Dream Theater: “The Glass Prison” (2002) – di Warden

Mi hanno consigliato di tenere un diario personale a cui confessare le mie paure, nella speranza che serva a razionalizzarle, a tenerle a bada. Non sta funzionando. Mi tremano le mani dal panico. Quando troveranno il mio diario, questa specie di libro dei segreti terapeutico, servirà un esperto di geroglifici per decifrare la mia scrittura. Vedete, io ho la fobia degli specchi. Ho dovuto sbarazzarmi di qualsiasi superficie riflettente, in casa, o sarei morto di crepacuore. Ne è rimasto uno, che tengo sempre coperto, chiuso in soffitta. Detesto sapere che è lì, ma non posso farci niente. Non posso darlo via, perché ho paura anche solo di avvicinarmici. Ultimamente mi terrorizza perfino pensarci. Se ne sta chiuso lassù, separato da me solo dal pavimento, a prendere polvere al di là di una botola. È un cimelio ereditato da un antenato, un bis-tris-qualcosa nonno, uno dei pochi averi che mi resta. Sono sicuro che sia uno di quegli specchi dell’Ottocento, con la cornice intarsiata e decorata, ma non ne conosco l’aspetto, perché non ho mai avuto il coraggio di guardarlo.
Mio padre non voleva che io lo vedessi, per qualche motivo. Il vecchio stronzo lo teneva sempre coperto, lassù nel buio. Quando era sobrio e non riempiva me e mia madre di schiaffi e pugni, mi ripeteva di non scoprirlo, di non avvicinarmici. “Altrimenti si rovina. E tu non vuoi che si rovini, perché mi farebbe arrabbiare, e quando mi arrabbio…”, diceva lui. Più ci penso, più mi convinco che lassù ci sia un segreto che mio padre conosce, e che non vuole che io veda. Io lo sono stato a sentire, e come risultato ora gli specchi mi terrorizzano. Ogni volta che ne vedo uno, sento la sua voce nelle orecchie, come se mi parlasse dall’oltretomba. Adesso dovrei dormire, ma ho sentito un rumore, proprio sopra di me. Qualcosa si è mosso in soffitta, ecco perché sto scrivendo questo diario. Qualcosa ha strisciato sul pavimento, al piano superiore. Riconosco il rumore che faceva mia madre, quando il mostro la gettava a terra le gridava: “Ora striscia, puttana”. E adesso, chi dorme più? Se chiudo gli occhi, sono sicuro che rivedrò lui, quel mostro che abitava in casa mia, che professava un amore orribile e ambiguo. So che sarà così, sono vulnerabile al sonno agitato, specie quando bevo un bicchiere di troppo. E credo di averne bevuti, ieri sera. Non può andare avanti così. È una questione di principio, ormai. Costi quel che costi, me ne resterò sveglio fino a domattina, salterò il lavoro e poi andrò in soffitta.
Affronterò lo specchio alla luce del giorno e l’avrò vinta io, a costo di distruggerlo. Scaccerò il fantasma di mio padre dalla mia testa, disobbedendogli un’altra volta. Ma aspettare il mattino sarà lunga. Se non fossi terrorizzato, mi annoierei a morte. Ci vorrebbe un goccetto per ingannare il tempo, magari anche per calmarmi. Devo avere ancora qualche birra in frigo, se non le ho finite tutte ieri. Ma no, non abbandono il mio rifugio, non ci penso nemmeno. Se in casa c’è qualcosa, dovrà venire a prendermi qui. Per passare il tempo, scelgo di contare i secondi, poi i minuti. Lucine bianche mi danzano davanti agli occhi. Ho le allucinazioni per il sonno, mi gira la testa. Abbasso le palpebre. Solo un momento di riposo, solo un secondo. Non posso perdere la concentrazione. Devo tenere le orecchie ben tese, devo stare concentrato sullo specchio, o su qualsiasi cosa abiti la mia soffitta. Ma quando riapro le palpebre, è mattina presto. Il sole entra dalla finestra, disegna puntini di luce sul pavimento attraverso i piccoli occhi della tapparella.
Il mal di testa mi spacca il cranio. Questo momento di riposo è durato quattro ore. Sono uno stupido. Credevo di potercela fare, e ho fallito. Ho sempre fallito. Mi alzo imprecando dal letto, cerco a tastoni la luce e l’accendo. Gli occhi, rossi per il sonno, mi lacrimano. Sento di nuovo qualcosa che si muove lassù in soffitta, striscia sopra di me. Mi fa paura, ma ora ho la luce del giorno dalla mia e mi sento più forte. Esco dalla camera. La cucina è un disastro. Bottiglie vuote sparse sul tavolo, macchie color ruggine sul pavimento. Potrebbe essere vino rosso vomitato, oppure sangue. Come quando ero piccolo. Il sangue di mia madre. “Ora striscia, puttana”. Trovo le scale che portano in soffitta. Le salgo come un automa. Le macchie di ruggine, sempre più ampie, sporcano i gradini e salgono con me. Vorrei andarmene, dovrei andarmene, ma non lo faccio. Non questa volta.
Arrivo alla porta della soffitta, prendo il pomello, trattengo il respiro e lo giro. Un corpo di donna giace a terra in mezzo alla sporcizia. Una scia di sangue segna il suo percorso, da dove è caduta fino quasi alla porta, alla ricerca di una via di fuga. Lo specchio è al centro della stanza, scoperto. Avevo ragione, è intarsiato e antico. Il riflesso di mio padre mi fissa dallo specchio. No, non è lui, sono io. Ho la barba lunga, gli occhi rossi, i vestiti sfatti e vecchi. Sono uguale a lui. Quella a terra è la mia compagna, e ho il suo sangue addosso. L’ho colpita io. Sono come mio padre. Sono sempre stato come mio padre. Nuoto sul fondo delle bottiglie di alcool, e ogni volta ci annego. Gli specchi dicono la verità, e ora so perché ne ho un terrore assoluto. Ricomincio a contare i secondi, in attesa che qualcuno si accorga di quello che ho fatto e che vengano a prendermi.

