Dizzy Gillespie: “Dizzy For President – Live at Monterey 1963” (1997) – di Mr. Hyde

Nel 1983, al primo incontro tra l’Orchestra Sinfonica della Rai e Dizzy Gillespie, io e alcuni miei amici avevamo fatto di tutto per entrare nell’Auditorium di via Rossini a Torino, e goderci il concerto non sulle comode poltroncine rosse ma in piedi, costipati nel parterre, tuttavia abbastanza vicini al palco. Il giornalista francese Jean Claude Zylberstein, che aveva seguito Gillespie per la rivista Jazz Magazine in occasione del concerto all’Olympia di Parigi nel 1961, scrisse: Basta vederlo per capire come Dizzy sia pieno di umorismo, un umorismo libero e gioioso, come ben presto ci avrebbe dimostrato. Che doti di commediante! È un musicista prodigioso, e ispira anche ammirazione come uomo”In effetti Dizzy era proprio così: ad un certo punto del concerto gli vedemmo tirar fuori uno scacciapensieri e suonare un riff per duettare con il pubblico in completo visibilio.
Mr. John Birks (il suo vero nome) era capace di stordirti con vertiginose esibizioni di scat alla Armstrong, nell’attesa di darti il colpo di grazia scaricandoti addosso raffiche di note ad una velocità impressionante con la sua cornetta rivolta verso il cielo. Era stato, insieme a Charlie Parker, Oscar Pettiford, Max Roach e Bud Powell, uno dei maggiori artefici del be-bop, nato attorno al 1944 nel cuore di Manhattan nei locali della 52^ strada, dove a notte tarda si riunivano gruppi di musicisti che avevano voglia di suonare Jazz in modo diverso, stanchi della routine dello swing, liberi dal suo formalismo e dell’appiattimento tipico dei generi commerciali destinati a mera musica di sottofondo nei night club o nei locali da ballo. Un genere già anticipato nell’atteggiamento e nello stile, da musicisti come il sassofonista Lester Young o il trombettista Roy Eldrige al cui stile fece riferimento Gillespie. Interminabili jam-session e sfide irresistibili a suon di note.
La rabbia, l’inventiva senza freni, il ritmo frenetico della metropoli ed anche i riferimenti alla madre Africa, non quella evocata in maniera posticcia da palmizi, cammelli di cartapesta e pelli di leopardo in alcuni locali notturni, ma luogo ideale e reale cui facevano riferimento la presa di coscienza della identità, della dignità e nobiltà delle proprie origini gli artisti di colore. Appena due anni dopo la famosa esibizione alla Massey Hall di Toronto nel maggio 1953 del gruppo di Titani formato da Charlie Parker, Max Roach, Bud Powell, Charlie Mingus e lo stesso Dizzy, Bird spiccava il suo ultimo volo portandosi dietro anche l’anima del be-bop. Del suo sodalizio con Gillespie rimangono molti album: “Diz’n Bird at Carnegie Hall” (Roost Records 1947), “Lullaby in Rhythm” (Spotlight 1944-’49), “Bird An Diz” (Saga 1952), “The Definitive Charlie “Parker Vol. 2″ (Verve 1956), “The Quintet of The Year” (Vogue Records 1956) solo per fare qualche nome. Negli anni 60 il Jazz cominciava a subire radicali mutazioni avviandosi verso l’hard-bop e raccogliendo attraverso il Free Jazz tutte le istanze sociali, politiche, di rottura e protesta del movimento della Black Revolution promosso da Malcom X e da un grande numero di intellettuali di colore e non. La “New Thing” (così venne chiamato il Free agli inizi) abbatteva le certezze formali e i canoni tradizionali che avevano caratterizzato la musica afro-americana fino ad allora. Gillespie idealmente aderì al  movimento, pur rimanendo legato al be-bop e allo sviluppo e contaminazione di questo genere con la musica sud-americana, in particolare quella cubana
“L’obiettivo di Dizzy Gillespie era trovare un punto d’incontro fra la ritmica bantù e lo swing jazzistico” (Stefano Zenni). A questo obiettivo contribuì Luciano Pozo González noto come Chano Pozo suo amico e coautore di Manteca, ispiratore di Night in Tunisiaautore di Tin Tin Deo e percussionista nella sezione ritmica con Kenny Clarke alla batteria, Al McKibbon al contrabbasso e John Lewis al piano, fino al 1948, anno in cui fu assassinato. Nel 1964, Gillespie annunciò la sua intenzione di correre alle elezioni presidenziali. La cosa era iniziata per scherzo, ma le posizioni del musicista erano reali e le ragioni serie: era chiaro l’obiettivo primario di sensibilizzare tutti gli americani sulla questione razzialeDizzy promise che, se fosse stato eletto, la Casa Bianca sarebbe stata rinominata “The Blues House” (è chiara l’allusione ad un più duro “The Black House”).  Il governo sarebbe stato formato da: Miles Davis, direttore della CIA, Duke Ellington Segretario di Stato, Max Roach come segretario alla Difesa, Charlie Mingus segretario per la Pace, Ray Charles alla  biblioteca del Congresso, Louis Armstrong responsabile per l’agricoltura, MaryLou Williams ambasciatrice presso il Vaticano, Thelonious Monk ambasciatore, Malcolm X procuratore generale e Phyllis Diller vice Presidente. Non fu eletto ma, considerando quello che successe nel 1965 a Malcom X, gli andò bene. I tempi per l’elezione di un presidente di colore non erano ancora maturi. 
L’album “Dizzy For President” – pubblicato postumo dalla Knitting Factor nel 1997 – contiene otto tracce registrate dal vivo a Monterey in Francia nel 1963 e, oltre alla tecnica straordinaria del musicista, mette in risalto le sue doti di grande comunicatore ed intrattenitore. Laddove Miles Davis durante i suoi concerti anteponeva la sua musica a sé stesso, Dizzy amava scherzare e dialogare con il pubblico, convinto che anche questo contribuisse allo spettacolo. Così, ad esempio, la presentazione durante il concerto, di Morning Of The Carnival, dalla soundtrack del film “Black Orfeus” (1959) di Marcel Camus, diventa il pretesto per un simpatico scambio di battute riguardo al modo di intendere “Black” alla Malcom X, nel titolo “Orfeo Negro”. Nell’album ben due brani di JobimDesafinado e No More Blues: Gillespie si trovava molto a suo agio su temi e ritmi come samba, e bossa-nova… e poi il be-bop della scatenatissima Dizzy Atmosphere e il famoso “venditore di noccioline” trasformato nello slogan elettorale “Vote Dizzy (Salt Peanuts): So get a good president who’swilling to swing. Vote Dizzy! Vote Dizzy!” Musicisti eccezionali: Chris White bassista, Rudy Collins batterista, entrambi con esperienza nelle orchestre di Cecil Taylor, Duke Ellington, Quincy Jones; e due mostri sacri come Kenny Barron al piano e James Moody al sax e al flauto. 
James mostra il meglio di sé nella delicata  I’m In The Mood For Love che Dizzy definisce ”blues-cha cha cha” e in The Cup Bearers, tiratissimo entusiasmante brano bop. Non poteva mancare un blues da streap tease in locali notturni e fumosi: Gee Baby, Ain’t I Good To You?. Il gusto del soffermarsi sulle note lunghe di Dizzy ricorda la forte espressività di Satchmo. L’album, che fra l’altro, per essere registrato dal vivo, ha un’ottima qualità del suono, merita un ascolto attento per farsi idea di come Gillespie fosse orientato verso un Jazz afro-latino un po’ ironico e gioioso, un po’ drammatico e malinconico.
(…) ll nostro mondo è pieno di suoni / Il  nostro mondo è più bello di qualunque altro / nonostante soffriamo  e ci uccidiamo a vicenda / e, a volte non riusciamo a camminare nell’aria / Siamo bella gente / Con immaginazione africana / Piena di maschere e balli e canti / con gli occhi gonfi  africani, e il naso, e le braccia / e comunque siamo incatenati  con catene grigie in un luogo / pieno di inverni, quando ciò che vogliamo è sole. (…)” (da Ka’Ba di Amiri Baraka – Leroi Jones1969).

