Donny Hathaway: “Everything is Everything” (1970) – di Ilario Galati

Donny Hathaway fu trovato morto sul marciapiede sotto la sua finestra, al quindicesimo piano dell’Hotel Essex House di New York, il 13 gennaio del 1979. Donny sentiva le voci e credeva che di essere al centro di una cospirazione ordita dai bianchi. Il vetro della camera d’albergo era stato rimosso con accuratezza: si disse suicidio, senza che vi fossero ragionevoli dubbi sui quali gli inquirenti potessero indagare, anche alla luce dello stato depressivo in cui versava da diversi anni. Donny era, fino a quel momento, e fra alti e bassi, una delle voci più importanti della black music. Anzi, grazie soprattutto al suo disco d’esordio intitolato “Everything is Everything” e pubblicato il primo luglio del 1970 dalla Atlantic, era considerato un precursore
Cantautore, tastierista, arrangiatore e, soprattutto, cantante, Donny Hathaway esordisce su lp dopo una gavetta di pregio spesa come turnista e arrangiatore per Curtis Mayfield, Staples Singer, Aretha Franklin e altri grandi dell’epoca. L’incontro della vita, fino a quel momento già quasi del tutto interamente votata alla musica, Donny lo fa con Roberta Flack, non ancora universalmente nota (il successo planetario di Killing Me Softly with His Song arriverà nel 1973) ma in grado di dare coerenza e stabilità alle idee del musicista. 
Di qualche mese precedente al succitato album è The Ghetto, singolo apripista introdotto dai vocalizzi di Donny, dal piano elettrico dal sound profondo e da una linea di basso che spalanca la scena alle congas e ai cori. Una gemma che più di altri pezzi coevi spiega oggi quale sarebbe stata l’evoluzione della musica nera negli anni a venire, e che dipinge la “inner city” prima ancora che come luogo di disordini e ingiustizie, come un epicentro di piaceri e di leggi non scritte. Un capolavoro di soul music che ancora oggi non ha perso la sua carica di sensualità e che vede tra gli altri coinvolte anche la moglie di Donny, Eulaula, e la figlia della coppia, la piccola Lalah, le cui proteste sono state mantenute nella registrazione definitiva. Donny avrà pensato: “sto raccontando il ghetto, e nel ghetto ci sono anche bambini che frignano”
“Everything is Everything” è un disco soul che contiene in nuce una serie di stilemi che di lì a poco diventeranno mainstream, oltre che riassumere naturalmente tutto ciò che la musica nera aveva rappresentato fino a quel momento: ci sono ballad di prim’ordine come Je Vous Aime (I Love You), fanfare poliritmiche come l’irresistibile Sugar Lee, blues urbani strumentalmente impeccabili come Tryin’ Times e grandi e misurate interpretazioni come nelle dodici battute di Thank You Master (For My Soul). Accanto a queste composizioni di gran classe, sfilano inoltre brani che catapultano la black music qualche anno in avanti, sino ad influenzare, consapevolmente o meno, la musica nera contemporanea che massicciamente monopolizza le charts d’oltre oceano. Se la già citata The Ghetto è il pezzo che apre a Donny le porte dei salotti buoni del soul, sono brani come l’iniziale Voices Inside (Everything is Everything) a proiettare il musicista nell’Olimpo accanto al suo scopritore Curtis Mayfield. Il funk di Hathaway si declina secondo i molteplici significati che quella parola assume nello slang afroamericano: è musica sexy, sporca, ma anche autentica e libera da ogni inibizione.
Voci, tastiere, fiati e ritmica sono trascinanti, e Donny un grande direttore d’orchestra. Non meno che perfette le cover d’ordinanza – I Believe to My Soul di Ray Charles e To Be Young, Gifted and Black di Nina Simone – ma il colpo di grazia arriva con la conclusiva The Dream, una pièce per orchestra nella quale Hathaway, pur rispolverando il background gospel, va ben oltre il suo territorio d’elezione grazie ad una performance vocale che sembra prendere le misure ad un’altra grandissima canzone pubblicata nello stesso anno, ovvero quella Song to the Siren che Tim Buckley registrò per “Starsailor” (1970).
La carriera di Donny proseguì mantenendo standard molto elevata – recuperate anche il secondo omonimo disco costituito da brani altrui, ma non per questo meno significativo dell’esordio – nonostante la lotta col male oscuro che si manifesterà con una certa violenza nel momento di massima fama del musicista, e lo costringerà a diversi ricoveri e a pesanti cure farmacologiche. Sino alla tragica fine dopo un salto di quindici piani.

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Un pensiero riguardo “Donny Hathaway: “Everything is Everything” (1970) – di Ilario Galati

  • Marzo 12, 2020 in 12:44 pm
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    Triyin’ Times ………..anticipa e segna la via nel momento in cui ” qualcosa accade ” alla black music della fine dei sixties ed entra nei seventies ……….arte e innovazione musicale di quel periodo introducono una storia nuova nella società di quei tempi ed uno degli esponenti di primo piano con la sua sensibilità è proprio Donny…..il suo gusto personale e musicale e la sua vocalità sono incisivi e aperti anche verso quella musica rock dei bianchi di Al Kooper e i Blood Sweet & Tears ……la voglia di uscire da un Ghetto …… George Benson ripropone i motivi di Hathaway ed è un grande estimatore insieme a tanti altri personaggi dell’epoca…….Lalah è la continuatrice ……..assolutamente attuale da riprendere riproporre e riascoltare attentamente. Grazie Ilario per il bel ricordo………

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