia l’una che l’altra, possano concretizzarsi. Si tasta il terreno, magari per vedere fin dove è possibile arrivare. Ogni giorno un po’ più in là. La cosa si presta a diverse riflessioni. A partire dal tentativo esplicito di creare uno scontro generazionale che non c’è (ancora armi di distrazione di massa), che non esiste sul piano concreto delle relazioni, che non nasce dal basso ma risulta indotto, funzionale a manovre politiche del tutto estranee al merito della questione.
Il che è la spia dell’ennesimo tentativo di distruggere le basi più profonde del tessuto sociale per disgregarlo, in funzione di un più facile dominio. Altra cosa, quando il conflitto generazionale nasceva dalla carne viva di una società in trasformazione, in cui disuguaglianze e disfunzioni creavano rivolte identitarie, oppositive da un lato e aggreganti dall’altro, con la fiducia che tutto potesse essere cambiato e con esiti positivi sull’intera collettività. Non a caso tutti i movimenti studenteschi del recente passato si sono sempre saldati con i movimenti operai. Ora come ora, nell’epoca dell’individualismo più assoluto (anch’esso indotto), non si vedono all’orizzonte né gli uni né gli altri. Nè si vedono – a parte sparute rappresentanze superstiti – segni forti di una cultura giovanile, una controcultura di pensiero divergente opposta all’establishment. Nello specifico non sembra si siano visti quindicenni – personalità in via di formazione, ragazzi che fanno ancora la scuola dell’obbligo, che non sono autonomi ma dipendono dai genitori – reclamare a gran voce il diritto di contare attraverso il voto nelle scelte politiche della nazione. Anzi – se si eccettuano i recentissimi venerdì del clima, troppo estemporanei, e troppo benaccolti ed esaltati per significare qualcosa – ciò che si nota è un completo disinteresse per la politica a tutti i livelli. Questo voto insomma nessuno lo chiede e troppi lo vogliono regalare.
Adolescenti cresciuti a brioches e sempre sì, in una bambagia annichilente servita anche a nascondere comodo e incapacità educative, nella convinzione che tutto si compra e tutto si vende, che ogni desiderio è un dirittococcolati e adulati prima dal mercato adesso dalla politica. Qualcuno che li amasse davvero dovrebbe spiegare loro che la libertà graziosamente concessa dall’alto va sempre guardata con sospetto. Che un diritto non conquistato è un frutto diabolico, un frutto avvelenato. Dall’altro lato, soltanto supporre di poter togliere il diritto di voto agli anziani – definendo tale chi esce dal mondo del lavoro – significa riaffermare spudoratamente la logica capitalistica della produzione finalizzata al profitto. Significa dichiarare senza veli, istituzionalizzandola, la riduzione dell’umano a strumento, a oggetto, che nel momento in cui non è più in grado di generare quel profitto, perde ogni valore e senso. Espulso dal dominio della cittadinanza. C’è poco da girarci attorno con ragionamenti più o meno tecnici e alla fine capziosi. È la conclusione di una parabola. E neanche troppo imprevista. Con la crisi che li ha impoveriti sempre più fino alle soglie della miseria, gli anziani hanno perso perfino quell’appetibilità, quel valore residuo che li faceva almeno consumatori e utenti di servizi. La diffusione del web e dei suoi linguaggi li ha inoltre emarginati dalla comunicazione contemporanea e ha reso superfluo il loro bagaglio di esperienza e conoscenze. Ma sì! Lasciamo che siano i quindicennisufficientemente “liquidi” e flessibili – a tenere tra le mani le sorti di un paese. D’altra parte, come disse qualcuno, “se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare”.

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