DJANGO REINHARDT – “LOS DEDOS DE DIOS” di Adamas Fiucci

«Non posso farcela! Meglio lasciar perdere!».
Sono queste le parole che vanificano definitivamente obiettivi e desideri.
Gli ostacoli diventano un alibi per chi non crede davvero in ciò che fa, favorendo un’apatia che paralizza ogni possibilità di cambiamento. 
Accanto a chi gode – più o meno inconsciamente – dei propri fallimenti, esistono persone che prendono di petto le insidie dell’esistenza e lottano fino all’ultimo round per la loro passione.
Uno dei simboli massimi di quest’attitudine è sicuramente il chitarrista Django Reinhardt (1910-1953), sommo esponente del Jazz Manouche. Appartenente alla popolazione Romanì del gruppo Manouche, Django nasce a Pont-à-Celles (Belgio) e trascorre la giovinezza in carovana, girando l’Europa e suonando il Banjo.
Nel 1928 la svolta esistenziale: Django resta gravemente ferito a causa dell’incendio della sua roulotte; tra le parti anatomiche danneggiate vi è proprio quella mano sinistra, uno dei ferri principali del suo amato mestiere.

DJANGO REINHARDT primaDjango non si piange addosso: rinuncia all’amputazione dell’arto e, con due dita a disposizione, decide di passare alla chitarra. Dalla sua riabilitazione individuale nasce una nuova tecnica chitarristica: il pollice, l’anulare e il mignolo della mano sinistra diventano spettatori delle veloci fughe orizzontali e verticali dell’indice e del medio, perfettamente sincronizzate con le plettrate prodotte dalla mano destra.
Il sodalizio artistico con il virtuoso violinista Stéphane Grappelli porta ben presto Django Reinhardt dalla carovana al grande pubblico. Le sue pregiate alchimie sonore e le sue performances a base di tecnica e improvvisazione entrano di diritto nella storia della musica e nel cuore di tantissimi chitarristi.
La vicenda di Django è l’incarnazione di un amore profondo per la vita che ha trovato nella musica il veicolo di realizzazione. Chi si sente incapace di scrivere, creare, mettersi in gioco, dovrebbe provare a immedesimarsi in quei diciotto mesi in cui il virtuoso chitarrista inseguì il sogno di tornare a suonare. Django aveva probabilmente messo in conto una minima possibilità di fallimento, ma la fede in se stesso e la speranza di raggiungere il suo scopo prevalsero sulla sua menomazione fisica. Chi gioca la carta  della speranza può in alcuni casi illudersi, ma ha sicuramente nel suo percorso una dose di felicità maggiore rispetto a chi gioca la carta della disperazione.
Il tirocinio dell’anima e del corpo non è solo fatica e sofferenza: il desiderare fortemente qualcosa è già possedere quell’idea di felicità riposta nel fine da raggiungere.
Se tutti riuscissero a rispondere agli imprevisti dell’esistenza con una “rullata di scala cromatica” alla Django, la felicità non sarebbe più un astratto ideale da asceta, ma una collezione reale di attimi speciali e irripetibili.

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Django Reinhardt: Three-Fingered Lightning

3 pensieri riguardo “DJANGO REINHARDT – “LOS DEDOS DE DIOS” di Adamas Fiucci

  • Marzo 13, 2015 in 4:35 pm
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    E da persone come lui che dobbiamo trarre ispirazione !

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  • Marzo 13, 2015 in 5:26 pm
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    … un proficuo & raro esempio di ferrea volontà. Molto bene… che la “lotta” continui.

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  • Marzo 14, 2015 in 2:05 pm
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    Grande personaggio, la cui lezione non è certo stata dimenticata.
    Molti dovrebbero oggi guardare alla sua storia, per riflettere e imparare.
    Ascoltando in silenzio.

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