Dream Theater: “Distance Over Time” (2019) – di Nicholas Patrono

“You built this world around you, your universe. In spite of best intentions, things could not be worse”. Basterebbe questa frase, le prime parole del singolo Untethered Angel, a descrivere l’ultima fatica firmata Dream Theater. “Distance Over Time”, uscito il 22 febbraio 2019, è il quarto disco del quintetto americano da quando Mike Portnoy, storico membro fondatore della band, nonché compositore molto attivo e batterista dalle fenomenali capacità, ha abbandonato il progetto, ed è stato poi sostituito da Mike Mangini. Qui non si è interessati a decretare un vincitore nell’inevitabile confronto tra i due batteristi: possiamo lasciare queste sentenze al mondo di Internet, dove ognuno è capace di diventare giudice di qualsiasi cosa. A livello tecnico, Mangini non ha niente da invidiare a Portnoy: le capacità di entrambi sono mostruose. Ad aver subito una battuta d’arresto nei Dream Theater è più che altro la capacità creativa, l’estro, quel tocco di follia che rendeva apprezzabili tutti (o quasi) i loro precedenti lavori. Con Portnoy se n’è andata gran parte della grinta della band, band che comunque, giunta al quattordicesimo disco, ha ormai lasciato la propria impronta nella storia della musica progressive moderna. I Dream Theater sono stati l’anello di congiunzione tra il progressive “old school” di mostri sacri come Genesis, Pink Floyd, Gentle Giant e le band progressive nate a cavallo degli anni 90 e 2000: Tool, The Contortionist, Haken, Protest the Hero. Piacciano o meno, i Dream Theater hanno raggiunto un’importante fama a livello mondiale e il loro ingresso nel mondo musicale ha avuto un forte impatto. “Metropolis Part II: Scenes From a Memory”, datato 1999, è tutt’ora considerato il capolavoro della band, assieme ad “Images and Words” (1992). Però, appare oggettivo che i Dream Theater hanno fatto il loro tempo e “Distance Over Time” ne è la conferma. La band ha lentamente perso mordente e capacità d’innovarsi negli anni e, dopo l’abbandono di Portnoy, anche la grinta è lentamente sfumata. Se “A Dramatic Turn of Events” (2011), il primo album senza Portnoy, aveva lasciato ben sperare, con alcune soluzioni piacevoli, e se il successivo disco “Dream Theater” (2013) conteneva qualcosa di ascoltabile (The Enemy Inside) e alcuni spunti notevoli (la lunga suite Illumination Theory), è stato l’ignobile “The Astonishing” (2016) a seppellire una creatività giunta ad un punto morto. Questo “Distance Over Time” è un tentativo di dimenticare le atrocità di “The Astonishing”, ma non funziona come dovrebbe. Sebbene siano presenti alcuni spunti migliori rispetto al disco precedente, la stanchezza creativa fa zoppicare tutta la band. Le parti soliste restano eccellenti a livello tecnico, naturalmente, ma sono le strutture dei brani ad essere meno complesse, più banali e, l’ormai esausto James LaBrie, è sepolto da effetti, compressori e correzioni. Una band che ha fatto delle “odd time signatures” la propria forza si riduce a scrivere canzonette per la maggior parte in 4/4 (Untethered Angel, Paralyzed, Room 137 e l’atroce Viper King), cosa che non sarebbe un problema di per sé, se non fosse l’indice di una carenza di idee allarmante. Il disco si lascia ascoltare, i brani possono piacere o non piacere, ma non c’è un pezzo che spicchi sugli altri, non c’è quel “sense of wonder” che ci faceva restare a bocca aperta quando ascoltavamo la suite Octavarium, quando le intro di Honor Thy Father e Panic Attack ci prendevano a pugni in faccia, quando ci emozionavamo con le ballad Another Day o The Spirit Carries On. I Dream Theater restano una band storica che ha indubbi meriti e indubbie capacità, ma non basta assemblare tra loro assoli impressionanti e tecnicismi fini a sé stessi. Se non c’è un’anima o un’ispirazione a guidare i musicisti ci si ritrova con un’oretta di musica “non male”, tanti brani senz’altro ben scritti e ben eseguiti, ma che non comunicano nulla… nonostante le ricchissime varianti in cd e vinile dell’uscita discografica.

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