Duane Eddy: una firma inconfondibile – di Gabriele Peritore

C’è un suono, legato ad un modo particolare di suonare la chitarra elettrica, che fa parte della storia del Rock and Roll e che quando arriva alle orecchie, con il suo ritmo dondolante e avvolgente, sembra che esista da sempre, o per lo meno da quando è nato questo genere musicale. Una tecnica stilistica chiamata Twangy, caratterizzata da un arpeggio che esalta l’ampiezza vibrante delle corde basse della chitarra, attraverso un ricercato modo di usare l’elettrificazione che aumenta il riverbero e l’eco. Il creatore di tale tecnica è Duane Eddy, talentuoso musicista proveniente da Tucson e accasatosi in Arizona, che affida le sue qualità artistiche al produttore Lee Hazelwood, grande esperto delle tecniche acustiche che, per rafforzare l’effetto eco, porta il chitarrista a registrare all’interno di giganteschi contenitori metallici per liquidi. Così nasce Movin’ n’ Groovin’ nel 1958, brano intenso, trascinante e che grazie al suo sinuoso sound mette una gran voglia di ballare, conquistando in breve tempo le vette delle classifiche. Duane ha soltanto vent’anni quando è già famoso come Elvis, ma la sua voglia di fare Rock ‘n’ Roll risale a molto tempo prima, e la sua passione per la chitarra a quando aveva soli cinque anni e si divertiva ad emulare i suoi idoli musicali. Sempre dello stesso anno è Rebel Rouser, altro fondamentale brano che mette in contatto il musicista con le sue radici Country. L’impatto di questi brani sul mondo musicale è devastante, influenzando a livello espressivo tutta la generazione della Surf Music, o chitarristi di importanza storica come George Harrison o Jeff Beck. Sull’onda del successo della sua musica e del suo stile, la produzione prende una velocità vertiginosa, con le registrazioni nel giro di pochi mesi di brani come Ramrod, Cannonball o Forty Miles Of Bad Road. Nel 1959, inoltre, viene incaricato di eseguire la colonna sonora del film “Because They’re Young” (1960), che si rivela un’altra tappa fondamentale della sua carriera artistica, immortalando l’iconografia che appartiene all’immaginario degli anni cinquanta negli States – Cadillac, brillantina sui capelli, gioventù turbolenta – in un ritmo Rockabilly. Il suo periodo d’oro sembra inarrestabile e a confermare il gradimento arrivano pezzi in rapida successione come Yep, Shazam!, o la sua interpretazione di Peter Gunn, e nel 1962 (Dance With The) Guitar Man. Quando nulla sembra poter fermare la sua ascesa, con la minaccia della British Invasion che incombe sul mercato musicale americano, è lui stesso a cambiare le carte in tavola rivoluzionando la sua proposta artistica. Gli album della metà degli anni sessanta infatti lo vedono impegnato a sperimentare altri linguaggi, prediligendo la forma acustica o reinterpretando brani di autori che apprezza, come nel caso di Bob Dylan, cercando di coglierne la poesia compositiva strumentale al di là dei versi. Negli intervalli di tempo si concede delle parentesi dedicate al cinema con interpretazioni anche di rilievo. La sua carriera prosegue così per tutti gli anni a seguire, con produzioni e collaborazioni musicali sempre di altissimo livello e tributi e riconoscimenti che piovono copiosi. Quando sale sul palco ancora oggi e imbraccia la chitarra, basta soltanto che le sue dita sfiorino soltanto una corda a far vibrare la prima nota, per far scattare la magia; il suo sound si materializza all’istante attraverso la sua firma inconfondibile per dare forma al Rock ‘n’ Roll e per ricordarcelo nei secoli dei secoli.

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