1. Dizzy Atmosphere. 2. Morning Of The Carnival. 3. The Cup Bearers.
4. I’m In The Mood For Love. 5. Desafinado. 6. Gee Baby, Ain’t I Good To You?
7. No More Blues. 8. Vote Dizzy (Salt Peanuts).

Chris White: bass (3). Rudy Collins: drums. Kenny Barron: Piano. 
James Moody: saxophone, flute. Dizzy Gillespietrumpet.

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5 pensieri riguardo “Dizzy Gillespie: “Dizzy For President – Live at Monterey 1963” (1997) – di Mr. Hyde

  • Ottobre 28, 2016 in 5:02 pm
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    beh direi che hai avuto una tempistica perfetta per questi gg di campagna elettorale a stelle e strisce di cui oramai non se ne può veramente più diciamocelo, al punto che un recente sondaggio fatto tra un campione di giovani americani alla domanda quale presidente si auguravano per il loro paese…la maggioranza a risposto…un asteroide gigante…che è sicuramente meglio degli attuali candidati…ma se avessero saputo della candidatura di Dizzy …di certo l’avrebbero votato…;-)…

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    • Ottobre 28, 2016 in 5:03 pm
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      scritto di getto…dimenticavo un “h”…pardon…mi affido alla clemenza della corte…

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    • Ottobre 29, 2016 in 1:14 am
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      Anch’io avrei votato Dizzy, sicuramente più adatto degli attuali candidati..amo anche tutti i componenti proposti per il suo staff e approvo le linee del suo programma..In generale non so se è la politica ad avere deluso i giovani o i politici…Allora c’erano uomini nel vero senso della parola e i migliori, purtroppo, li hanno ammazzati, oggi non ce n’è bisogno..
      Ti ringrazio per il commento: hai messo in rilievo l’aspetto che desideravo.

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  • Ottobre 28, 2016 in 5:44 pm
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    E’ la prima volta che accedo al sito….bello l’articolo e meraviglioso il pezzo musicale, non sono riuscita a stare ferma. Grazie vi seguirò

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    • Ottobre 29, 2016 in 1:18 am
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      Grazie, gentilissima. Continua a passare dai Magazzini c’è tanta bella roba a buon mercato..

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