Dolores O’Riordan: esile angelo furioso – di Toti Careca

Il 12 giugno 2017 non è una ricorrenza. È un buco nel tempo, come ne attraversiamo di continuo. È il giorno in cui a Milano non si è tenuto un concerto dei Cranberries. Quasi trent’anni di carriera iniziata da giovanissimi, oltre quaranta milioni di dischi venduti, vocazione per le piazze immense e profondi sentimenti d’appartenenza suscitati in un pubblico vasto, vastissimo: sembrava un’intera generazione. Erano gli anni novanta. Ai quattro “fratellini minori” dei The Smiths i concerti sapevano restituire l’inesauribile energia a loro volta profusa con pezzi come Zombie, Ridicolous Thoughts, Promises, Holliwood. Arrivarono gli anni duemila e, dopo due separazioni, sui palchi di mezzo mondo avevano ancora ritrovato la sintonia. Questa volta, dopo la seconda reunion, era previsto il tour di promozione di “Something else tour” (2017) nei teatri per un disco acustico, con quartetto d’archi tutto irlandese, interamente registrato a Limerick, casa loro. Era una mossa giusta. Rilanciare contro le altalenanti fortune critiche e commerciali, ma anche abbracciare il precario stato di salute di Dolores O’Riordan, loro voce e autrice, amatissima. A 45 anni, tre figli, un divorzio, la schiena piegata dal peso della chitarra e dalla sua stessa potente energia da palco, quell’esile “angelo furioso” non intendeva arrendersi. Tuttavia, una battaglia personale dopo l’altra, anche le sue ferite carsiche erano diventate adulte. Difficile camuffarle ancora, ai medici e a sé stessa. Prima venne comunicata la sospensione di alcune date, poi saltò l’intero tour estivo europeo e, infine, venne cancellato quello americano. Dolores e compagni dovettero rassegnarsi, quella primavera non ci sarebbero stati altri concerti dei Cranberries. Né quell’estate, né in autunno. Né mai più. Io sono stato fottuto dalla morte di Dolores. Preso alla sprovvista, contro ogni pregiudizio critico ho dovuto ammettere a me stesso che lei mi piaceva, e assai. La sua voce mi evocava un’epoca, mi risuonava nei timpani, nei ricordi e nell’anima, senza neanche saperlo. I Cranberries chi? La pop band per ragazzini? Già, e i ragazzini eravamo noi. Poi siamo cresciuti, senza accorgercene, noi e loro. Quella musica, quella dolcezza e quella rabbia, l’ho più scoperta che riscoperta il 15 gennaio 2018, all’improvviso: certe date si fissano sulla pelle d’oca. Adesso il ascoltare Empty, When You’re Gone o In the end mette i brividi addosso, sembrano frammenti da un naturale e ininterrotto dialogo con la morte, forse casuale, mai rimosso. Di che natura era quella sofferenza strisciante che l’alchimia del live non bastava più a guarire? Suicidio, alcol, psicofarmaci, il miglior corollario da rockstar? O solo un incidente? O l’Animal Instinct frustrato di madre troppo spesso distante dai suoi cuccioli? O forse la violenza subita da bambina, sputata nell’esorcismo laico di Fee fi fo? Chissà. Per fortuna il gossip non aveva mai la meglio sullo stile dei Cranberries, discreto come i veri amici. Pietà, le troppe voci si diradano e riemerge la sua. Ultrasonica, vertiginosa, affilata, tormentata, dolcissima, viscerale, cristallina voce del rock, figlia di tradizione, lotte, amore e cicatrici di una terra isola che ci piace, perché? Forse per affinità generazionale, o generosità emotiva dei suoi artisti. Come in Ode to My Family. Come se in Irlanda il pop, il rock, i versi, le preghiere urlate contro una minaccia di tempesta in arrivo dal mare fossero più indistinguibili che altrove. Come in Electric blue. Come se facessero le stesse battaglie. O vivessero negli stessi miti. O fossero la stessa cosa. Noi. Io. Loro. Lei. Un gioco di specchi sui quali hanno cominciato a riflettersi versi spigolosi, note frammentate, embrioni di poesia. In mezzo a liriche dalle punte brillanti. In soluzione di empatia forte. Aderente feroce al cuore. Ora spezzato. Un canto inarrestabile che è diventata una lunga passeggiata testardamente incredula fra la vita e la morte. L’elaborazione di un lutto, collettivo e intimo, d’ognuno di noi. Che abbozziamo bilanci da adulti. Non abbastanza capaci. Costretti dalla sensazione che nel tempo passato dai vent’anni non siamo diventati e ormai non diventeremo più. O almeno non ciò che pensavamo si dovesse diventare. Abbiamo ballato forte. Abbiamo avuto passioni, amori, sogni. Abbiamo fatto figli, nel frattempo. È il nostro tempo, almeno ancora un po’. C’è chi monta le interviste di Dolores solo per vederla ridere e ridere ancora, chi compone addii fra i commenti ai video ufficiali, “chi manda un bacio, chi getta un fiore”.
Life is a garden of roses / Roses just wither and die (Roses). Dolores is Lost… e la nostra giovinezza? La sua è rimasta impigliata fra le spine del divenire adulta. Molto in alto. Brillante, fra calde ombre. Sospesa.
I wonder when I should give in / I wonder when I should begin / To let go
I feel like I’m dwelling in the past / I know the time is moving fast
I want you to know / I’m lost with you / I’m lost without you …

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http://www.magazzininesistenti.it/the-cranberries-in-the-end-2019-di-lorenzo-scala/

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