“Donne Rocciose”: intervista con Francesco Gallina – di Fabio Rossi

Francesco Gallina è da sempre un grande appassionato di musica rock & metal. All’età di diciassette anni era già speaker radiofonico, ha poi scritto per la fanzine Metal Fortress e per la rivista Inferno Rock ed è redattore dal 2005 per la webzine www.metallized.it. Con “Donne Rocciose: 50 ritratti di femmine rock, dalla contestazione alle ragazze del 2000”, uscito nell’aprile 2019 ed edito da Arcana, ha esordito nel campo della saggistica.  L’abbiamo incontrato per una piacevole chiacchierata.
Ciao Francesco. Hai impiegato davvero tanto per deciderti a scrivere un libro. Eppure sei il redattore più prolifico su metallized.it. Come mai ti è venuta quest’idea soltanto in tempi recenti?
Ciao Fabio. Intanto ti ringrazio per l’opportunità di quest’intervista. Per rispondere alla tua domanda: probabilmente proprio per quello. L’idea l’ho sempre avuta, ma l’essere concentrato al 100% su metallized.it (una mia scelta consapevole di cui non mi pento) ed il sentire il sito un po’ come un figlio, mi ha sempre portato a dedicare la totalità del tempo libero alla scrittura di recensioni, articoli, interviste e quant’altro. Questo fino a quando non si sono create certe condizioni per cui sono riuscito a ritagliarmi un tempo extra che mi ha consentito di dedicarmi al libro. Magari usando le ore notturne. Le cose, comunque, sono probabilmente andate come dovevano andare. E’ vero che avrei potuto farlo molto, ma molto prima, ma è altrettanto vero che non sono mai stato così cosciente dei meccanismi della scrittura e del mio stile come adesso. Quindi, probabilmente questo era semplicemente il momento più giusto per farlo.

Nel tuo primo libro hai voluto affrontare il mondo della musica rock visto dal lato femminile. Un’idea intelligente che consente al lettore di conoscere tanti artisti di cui si parla troppo poco. Come mai hai inteso affrontare proprio questo tipo di argomento?
Va premesso che il libro, edito come hai detto in premessa da Arcana (che ringrazio per il coraggio di aver puntato su un argomento simile e su uno scritto così lungo senza apportarvi tagli di sorta), si basa su una serie di articoli che avevo pubblicato negli anni scorsi ed incentrati proprio questo argomento, che mi aveva sempre interessato. Li ho ripresi, rimaneggiati, ampliati, aggiornati rendendoli molto diversi e vi ho aggiunto vari capitoli interamente nuovi, fino a pervenire al risultato finale. Il focus del libro, però, non è tanto da individuare nelle biografie delle varie artiste – 50 icone del rock dagli anni 60 ad oggi, alcune di fama mondiale, altre più da specialisti – che pure sono molto discorsive e contengono vari aneddoti poco conosciuti, ma nelle considerazioni finali di ogni capitolo. In quelle righe, infatti, traggo delle conclusioni sulla loro importanza come artiste, ma soprattutto come donne inserite nel muzic-biz e su come e perché possano essere considerate dei modelli non solo come musiciste. Per le donne stesse in prima battuta, ma anche per gli uomini, arrivando a considerazioni su come abbiano influito sulla società del loro tempo. Alcune anche oltre, cambiando tutto e per sempre. Ad esempio nel caso di Joan Baez, ma non solo.
La prefazione del tuo saggio è stata affidata a Laura Pescatori recentemente autrice di un libro analogo intitolato “Riot Not Quiet 365 giorni di Rock al femminile” edito dalla Chinaski Edizioni. Come ti sei trovato a collaborare con uno spirito ribelle come Laura?
Molto bene. Del resto, come hai appena detto tu stesso, Laura era perfetta per scrivere la prefazione del mio libro, avendone pubblicato uno di argomento simile che io stesso mi ero trovato a recensire giusto per Metallized. Quando è stato il momento di individuare la persona alla quale affidare l’incarico la scelta è stata naturale e lei ha accettato con entusiasmo. Una preferenza non dettata da considerazioni commerciali, ma da affinità elettive, se vuoi. Come del resto quella della copertina, firmata da Peppe Simmons dei Bunker 66. Un amico di gioventù che si occupa di norma degli artwork dei suoi gruppi e non solo, di locandine per eventi metal underground e roba simile.
