Steven Spielberg: la New New Hollywood e il road movie – di Lino Gregari

Steven Spielberg è l’uomo che ha cambiato in modo definitivo le regole di Hollywood. Esiste una Hollywood prima del 1975 (l’anno de “Lo Squalo“) e una dopo. Con “JawsSpielberg fece capire a tutti cosa significava fare un prodotto qualitativamente valido senza rinunciare ai grandi incassi. Aveva trovato l’alchimia perfetta, che coniugava cinema di buona qualità ed enorme successo al botteghino. Hollywood ringraziava e prendeva nota, mettendolo su di un piedistallo e creandogli attorno la nuova cinematografia mondiale. Lo Spielberg degli inizi è un giovane ebreo che subisce il divorzio dei genitori e abbandona gli studi universitari per provare a fare cinema: la sua idea di cinema è però decisamente diversa dai canoni hollywoodiani di quegli anni, con un’America che da una parte si mostra libera e progressista e dall’altra è profondamente ancorata a quell’American Way Of Life che da sempre ne fa ciò che è in realtà. Il giovane regista (all’epoca aveva 25 anni) si mette all’opera con l’intento di trovare il suo posto nell’affollato mondo di un cinema che sta provando a cambiare: cambiano le regole, i giocatori, i produttori e, soprattutto, i gusti del pubblico. Lui non lo sa ma, assieme a George Lucas, Francis Ford Coppola e Martin Scorsese, darà il via a quel movimento che verrà poi nel tempo ricordato come la New Hollywood.
È un cinema diverso nei contenuti e nel modo di fare: ciò che prima veniva solo accennato oggi viene mostrato palesemente. I sentimenti contrastanti della natura umana si fanno espliciti in immagini sempre più consone alla realtà, e la tecnica per far “entrare” lo spettatore in ciò che sta guardando è l’elemento fondamentale che collega il regista al pubblico. Spielberg lo intuisce e gira un film per la televisione che può essere paragonato ad un vero e proprio sparo nel buio. “Duel” esce nel 1971, finendo poi per essere rilanciato nelle sale cinematografiche l’anno seguente, dopo che il regista ha aggiunto alcune scene e portato il minutaggio da 78 a 90 minuti. Girato in soli tredici giorni, “Duel” è un road movie duro e puro, dove l’uso della cinepresa è molto amatoriale, anche se tecnicamente perfetto, e si muove su binari inconsueti e illogici: non esiste un perché, una spiegazione logica, la cosa accade e l’interprete deve accettarla e muoversi di conseguenza. Quello che colpisce di più, che balza all’occhio decretando il successo della pellicola (soprattutto con il passare del tempo, che ne farà un vero e proprio cult movie) è quello che non si vede: è l’assenza.
Spielberg gioca con la suspense, rendendo spasmodica l’attesa dei fatti, dilatando i tempi e creando i presupposti per il fragoroso finale. Lo farà anche in seguito, con “Lo Squalo“, arrivando a giocare con il pubblico come il gatto con il topo, ma qui la cosa è molto più esasperata. Il duello tra David Mann, un tranquillo commesso viaggiatore, e l’autista del grosso camion è giocata su una serie di pianosequenze  lucide e taglienti, con la cinepresa che entra letteralmente nelle scene, trascinando con sé il pubblico. Un film che ha un che di illogico, di  irrazionale, come in realtà può essere intesa la vita, e un uomo comune obbligato a trasformarsi lentamente in una sorta di eroe temerario: un riscatto a una vita scialba e piatta che mai lo vede protagonista? Può essere una delle chiavi di lettura del film, e la breve telefonata che intercorre tra il protagonista e la moglie (la sera prima c’era stata una festa a casa loro, uno degli invitati aveva allungato troppo le mani sulla consorte, che accusa David di essere rimasto a guardare senza una sacrosanta reazione), ma quello che conta è il lungo ed estenuante duello tra la Plymouth Valiant del 1970 di David e l’autocisterna Peterbilt 281 del 1955, guidata da uno sconosciuto che non viene mai mostrato.
Il riscatto dell’uomo comune, che accetta suo malgrado la sfida che la vita gli mette di fronte, e la vince, è il desiderio insito nell’animo umano di essere protagonista. Un modo per dire: eccomi, sono io. Ci sono anche io. “Duel” è un film epico, solitario e spettacolare, con un solo unico interprete (un bravissimo Dennis Weaver) che riempie la scena per tutti i 90 minuti, regalandoci uno dei film più iconici degli anni Settanta, che ancora oggi appare splendidamente fresco e vitale.
Dopo circa tre anni è la volta di “Sugarland Express“, un altro road movie ispirato a fatti reali accaduti in Texas nel 1969. Anche in questo caso Spielberg affida a una macchina (quella del poliziotto apparentemente sequestrato, che finisce per diventare amico della coppia protagonista) il compito di delimitare la scena, creando il palcoscenico perfetto sul quale far muovere gli attori del dramma. Il film si trasforma lentamente, e da commedia scanzonata diventa dramma sociale, vissuto in prima persona assieme al pubblico. Una strepitosa e bellissima Goldie Hawn dà vita a una Lou Jean Poplin di cui tutti ci siamo innamorati, e la lenta ma ineluttabile corsa verso una tragedia annunciata  diventa il simbolo di tutte le battaglie che combattiamo sapendo perfettamente di non poter vincere.
Il film venne premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura ma ebbe pochissimi riscontri commerciali, finendo per essere un vero e proprio flop, anche se molti critici si accorsero della validità dell’uomo dietro alla cinepresa. Siamo nel 1974Spielberg incassa e si prepara a cambiare per sempre le regole di Hollywood: “Lo Squalo” esce nel 1975 e incassa 470 milioni di dollari (un record). Roy Sheider, Richard Dreyfuss e Robert Shaw danno vita a un altro duello epico, questa volta contro uno squalo, e una barca prende il posto della macchina, ma l’impianto è sempre quello, solido ed efficace, e il pubblico gradisce assai. Il cinema cambia volto, perché il pubblico è cambiato, e il nuovo corso di Hollywood può tranquillamente iniziare.

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2 thoughts on “Steven Spielberg: la New New Hollywood e il road movie – di Lino Gregari

  • Dicembre 15, 2014 in 10:53 pm
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    Ritengo Duel l’unico bellissimo film di Spielberg, altrimenti regista sopravvalutato oltre ogni umana decenza.

    Rispondi
    • Dicembre 16, 2014 in 9:08 pm
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      Non hai tutti i torti amico mio…
      anche se “Sugarland Express”, che viene subito dopo, non è per niente male

      Rispondi

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