Dragonfly: l’origine della leggenda – di Maurizio Garatti

Dragonfly… un nome che per chi mastica un po’ di Storia del Rock, evoca scenari psichedelici, quelli tipici della controcultura americana della seconda metà degli anni sessanta che ancora oggi vanta folte schiere di ammiratori. In realtà però non esiste una vera e propria Band con quel nome: non si ha notizia di alcun concerto, ne di alcun tipo di promozione dell’Album: l’unica cosa certa, concreta, sta nel fatto che “Dragonfly” (Megaphone 1968) è effettivamente stato stampato, e la storia che sta dietro a questo fatto è decisamente singolare. Una storia che inizia a Durango, non quella messicana citata anche da Dylan nella splendida Romance in Durango, bensi la tranquilla cittadina situata nel Sud Ovest del Colorado a 2.000 metri di altitudine, circondata dalla bellissima San Juan National Forest. In questo angolo di mondo che evoca l’epopea western vive Gerry Jimerfield, chitarrista di belle speranze dotato anche di una voce interessante, leader di un gruppo chiamato The Lords of London. Naturalmente nessuno di loro ha nulla a che vedere con l’Inghilterra ma, in tempi di British Invasion, la cosa doveva sembrare plausibile; Gerry ha all’epoca ventisei anni, mentre i suoi compagni di avventura sono appena ventenni, e scelglie di portare la Band a Los Angeles, incidendo un paio di dischi e partecipando alla trasmissione televisiva Hullabaloo, senza tuttavia riuscire ad emergere dal marasma di musica che in quel periodo riempie le orecchie dei giovani. Il ritorno a casa diventa così una logica conseguenza, ma la voglia di fare musica non è certo diminuita, anzi… Nel frattempo, Barry Davis, batterista di buon livello, e Jack Duncan, pregevole bassista, si guadagnano da vivere in quel di El Paso (Texas) con una Band chiamata The Pawns, in grado di fare musica di elevata qualità: sono molto noti anche in New Messico, suonano almeno una volta al mese a Farmington, guadagnando bene e facendosi una certa fama. Gerry ne sente parlare, e così si reca sul posto assieme a Erin McElaine, la sua tastierista, per vedere di cosa si tratta: è un sabato sera, e il concerto è strepitoso, oltre le sue aspettative e, così, dopo lo spettacolo, Gerry si presenta a Jack dicendogli che ha dei contatti sulla costa Ovest, e che vorrebbe fare qualcosa di veramente nuovo, con lui e Barry. Li invita a Durango, proponendo loro di abitare gratuitamente nel motel dei suoi genitori, per vedere cosa ne esce: qualche mese dopo Barry e Jack caricano la loro attrezzatura sul Canary Yellow Chevy Bel Air del 1957 di Barry, e partono per l’avventura. Il feeling sboccia immediatamente e, dopo un paio di mesi di prova, emerge la necessità di dare alla Band una seconda chitarra: i nuovi arrivati propungono Randy Russ, che suona negli Investigators di El Paso. Randy coglie l’occasione al volo, e la storia può iniziare… A tal proposito Randy racconta: “Stavo lavorando in un negozio di scarpe e ho ricevuto una chiamata da due ragazzi di El Paso che si erano trasferiti a Durango: volevano una seconda chitarra, e ci sono andato. Quel gruppo era chiamato The Lords of London, poi cambiato in The Jimmerfield Legend, che è stato infine abbreviato in The Legend”.