Cunning, Baffling, Powerful / Been beaten to a pulp / Vigorous, irresistible
Sick and tired and laid low / Dominating, Invisible / Black-out, loss of control
Overwhelming, Unquenchable / I’m powerless, have to let go / I can’t escape it
It leaves me frail and worn / Can no longer take it / Senses tattered and torn
Hopeless surrender / Obsession’s got me beat / Losing the will to live
Admitting complete defeat / Fatal Descent / Spinning around
I’ve gone too far / To turn back round / Desperate attempt
Stop the progression / At any length / Lift this obsession
Crawling to my glass prison / A place where no one knows / My secret lonely world begins
So much safer here / A place where I can go / To forget about my daily sins
Life here in my glass prison / A place I once called home / Fall in nocturnal bliss again
Chasing a long lost friend / I no longer can control / Just waiting for this hopelessness to end
Run fast from the wreckage of the past / A shattered glass prison wall behind me
Fight past walking through the ashes / A distant oasis before me
Cry desperate crawling on my knees / Begging God to please stop the insanity
Help me I’m trying to believe / Stop wallowing in my own self pity
“We’ve been waiting for you my friend / The writing’s been on the wall / All it takes is a little faith
You know you’re the same as us all” / Help me I can’t break out this prison all alone
Save me I’m drowning and I’m hopeless on my own / Heal me I can’t restore my sanity alone
Enter the door / Desperate / Fighting no more / Help me restore / To my sanity
At this temple of hope / I need to learn / Teach me how / Sorrow to burn
Help me return / To humanity / I’ll be fearless and thorough / The enter this temple of hope
Believe / Transcend the pain / Living the live / Humility / Opened my eyes
This new odyssey / Of rigorous honesty / Serenity / I never knew / Soundness of mind
Helped me to find / Courage the change / All the things that I can
“We’ll help you perform this miracle / But you must set your past free
You dug the hole, but you can’t bury your soul / Open your mind and you will see”
Help me I can’t break out this prison all alone / Save me I’m drowning and I’m hopeless on my own
Heal me I can’t restore my sanity alone / Way off in the distance I saw the door / I tried to open
I tried forcing with all of my will and still / The door wouldn’t open / Unable to trust in my faith
I turned and walked away / I looked around, felt a chill in the air / Took my will and turned it over
The glass prison which once held me is now gone / A long lost fortress / Armed only with liberty
And the key of my willingness / Fell down on my knees and prayed / “Thy will be done”
I turned around, saw a light shining through / The door was wide open

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