Duke Garwood: “Garden Of Ashes” (2017) – La Firma Cangiante

Metti sul piatto “Garden Of Ashes” e fai fatica a credere che Duke Garwood sia nato e cresciuto in Inghilterra e che ci viva ancora oggi. Perchè “Garden Of Ashes”, fin dalle prime note, evoca il deserto, quello caldo e mortale del Sud degli Stati Uniti, di cui percepisci la pericolosità e il lato oscuro; eppure, non ne senti il calore sulla pelle perché Duke Garwood ti suggerisce di immaginartelo in notturna, nel momento in cui maggiormente può farti sentire perso e inerme. Cold Blooded è un attacco inquieto, paralizzante nel suo incedere lento e strisciante, una sorta di blues malato che ti catapulta laggiù, al buio, come unica compagnia il suono dei serpenti a sonagli che strisciano verso di te, mentre, impaurito, ignori da che direzione stiano arrivando; è un pezzo che sarebbe perfetto come tema d’apertura di una serie tv d’ambientazione Texana. L’incedere lento, la chitarra di Duke Garwood, la sua voce profonda, rendono l’album un perfetto compagno di viaggio per una traversata notturna attraverso vaste distese desertiche, alla guida di una vecchia auto lanciata in corsa parallela alla linea di mezzeria di una delle tante strade infinite degli States.
Il mood rimane lo stesso con il susseguirsi dei brani, e aleggia la sensazione che alla fine di questo ideale viaggio non ci aspetti nulla di buono, o che forse non ci aspetti nulla del tutto, cosicché anche il semplice sorgere del sole sarebbe un ottimo risultato. Non è difficile capire, con l’avanzare dell’ascolto, i motivi per cui Duke Garwood sia tanto apprezzato da un talento come Mark Lanegan (con il quale ha collaborato a più riprese) e il perché venga spesso accostato a Nick Cave: gli estimatori dei due grandi nomi citati avrebbero davvero ottimi motivi per dare una possibilità a questo “Garden Of Ashes”. Le atmosfere del disco restano cupe e, se possibile, in alcuni passaggi divengono ancor più ferme e paludose (Days Gone Old) e procurano brividi di pura inquietudine (ascoltate Duke Garwood nel buio più totale e sappiatemi dire). Ben si incastrano nel contesto anche i brevi passaggi acustici capaci di donare all’album qualche sparuto spiraglio di luce (Sing to the sky) ma sono attimi prima di tornare alla dolente oscurità della titletrack. La cifra stilistica del disco, coerente fino al parossismo, potrebbe essere anche l’unico vero limite della proposta avvolgente e conturbante di Duke Garwood: per qualcuno, infatti, il viaggio potrebbe infatti rischiare di diventare faticoso e monotono, soprattutto nella seconda metà dell’album, in cui ulteriori motivi d’interesse arrivano da Sleep, una nenia oscura, quasi una ninna nanna che non sarebbe stonata in un album degli Screeming Trees. Si chiude con Coldblooded the return, perfetto epilogo di un viaggio, la cui sensazione predominante è quella di imminente tragedia.

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