Dylan Dog compie trent’anni – di Dario Lopez

Dylan Dog compie trent’anni. L’alba dei morti viventi, primo albo della serie, usciva nel lontano Ottobre 1986. A quel tempo io avevo poco più di undici anni, pochi soldi in tasca e forse ancor meno fumetti nella mia libreria. Certo, i fumetti li conoscevo e li leggevo, i miei me ne compravano giusto qualcuno ogni tanto, molto molto sporadicamente, talvolta uno zio mi regalava degli albi Disney, paperi e topi dai quali però ero molto meno attratto che non dai vari Tex, Zagor o dal Comandante Mark che lo zio teneva gelosamente sul comodino, o in generale da tutto quello che di colorato e sgargiante proveniva da Marvel e DC Comics (che all’epoca nel nostro paese non proliferavano). La nascita di Dylan Dog mi passò quindi sotto il naso senza che me ne accorgessi. Il successo insperato che arrise all’indagatore dell’incubo, insieme all’apprezzamento che gli tributarono alcuni amici di qualche anno più grandi di me, me lo fece conoscere probabilmente un po’ più in là del 1986. Resta il fatto che all’epoca questo sorprendente titolo rimase per me una lettura assolutamente occasionale al pari di molte altre cose pubblicate in quegli anni.
Che cosa avrà trovato il ragazzo fortunato che nell’ottobre del 1986, al contrario di quello che accadeva a me, aveva in tasca le mille e rotte lire necessarie per comprarsi l’albo in questione? Intanto, fortunato e inconsapevole, l’esordio di quello che sarebbe diventato un piccolo (o grande) mito dell’editoria italiana e di un personaggio destinato a una popolarità che gli ha permesso di rimanere vivo e vegeto fino a oggi, e di anni ne sono passati ormai trenta.
La copertina di Claudio Villa che lasciava presagire dosi d’orrore sconfinato mostrandoci un Dylan Dog attorniato da morti viventi in una notte di luna piena, non tradisce ne mistifica quello che il ragazzo di cui sopra si apprestava a leggere. Sybil Browning è terrorizzata, corre verso la porta, indossa soltanto un paio di slip e una leggera camicia da notte. La paura la fa tremare, non le consente di avere una presa salda sulla maniglia, la porta non si apre. Due braccia tumefatte emergono dal buio e si protendono verso di lei, la porta finalmente cede. Entrando nel lungo corridoio una mano l’afferra, le strappa la camicia, le graffia la spalla. Sybil corre e sconvolta inciampa nel tappeto. Cade. Cade e la gamba della cassettiera è sempre più vicina alla sua testa; poi l’impatto e una figura che alle sue spalle la sovrasta. La bocca dell’uomo in ombra si apre, la figura si inginocchia e afferra la gamba della donna. Il contatto risveglia Sybil che grida e d’istinto scalcia. Corre Sybil e inseguita si rinchiude nel bagno. Terrore, è in trappola, lontana dal telefono e da ogni via d’uscita. I colpi alla porta si susseguono sempre più insistenti, Sybil prega a voce alta il suo John. Il legno si spezza, la donna ormai priva di forze è con le spalle al muro, si sorregge al mobiletto del bagno, la mano destra tocca qualcosa di freddo. L’afferra, la porta cede, Sybil implora John di andarsene, l’ombra dell’uomo riempie il vano della porta, ora si avvicina. La mano destra di Sybil si alza e con furia si abbatte sul capo dell’uomo, le forbici gli si conficcano nel cranio passando dall’orbita oculare.
Non male come biglietto da visita, soprattutto se pensiamo che il titolo della storia, la prosa di Tiziano Sclavi e le matite di un ispirato Angelo Stano ci dicono a gran voce che c’è molto di più di un caso di omicidio alla Nick Raider. Presto entrano in scena elementi che faranno  parte del mito della serie: l’indirizzo di Craven Road al numero 7, il campanello urlante, il fido aiutante Groucho capace di infilare battute e battutacce a un ritmo insostenibile… la figura fascinosa di Dylan e la costruzione eterna del modellino del galeone. Dylan Dog si presenta come un tipo strano e affascinante, un indagatore dell’incubo che offre alcune similitudini con il celebre Sherlock Holmes: la postura e alcune gestualità, l’ausilio di uno strumento musicale per meglio riflettere (il clarinetto) e la convinzione che, scartate tutte le ipotesi possibili, quello che rimane è l’incubo. Al contrario del più celebre collega, Dylan rivela anche d’essere in possesso di una sana dose di senso dell’umorismo (meno molesto di quello di Groucho) e di gusti particolari: chi di voi metterebbe sul piatto un vinile con la soundtrack di “Ghostbusters” in presenza di una bella cliente al quale fascino lo stesso Dylan non sa resistere? (altra caratteristica molto dylaniana quella di non saper resistere al fascino femminile). Il caso si presenta ovviamente come una pura e semplice questione romeriana: si, insomma, morti viventi, zombi, il filone è quello e proprio l’arte di Romero viene omaggiata da Tiziano Sclavi che concede ai suoi personaggi una distensiva visione del film “Zombi” prima che l’azione vera e propria cominci e che l’incubo si trasformi in realtà.
Fanno capolino in questo primo numero due dei personaggi che diverranno ricorrenti nella serie: l’ispettore Bloch e il dottor Xabaras, accostato niente meno che al diavolo ma presentato anche come un novello dottor Frankenstein. Si attinge a piene mani alla mitologia dell’orrore e dell’oscuro; facendo questo Sclavi delinea una vicenda dalle atmosfere coinvolgenti e inquietanti che promette sviluppi interessanti e non fatica a far presa sul lettore. Dal canto suo le matite di Stano rendono vive e reali le stesse atmosfere volute dallo scrittore, raggiungendo il picco nella splendida sequenza ambientata nel villaggio di Undead in Scozia dove Groucho si rivela un ottimo tiratore e Dylan un indagatore pieno di risorse. L’esordio è di quelli riusciti, di quelli che si prendono un pezzo di storia del nostro amato fumetto.
In questi anni è in atto un rinnovamento della serie affidato alla supervisione di Roberto Recchioni, con lo scopo di riportare questi ormai antichi fasti sulle pagine del personaggio. I risultati sono stati altalenanti, a breve ci si giocherà la carta del ritorno di Sclavi al personaggio. Staremo a vedere, se son rose appassiranno.

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