Donna Summer: “The Queen of Disco Music” – di Maurizio Fierro

Dovremmo considerare ogni giorno un giorno perso, se non abbiamo ballato almeno una volta” (Friedrich Nietzsche). La regola d’ingaggio è precisa. Deve far ballare. Basta con l’ascolto meditativo, niente più fughe psichedeliche o contemplazioni concettuali progressive. No: largo al corpo, in un nuovo rito tribale officiato dal DJ con doppio giradischi e microfono. È la rivoluzione “disco music”, il nuovo individualismo che a metà anni Settanta mette in soffitta l’impegno sociale e il sentimento comunitario della controcultura Sixties. Ora il nuovo feeling è ballare. All night long. Joie de vivre e spensieratezza. Trash e abiti che luccicano. Balli sfrenati, feste fino all’alba e sesso a prima vista. Voglia d’eccesso. La vetusta sala da ballo che si scrolla la polvere di dosso e diventa la camera di combustione della storia, il nuovo luogo identitario. In origine erano gli ex club privati newyorkesi, il Loft e il 10th Floor, frequentati dalla comunità gay. Ora fa tendenza. Si chiama discoteca. Spuntano come funghi, a imitazione di quelle celebri. Come lo Studio 54, dove fra nuvole di fumo e giochi di luci stroboscopiche, Andy Warhol, Truman Capote ed Elio Fiorucci ballano insieme ai tanti ragazzini anonimi arrivati fin lì per assaporare lo Zeitgeist. È la rivoluzione della notte. Ritmo four-to-the-flour con tempo uniforme in 4/4, qualche riff di violini, frequenti interludi percussivi ed ecco trovato il denominatore comune che dà il groove alla dance èra.
Ci scusiamo per l’inconveniente, ma questa è una rivoluzione”, disse qualcuno. Quella disco ha la voce ammiccante di una ventiquattrenne di Boston terza di sette figli, La-Donna Adrian Gaines, poi semplicemente Donna Summer, dopo aver acquisito il cognome del marito tedesco. Già, la Germania. Proprio in una delle culle del progressive nasce la “regina della disco”. Precisamente in uno studio di registrazione di Monaco di Baviera. L’anno è il 1975. Il proprietario è un misconosciuto fonico e produttore di Ortisei. Si chiama Giorgio Moroder, si è trasferito in Germania alla fine degli anni Sessanta ed è un fissato della tecnologia applicata alla musica. Fa ampio uso dei sintetizzatori e quando dal suo studio passa l’ex cantante di gospel intuisce che la voce calda di quella ragazza può creare l’alchimia perfetta. Eccola, la coniunctio oppostitorum: la sensualità vocale fusa nella freddezza dell’elettronica. I feel love diventa il manifesto dance. Mugolii e sospiri al ritmo della drum machine, orgasmi simulati nei sussurri di interminabili “do it to me again and again” contrappuntati dal suono ipnotico del sintetizzatore.
Nello stesso anno, con evidenti ancoraggi funk, Van McCoy canta The Hustle. Gloria Gaynor incide “Never Can Say Goodbye“, LP che non presenta stacchi fra canzoni in un unico ritmo continuo, mentre i KC & the Sunshine Band in poche parole riassumono il vangelo dance: “Do a little dance, make a little love, get down tonight”. Tre anni dopo Nile Rodgers e Bernard Edwards declinano il genere riappropriandosi delle matrici funk e soul, e “Good Times” degli Chic diventa il “New state of mind” cantato da Luci Martin e Alfa Anderson. Siamo all’apice della Disco Era. I disco singles remixano e allungano, mentre le disco version dilatano la struttura e l’arrangiamento di classici del rock e della musica classica. La discoteca e i DJ dettano le regole del gioco. Per un po’ le major ammiccano, si adeguano. Ma non dura a lungo. Arriva l’ostilità. Quella dichiarata, greve, che ha modo di esprimere il suo dissenso il 12 luglio 1979, quando a Chicago migliaia di persone al grido di Disco sucks! bruciano centomila tra LP e 45 giri disco; e quella più sottile, meno visibile, politica, insofferente al binomio sottocultura gay e successo di massa; quella che non si capacita che il ballo sia diventato il principale elemento comunicativo interrazziale.
Nel 1979 inizia il declino, anche se per qualche anno i vari Gino Soccio, Cerrone, Chic, Boney M, Village People, Sheila & Black Devotion continuano a sfornare hit commerciali sfruttando l’onda lunga del fenomeno. Anche la coppia Moroder / Donna Summer continua a mietere successi, che diventeranno autentici classici del genere. A fine carriera la cantante bostoniana vanterà 130 milioni di dischi venduti, cinque Grammy e la Stella sulla Hollywood Walk of Fame. Ma la parentesi si sta chiudendo… e a chiuderla è proprio uno dei personaggi più singolari dell’èra dance, Sylvester, spirito bizzarro della Bay Area. Nel 1984 incide “Trouble in Paradise”, e con la sua voce in falsetto canta “Trouble in paradise, where do we go from here?” Già, c’è ancora un posto dove scappare da qui. Anticlassista, marginale, eccentrica, effimera, la disco music ha impresso al grigiore di quegli anni il tono che meritava, e che forse serviva a sopportarlo. O forse solo a spostarlo un po’ più in là. Oltre la notte. Perché tanto al grigiore non si sfugge e all’infelicità nemmeno. E allora balla, esagera, scomponiti. All night long.

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