I Lords vanno a Denver, e lì trovano ingaggi in locali decisamente in: il Boulder, l’Ft. Collins e l’Estes Park li accolgono a braccia aperte, arrivando a suonare anche per la notissima Family Dog (un Collettivo di Artisti messo in piedi da un promoter di San Francisco, per creare grandi eventi Rock, con serate al Fillmore e all’Avalon Ballroom). Una delle Band con la quale dividono la scena sono gli American Standards, che hanno un discreto chitarrista di nome Tommy Bolin. Si spostano in California, convinti di poter emergere nella scena musicale che conta, ma la realtà è decisamente diversa: dopo un periodo di stenti vissuto in una singola stanza con poco da mangiare tornano in Colorado dove, sfruttando l’eco della “Summer of Love”, suonano e guadagnano in modo soddisfacente. Tornati a Los Angeles, i ragazzi sono pronti per incidere un disco tuttavia, in quel periodo, i manager volevano Band che non suonassero in studio: era il “Vangelo del Rock”. Dovevi suonare “On Stage”, senza necessariamente scrivere brani tuoi. A quello ci pensavano gli autori. Ovviamente un concetto fuorviante, che ben presto venne spazzato via dai fatti. Un “compagno di viaggio” di nome Mark Clark, suggerisce loro di cambiare il nome in The Jimerfield Legend. Dopotutto, Gerry era più vecchio, era il leader della band e aveva un carisma teatrale che incarnava gli anni sessanta. Molti concerti di quel periodo li hanno visti protagonisti con quel nome e uno dei riferimenti storici ad esso legato è uno dei famosi poster della Family Dog che fa bella mostra di sé sul muro nella tromba delle scale della casa di Steve McQueen nel film “Bullit” (1968). Il disco in effetti viene pubblicato, con il nome di “The Legend”, con  un pugno di canzoni bislacche scelte dai produttori e suonate da musicisti di studio (anche se da alcuni dei migliori del tempo, come Carol Kaye e Hal Blane). Gli arrangiamenti sono del grande Gene Page della Motown, e la cosa sembra funzionare. Uno dei manager presenti al concerto si convince che la Band è pronta per registrare un album originale. I musicisti entrano in studio, e il risultato è un disco di rara bellezza, nel quale il suono è un muro composto dalle due chitarre e dalla sezione ritmica: viene pubblicato senza nomi né foto, Solo “Dragonfly”, con la produzione di Richard Russel, e la maestria del tecnico del suono Hank Cicalo: la qualità è davvero sorprendente. Ma la Band non ha un soldo, e la promozione non esiste. Si narra di 5.000 fantomatiche copie spedite in Australia ma non si hanno riscontri in merito e, l’altrettanto fantomatico concerto che la Band avrebbe dovuto tenere al Fillmore West di San Francisco, si risolve con un nulla di fatto. Di loro si perdono le tracce, e il tutto finisce sul fondo di quell’enorme pozzo che contiene le tracce di quel passato. Trenta anni dopo, nel 1998, Jack Duncan riceve una telefonata dal Belgio: viene così a sapere che una radio aveva in programmazione da tempo un oscuro vinile chiamato “Dragonfly”, e che in termini di richieste, alcuni brani erano nella top ten. In qualche modo il passato torna a galla: il disco viene rieditato in CD, per poi ricevere i giusti riconoscimenti con una sontuosa edizione in vinile. Il Blues “Off Rock” della Band, e la voce di Gerry che richiama alla mente  immediatamente Jim Morrison, hanno una connotazione decisamente propria, anche se i più attenti possono trovare echi di Hendrix e Who, e il disco scorre in modo impetuoso e suggestivo. Ma era il 1968, l’anno delle meraviglie, non ci dobbiamo stupire molto… Ancora Randy ricorda: “Dragonfly in realtà non era una Band. Era un concetto nella testa dei nostri manager. Non abbiamo mai fatto concerti in realtà. Qualche cosa con la Family Dog, che era un enorme edificio capace di contenere anche tremila persone, il resto erano piccole apparizioni in qualche Club”.
Il resto della storia racconta di occasioni mancate, appuntamenti col destino persi per un soffio e tanta musica suonata tra Texas e New Mexico. La Band che non esiste scompare, lasciando ai posteri una manciata di note che avrebbero meritato un altro futuro. Ma la grandezza del Rock è anche questa: se scavi a fondo riesci sempre a trovare qualcosa che vale davvero la pena di ascoltare… e per questo ringraziamo Gerry, Randy, BarryJack… e anche Ernie, che nei solchi dell’album scompare. È grazie a loro che il nostro cuore non cessa di battere.

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