Django Reinhardt: Il genio della chitarra – di Sonia Lippi

Parigi 26 ottobre 1928: un carrozzone manouche va a fuoco. Dentro vi si trova un promettente banjoista appena rientrato da un suo concerto, felice per aver ricevuto una grande proposta, quella di entrare a far parte nell’orchestra jazz di Jach Hilton. Una banale distrazione e una candela caduta sopra dei fiori finti, trasformano una serata perfetta in una tragedia. In quell’incendio Django Reinhardt perde l’uso dell’anulare e del mignolo della mano sinistra. Sia la sua famiglia che i suoi colleghi sono sopraffatti dalla tristezza, sanno che la sua carriera è finita… ma la musica è la sua vita; non può accettare il fatto di non poter suonare più, così con testardaggine e impegno, non si arrende alla disabilità. Per mesi si allena tenacemente, invece di suonare scale e arpeggi orizzontalmente come di norma, cerca di ricrearli correndo su e giù per il manico della chitarra regalatagli dal padre. Crea nuove forme di accordi, inventa la rullata di scala cromatica con un solo dito e sorprendendo tutti… non solo, torna a suonare ma diventa un mito che ancora oggi continua ad affascinare generazioni di chitarristi. Jean-Baptiste Reinhardt (1910 – 1953) detto Django (che in lingua romanì significa “colui che sa“) ha reso possibile l’unione tra musica tradizionale Manouches e il Jazz americano. Nel Jazz di quel tempo la chitarra era relegata nella sessione ritmica ma Django, con le sue improvvisazioni geniali le dette un ruolo predominante. Fu lui ad inventare lo Swing-Musette e fu un originalissimo solista, realizzando una perfetta fusione tra la musica romanò e lo swing. Nel 1931 alla Croix du Sud, punto d’incontro per appassionati del Jazz, Django sente suonare il violino di Stephane Grappelli. Rimane affascinato dal suo stile e dal suo modo di  improvvisare ma, solo nel 1934, riuscirono a formare un’orchestra. Il Quintette du Hot Club de France acquista subito un’importanza internazionale e attraverso le proprie registrazioni si impone come il primo importante gruppo jazz non americano. Nel 1940, fu proposto a Django di arrangiare i suoi brani per una big band, era la realizzazione di un sogno. Django però, non avendo mai studiato musica, non sapeva né leggere gli spartiti né tantomeno scriverli… chiese quindi al suo clarinettista Gerard Leveque di fargli da trascrittore, passando nottate intere a fischiettare e a cantare le parti per tutta la big band. Poteva sentire in testa tutto il tessuto orchestrale e, Grappelli ne rimase così colpito da affermare che “Django sentisse più musica di quella che poteva essere suonata da un orchestra al completo”. Con la big band viene registrata in quel periodo una delle composizioni più famose di Django, Nuages, che oggi è considerato uno standard gipsy jazz. Stephane diventa il suo punto di riferimento per quanto riguarda la mondanità e non solo. Essendo Django completamente analfabeta, chiede a Stephane di insegnargli a scrivere il suo nome, così da poter firmare gli autografi. Nonostante la notorietà, Django rimane sempre uno spirito libero, in alcune occasioni si reca ai concerti senza portarsi il suo strumento e suonando qualsiasi chitarra “d’emergenza” che gli viene messa a disposizione, in maniera egregia. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Stéphane e Django si trovano a Londra. Nonostante il clima di persecuzione razziale nei confronti degli zingari nella Francia occupata dai nazisti, Django decide di ritornare a Parigi. Subito dopo la seconda guerra mondiale, viene invitato negli Stati Uniti da Duke Ellington, che lo presenta come ospite in alcuni dei suoi concerti, l’ultimo dei quali alla Carnegie Hall di New York. Tornato in Europa, Django si troverà ancora a suonare con Stéphane, sia in Francia sia in Inghilterra, fino al 1948, trasferendosi poi a Roma nel 1949 per un lungo ingaggio. In quegli anni produsse varie incisioni: ne ricordiamo alcune come R Vingt-Six, una corsa mozzafiato tra continui cambi di armonizzazione; Del Salle elegante e malizioso, un piccolo capolavoro solistico fatto di raffiche di arpeggi e intervalli esotici; Babies che si può definire il suo primo pezzo Bebop. Dopo la morte del secondo figlio, Django appende la chitarra al chiodo in segno di lutto, e si dedica alla pittura immergendocisi con passione. Riprende a suonare sporadicamente e, durante una breve tournée in svizzera, inizia ad avere forti mal di testa che lo paralizzano. Non andrà mai in ospedale a fare accertamenti, la sua fobia per le iniezioni e il ricordo dei mesi passati in clinica lo terranno lontano dai medici. Morirà improvvisamente per un emorragia cerebrale il 16 maggio 1953, lasciando famiglia, amici e colleghi immersi nello sconforto. Alcuni anni dopo suo fratello Joseph, anche lui musicista,  sentendo suonare un giovanissimo Bireli Lagreene, tra le lacrime affermerà che “Django è risorto”.

Foto William P. Gottlieb Collection, Library of Congress © tutti i diritti riservati 
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Un pensiero riguardo “Django Reinhardt: Il genio della chitarra – di Sonia Lippi

  • aprile 27, 2018 in 10:15 am
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    se ti fermi un attimo a ragionarci sopra (ma come ca…volo fa a fare quella “roba” li…???…mah…boh..)…capisci che… stai solo perdendo tempo e che non c’è niente da capire, c’è solo da ascoltare…e riascoltare…..il patrimonio di idee in musica che ci ha lasciato nel suo breve passaggio è sempre incredibilmente attuale e credo tenda…all’infinito…e, piano piano, a convertirti al “culto”…;-)…

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