Don DeLillo: “Underworld” (1997) – di Dario Lopez

Tutta la storia della palla da baseball è un espediente di scarsissima rilevanza, non state a pensarci più di tanto, “Underworld” è molto altro. Resta ora da capire cosa sia di preciso, dilemma non così semplice da risolvere. Approfondiamo. Don DeLillo, con lo scopo di raccontarci frammenti di storia personale di alcuni personaggi presenti in “Underworld”, lega questi ultimi al possesso di una famosa palla da baseball, quella che segnò il punto della vittoria nella finale delle World Series del 1951 giocatasi tra i New York Giants e i Brooklyn Dodgers. Tutto ciò è un mero pretesto che ha colpito l’attenzione di critici e lettori, il libro si sarebbe tenuto in piedi benissimo senza il passaggio di mano in mano della suddetta palla, che tra l’altro neanche lontanamente entra in possesso di tutti i protagonisti di questo libro monumentale. Finanche i personaggi presenti nella storia sono una sorta di pretesto, certo mille volte più significativi e importanti di quella palla, per raccontare le svolte (o probabilmente la deriva, giusto per avvicinarsi al sentire dell’autore) di un intero Paese, un’America ormai priva di direzione e valori, se non quelli chiaramente vacui e sbagliati del capitale, dello status sociale, dell’apparenza a scapito di un qualcosa di più sostanziale e concreto che in tempi ormai passati era ben presente; una disgregazione a favore dell’individualismo spinto al posto di un senso di appartenenza, comunitario, dettato anche da motivazioni poco felici e preoccupanti come potevano essere quelle mosse dalla paura della bomba in un clima di esasperata Guerra Fredda. Quello che traspare dalle pagine di “Underworld” è un sentimento di decadenza inevitabile, uno scontento per una direzione intrapresa dall’America ormai irreversibile, messo in pagina nero su bianco tramite tanti piccoli frammenti di vicende personali, spalmate nell’arco di decenni, dagli Anni 50 agli Anni 90 del secolo scorso, descritte da DeLillo con una prosa da grande Maestro, una sorta di puzzle che tra rimandi e salti temporali ricostruisce atmosfere, sensazioni, paure, sentimenti più che vere storie. Senza nasconderci dietro un dito diciamo pure che la lettura di “Underworld” è impegnativa e difficoltosa, per quanto sia fuor di dubbio che ci si trovi di fronte a un’opera maestosa e meritoria. Il libro non va affrontato con leggerezza, è necessario trovarsi in una situazione mentale ottimale per intraprendere l’impresa, non tanto per la mole dello scritto (880 pp. fitte) quanto per la sua frammentarietà e per la mancanza di scorrevolezza, non il classico libro che si legge tutto d’un fiato insomma. Eppure DeLillo è maledettamente bravo, le prime cinquantaquattro pagine presentano la migliore descrizione di un evento sportivo che ci sia mai capitato di leggere, roba da far correre a nascondersi in un cantuccio anche il Nick Hornby di “Febbre a 90°”, da non mancare per ogni appassionato di sport. La struttura adottata dallo scrittore nella scansione delle varie vicende che vanno a comporre “Underworld”, dà l’impressione che nelle quasi novecento pagine del libro ci sia l’intera storia recente dell’America, tutta, in tutti suoi aspetti, nonostante gli eventi storici narrati non siano moltissimi e sicuramente non occupino un ruolo di primo piano; qui non parliamo solo di fatti ma soprattutto di idee, percezione, mentalità, sensibilità: una mistura costitutiva difficile da spiegare a parole… meglio leggere l’opera per comprenderne appieno stile e portata. Leggendo “Underworld” ci è venuto in mente il lavoro di James Ellroy, il suo narrare un’ipotetica storia d’America attraverso i suoi aspetti più criminosi e sotterranei. Don DeLillo fa la stessa cosa utilizzando però concetti e materia più astratta, impalpabile ma altrettanto ficcante e significativa, più universale e partecipata. I temi ricorrenti sono molti e i più disparati, dettati dall’ampio spettro di situazioni; epoche, etnie e condizioni sociali prese in esame lungo il corso della narrazione e, alcuni di essi, sembrano assurgere a un ruolo molto vicino al simbolismo. Tra i più frequenti, quelli quasi ossessivi per i rifiuti, la spazzatura, l’immondizia, probabilmente nella mente dell’autore metafora del decadentismo di una società basata unicamente sul consumo e sull’accumulo. Ricorrente anche il tema della bomba, delle armi e della minaccia nucleare (ripresa anche sotto forma di scorie), accenno all’imperialismo forse, ma più spesso richiamo a quella paura collettiva capace di tenere insieme un Paese disgregatosi davanti allo svanire di una minaccia verso la quale fare fronte comune (rappresentata dall’Ex Unione Sovietica). Aleggia anche una vena nostalgica nella descrizione di anni sicuramente più difficili ma diretti e in qualche modo più innocenti, nonostante la miseria, la condizione sociale più povera di alcuni protagonisti e tutte le difficoltà che potevano nascere dal fatto di vivere in quartieri come il Bronx durante anni turbolenti. Si mescolano pubblico e privato, movimenti culturali, vizi e storture del paese (metaforicamente) più grande del mondo. Inserito nel filone del postmodernismo, “Underworld” si ritaglia con merito un posto importante all’interno di questa corrente letteraria ma si può considerare un’opera di grandissimo valore anche esulando dai confini di un’etichetta che a tutti gli effetti potrebbe stare un po’ stretta a un libro di questa portata.

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