Dwight Yoakam: “Swimmin’ Pools, Movie Stars…” (2016) – di Nicola Chinellato

Giunto alla soglia dei sessant’anni (da compiere il 23 ottobre di quest’anno), Dwight Yoakam continua a mantenere un’invidiabile energia creativa. E’ davvero curioso, infatti, come un artista considerato una sorta di istituzione della musica country, e che ha venduto in carriera la bellezza di venticinque milioni di dischi e raggranellato tanti riconoscimenti da poter concorrere con il palmares del Real Madrid, abbia ancora la curiosità di vedere che effetto fa mettersi in gioco. Perché Dwight, invece di replicare standards ormai consolidati e, peraltro, assai fruttuosi, decide di scommettere sul proprio passato e fa un lungo passo indietro nel tempo, tornando alle proprie origini. In tutti i sensi. Recupera, infatti, vecchi successi e li rilegge in chiave bluegrass, cioè attraverso quelle sonorità che rappresentano il patrimonio genetico che Dwight ha acquisito per nascita (Yoakam è nato a Pikeville, Kentucky, cittadina situata nel bel mezzo dei Monti Appalachi). In “Swimmin’ Pools, Movie Stars…”, dunque, c’è il sangue dei natali e ci sono le radici personali; ci sono, soprattutto, grandi canzoni che hanno rappresentato le tappe di un percorso di successo e ora trovano, invece, una seconda vita, come fossero rigenerate da una selvatica genuinità.
Non si tratta di un raschio del barile voluto per meri fini commerciali, ma di un’operazione vincente e convincente: classici come What I Don’t Know (da “Buenas Noches From a Lonely Room” del 1988), Guitars Cadillacs (title track dall’omonimo album d’esordio) o Please, Please Baby (da “Hillibilly Deluxe ” del 1987) sono posseduti da un rinnovato slancio, suonano freschi e scalpitanti, goduriosissimi nella loro (ritrovata) immediatezza. Yoakam, in definitiva, dimostra non solo di essere uno dei più credibili depositari della tradizione a stelle e strisce, ma anche uno dei pochi in grado di rileggerla con stili diversi e idee sempre illuminanti. Poi, quando a chiusura del disco, parte la cover di Purple Rain di Prince (omaggio al genio di Minneapolis, deceduto durante le registrazioni dell’album) anche il più pigro degli ascoltatori si rende conto di avere a che fare con un artista a tutto tondo, uno capace di prendere il frutto di una sensibilità agli antipodi dalla sua e trasformarla in un grande (e autentico) classico bluegrass.
Da non crederci.

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