Le tue 50 monografie sono ben dettagliate e pregne di considerazioni interessanti. Con il senno di poi avresti voluto inserire altri personaggi?
Ma guarda, quando scrivi qualcosa che ha un limite dettato da un numero è inevitabile che alla fine ti rimanga un po’ di amaro in bocca per aver dovuto lasciare fuori personaggi molto importanti, ma non è quello il modo giusto di inquadrare la faccenda. Intanto, già così parliamo di un libro di 432 pagine. Anche portando il totale dei personaggi a 100 si sarebbe creata una situazione in cui molte sarebbero rimaste fuori comunque ed il libro sarebbe diventato una sorta di macigno troppo difficile da maneggiare e leggere. Per di più, altrettanto difficoltoso da collocare sul mercato ad un prezzo minimamente allettante. Quello che mi interessava, però, non erano tanto i nomi quanto i modelli, come ti ho già accennato prima. Non è detto che artiste più note di alcune inserite nell’opera fossero utili quanto altre meno conosciute, ma con storie personali e pubbliche più “pesanti”. Penso a Lita Ford, a Wendy O. Williams, a Sabina Classen, ma sopra tutto a Mia Zapata.
Mi rendo conto che sarebbe venuto fuori un tomo gigantesco visto che, come hai appena detto, il tuo libro ha più di 400 pagine. D’altronde è una riprova che il rutilante mondo del rock non è solo per noi uomini. Perché c’è ancora oggi tanto pregiudizio nei confronti delle appartenenti al “gentil sesso” che si dedicano con passione al rock e al metal?
Non è un problema del mondo del rock e del metal; è un problema del mondo, del contesto generale in cui il circus rock/metal si colloca. Non c’è ancora settore in cui si possa dire che la donna agisca in regime di effettiva parità con l’uomo e quello della musica, molto semplicemente, non ha mai fatto e non fa eccezione. Nel libro le storie di Kelly Johnson ed altre, in particolare delle ex Runaways Joan Jett e Lita Ford, sono paradigmatiche e ci raccontano come lo scandalo Weinstein non sia affatto una novità. Cambiano solo i nomi e gli anni, ma il modus operandi era e forse resta sempre lo stesso. Eppure da lì e ben prima di quello “Me Too” sono nati anche movimenti di opposizione femminista importanti. Nel libro parlo anche delle Riot Grrrls, ad esempio. E per dare una panoramica completa, non manco nemmeno di segnalare situazioni in cui alcune ci hanno marciato un po’, lasciandosi andare a forme promozionali inutilmente sexy, facendosi sfruttare commercialmente in quel senso e talvolta favorendo consapevolmente certe situazioni. E questo ci riporta alla tua domanda di prima circa la scelta dei nomi. Quello di Lisa Dominique può sembrare quasi fuori luogo a fronte della mancanza di altri di peso artistico ed umano ben superiore, ma serve a descrivere certi anni e certi ambienti.
Come giudichi il panorama musicale italiano ed estero contemporaneo?
Io ho 52 anni e l’istinto di molti della mia età è quello di imitare un po’ i vecchietti che si piazzano davanti ai cantieri a spiegare agli operai come lavorare, mentre rimpiangono i tempi andati, immancabilmente migliori (ride e rido pure io). Ebbene, anche se è vero che molte cose una volta erano effettivamente migliori in quanto più umane, è altrettanto vero che bisogna sempre vivere il proprio tempo, senza cristallizzarsi mentalmente nella romanticizzazione dei tempi andati. Nel passato abbiamo prodotto ottima musica in Italia ed all’estero che resterà per sempre nella nostra memoria, ma anche adesso si fanno ottime cose, basta avere la voglie e la pazienza di cercarle nel mare magnum del Web. Ultimamente mi stanno piacendo moltissimo i Soen, i Jinjer, i Malum Sky tra i gruppi esteri, mentre in Italia seguo i Fleshgod Apocalypse, i Destrage, i Circle of Witches e molti altri, senza trascurare i nomi storici quali Strana Officina, Extrema, White Skull e via discorrendo e la scena Prog presente e passata, della quale tu sei peraltro un grande esperto.
