Donovan: “Open Road” (1970) – di Pietro Previti

Alcuni dischi hanno un destino strano. Sembrano fatti dall’autore soltanto per sé stesso, ne segnano la carriera o addirittura la vita personale anche per quanto riguarda gli affetti intimi. Forse è per questo motivo che per critica e pubblico risulta più facile dimenticarsene. È l’impressione che si ricava ascoltando “Open Road” (Epic 1970) di Donovan, il suo ottavo album in studio. Venne pubblicato dalla Epic esattamente cinquant’anni fa, il 25 luglio 1970, inizialmente per il mercato americano e soltanto a settembre dalla Dawn in Inghilterra, sulla spinta dell’esibizione del menestrello scozzese alla terza edizione del Festival dell’Isola di Wight il 30 agosto di quello stesso anno. In effetti, pur appartenendo a pieno titolo alla discografia di Donovan, che ricopre per l’occasione anche i ruoli di compositore e produttore, “Open Road” va attribuito più correttamente all’omonimo gruppo che dà il nome al disco. Al termine delle registrazioni di “Barabajagal” (1969) effettuate con il supporto del Jeff Beck Group, il rapporto tra Donovan ed il suo storico produttore Mickie Most arriva ad un punto di non ritorno.
Most è ancora interessato a proporre un’immagine da hippie dello scozzese, Donovan è invece attratto dalle sonorità di quei giorni, suoni elettrici più grezzi e meno accomodanti; a ventitré anni si sente già proiettato verso una fase nuova, quella appartenente alle generazione degli anni Settanta. Chiama a sé nell’autunno del 1969 i pressoché sconosciuti John Carr (batteria) e Mike Thomson (basso e chitarra) raggiunti in alcuni brani dall’appena più noto pianista Mike O’Neil. Non è un caso, infatti, che per la copertina dell’album venga scelta una fotografia dell’amico e scultore Gyp Mills che ritrae Donovan soltanto con i primi due, quasi come se a suonare fosse solo un trio. Per questo progetto con gli Open Road Donovan conia anche un nuovo genere musicale, inventandosi la definizione di celtic rock dal titolo di una delle tracce dell’album. L’intuizione su questo stile va quindi riconosciuta all’autore di Sunshine Superman, anche se ascoltando l’album di reali richiami alla grande tradizione folcloristica celtica se ne trovano ben pochi. Le sedute di registrazione si svolgono ai Morgan Studios di Londra a partire dall’ottobre 1969 e terminano nei primi mesi del 1970. Nel mese di febbraio, impegnato nella sala posta al piano inferiore ove sta registrando, Paul McCartney è alle prese con il suo primo disco da solista dopo lo scioglimento dei Beatles.
Amici di vecchia data si ritrovano e discutono dei rispettivi progetti; Paul presta a Donovan una chitarra che comparirà nelle registrazioni. Proprio in quei giorni Donovan è spinto dal padre e dal manager ad abbandonare la Gran Bretagna, ove l’esosità delle tasse a carico degli artisti di pop music ha assunto dimensioni spropositate, per spostarsi negli Stati Uniti con l’obiettivo di conquistarne definitivamente il mercato discografico. In questo contesto matura l’idea di promuovere il trentatré giri in maniera insolita ed originale, quasi in termini di denuncia contro la politica fiscale del proprio Paese. Utilizzando il suo yacht organizza e comincia un tour che dovrebbe tenerlo impegnato per almeno un anno e che lo avrebbe portato ad esibirsi in più località del Mediterraneo. Una tournèe con spese organizzative contenute e ancora meno tasse da pagare, da cui avrebbe tratto un film da destinarsi alle sale cinematografiche. Il progetto in realtà durò poche settimane anche se sufficienti per girare a Creta e nel Mar Egeo il film “There is an Ocean“, destinato comunque ad essere pubblicato in formato DVD soltanto nel 2005 nel box “Try for the Sun: The Journey of Donovan“. In quei giorni stanchezza, nostalgia e problemi sentimentali si impossessano di Donovan, il quale decide di interrompere la navigazione per volare con la band in Francia, Italia (Viareggio) e Unione Sovietica e, successivamente da solo, in Giappone. Anticipato il rientro in Gran Bretagna, infischiandosene delle tasse ma con una depressione latente, Donovan si trasferisce in un cottage di sua proprietà ove ritroverà l’amore, raggiunto da Linda Lawrence, suo musa giovanile, che sposerà il 2 ottobre di quello stesso anno a Windsor.
Open Road” a distanza di anni appare lavoro sincero e inspirato, consigliato a tutti coloro che, pur apprezzando il periodo aureo del cantautore, ne hanno trascurato la produzione successiva. Resta ancora un album dimenticato e di difficile reperibilità come testimonia l’unica ristampa su compact disc curata dalla tedesca Repertoire nel 2000. Se non riuscite a trovarne una copia cercate almeno di ascoltare la minor hit Riki Tiki Taki con i suoi rimandi ai tempi inevitabilmente lontani del “Libro della Giungla” di Kipling. Andate alla ricerca con la ballad Roots Of Oak di uno sceneggiato televisivo della RAI, “Un certo Harry Brent“, di cui fu sigla in quello stesso anno. Immaginate gli strali dei cattolici americani all’ascolto dell’anticlericale Poke At The Pope, di certo una scelta non indicata per chi si poneva l’obiettivo di conquistare il mercato degli US. Abbandonatevi alla danzante Clara Clairvoyant e apprezzate la sincera, onesta, Season Of Farewell, lettera di addio alla madre dei suoi figli. Insomma, ritornate a quell’indimenticabile e cruciale 1970 di Donovan P. Leitch.

Donovan: voce, chitarra acustica e armonica; Mike Thomson: basso e chitarra elettrica, voce;
Mike O’Neill: pianoforte, voce; John Carr: batteria, voce.

Changes 2:56. Song For John 2:43. Curry Land 4:38. Joe Bean’s Theme 2:52.
People Used To 4:09.
Celtic Rock 3:37. Riki Tiki Tavi 2:55. Clara Clairvoyant 2:57.
Roots Of Oak 4:53. Season Of Farewell 3:25.
Poke At The Pope 2:47.
New Year’s Resovolution 4:4.

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