Ti ringrazio, diciamo che come te cerco di mettere passione in quello che faccio. Pensi che i mitici anni settanta per il rock e gli altrettanto epocali anni ottanta per il metal possano in qualche modo ritornare o ritieni che ciò sia impossibile?
No, non in quei termini, perché è completamente cambiato il contesto. Sia tecnologico, che culturale. Premettendo che per fortuna si possono trovare ancora varie e qualificate eccezioni ed esiste una scena stabile che continua ad agire musicalmente e filosoficamente come un tempo, oggi tutto va più veloce. Tutto è ascoltato e quindi concepito a monte per essere usufruito con delle cuffiette di scarsa qualità, magari in sottofondo mentre si fa dell’altro e circondati da vari rumori (da qui anche la così detta Loudness War che ha provocato un appiattimento delle dinamiche degli strumenti in fase di registrazione a favore del Wall of Sound complessivo), in opposizione all’ascolto quasi religioso di un tempo, nei tempi e nei luoghi giusti per farlo. Ma anche qui, alla fine, la considerazione è la stessa di prima: tornare indietro nel tempo è impossibile. Quindi, l’unica cosa sensata da fare è custodire gelosamente il passato e godersi il meglio del presente. Ripeto: ci sono tante cose ottime anche ora. Diverse, certamente, ma ottime.
La smaterializzazione della musica e la facilità di poterne fruire a poco prezzo con servizi digitali tipo Spotify sono aspetti positivi o deleteri per la musica?
Spotify e tutto il resto sono solo strumenti e come tali sono neutri. E’ l’uso che ne facciamo a renderli buoni o cattivi, così come puoi usare un coltello per tagliare il pane o per ferire qualcuno. Parliamoci chiaro: se li avessimo avuti negli anni ottanta ci saremmo buttati a pesce anche noi nel loro utilizzo. Solo, probabilmente lo avremmo fatto in maniera diversa, dando il giusto valore all’arte con cui saremmo potuti entrare in contatto e non bruciando tutto in pochi ascolti distratti, magari effettuati a campione e senza approfondire nulla realmente. Come sempre siamo noi ad avere il potere in mano. Abbiamo a disposizione gli strumenti tecnologici migliori della storia dell’uomo anche per ascoltare musica. Usiamoli con criterio, invece di svilire tutto passando distrattamente da un artista all’altro nel volgere di pochi secondi. Cerchiamo di rispettare lo sforzo di qualcuno che ha sentito l’urgenza di comunicarci qualcosa e diamogli il giusto peso critico.
Credi nel ritorno del long playing o è solo una moda passeggera?
Secondo me è destinato a restare un fenomeno complessivamente di nicchia, ma anche a durare e proprio per i motivi di cui sopra, almeno in parte. Molti, non solo “vecchietti” come noi, ma anche giovani che cercano di riscoprire un rapporto fisico e più intimo con l’arte e con il mondo in generale, trovano nel vinile una risposta alle loro richieste in questo campo. Non a caso, persino le audio cassette stanno tornando, seppure in una dimensione ancor più limitata. È proprio l’essere legati fisicamente al piatto od alla piastra per l’ascolto, la necessità di fermarsi in un certo luogo e concentrarsi sulla musica a catturare di nuovo l’attenzione della gente, senza contare l’aspetto feticistico del contatto col vinile ed il suo artwork. Bisogna trovare il giusto equilibrio, non dimenticare ciò che è stato e tenerlo in vita, ma vivere sempre il proprio presente, traendo il meglio da ogni cosa.
Un cordiale saluto e a presto.
Grazie a te e a Magazzini Inesistenti per lo spazio che mi è stato concesso e mi raccomando: sostenete e rispettate sempre le vostre donne. Sono tutte molto più rocciose di noi maschietti!

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