“Dispersi” – di Andreas Finottis

C’era un bar che non era un bar. Era un tabaccaio che teneva aperto la sera e faceva da bar, ma dentro si trovava un ristrettissimo ambiente, era in pratica una piccola camera. Si entrava da una ripida scalinata, davanti all’ingresso il vecchio bancone, sulla sinistra cinque sedie appoggiate al muro con un tavolo davanti, sul muro opposto un termosifone con a lato la sesta sedia, su cui avevano piazzato una piccola televisione 14 pollici portatile, che prendeva i canali con l’antenna estraibile, così si vedeva malissimo e in aggiunta ognuno che entrava ci passava davanti, facendo perdere il già scadente segnale. Aveva dei clienti fissi, tre anziani fissati perennemente su tre di quelle sedie e sembrava sempre che avessero appena finito di litigare; con una faccia arrabbiatissima stavano per ore senza mai parlarsi, guardando come se guardassero nel vuoto verso la minuscola televisione sulla parete opposta che trasmetteva suoni confusi e righe tipiche delle frequenze disturbate. Non si capiva neanche che programma fosse, arrivavano solo spezzoni di discorsi a caso e pochi secondi di immagini che svanivano subito tra i disturbi. Anche il barista/tabaccaio aveva una faccia arrabbiata e stanca, pure lui non parlava mai, solo lo stretto necessario. Una nebbiosa sera di novembre andai a prendermi le sigarette. Entrai e il barista stava allontanandosi dal bancone con un vassoio, sul vassoio c’erano un pacchetto di cracker e un bicchiere d’acqua, il bicchiere lo appoggiò bruscamente sul tavolo e il pacchetto di cracker lo diede in mano al più grosso degli anziani. Mi misi a osservare quell’anziano, sembrava un malinconico vecchio gorilla in gabbia allo zoo, con lo sguardo basso apriva il pacchetto di cracker, aveva un giubbotto di pelle nera e un maglione a collo alto rosso scuro, rigonfio sulla pancia come se fosse all’ottavo mese di gravidanza. Credo non riuscisse a chiudere la zip del giubbotto con quella pancia prominente, infatti lo avevo sempre visto aperto e pensai che probabilmente era per quello che aveva la nausea e aveva chiesto acqua e cracker, avendo preso un colpo di freddo allo stomaco. Ruminando i cracker guardava tristemente in basso, verso la pancia e il pavimento, mentre gli altri due anziani a lato guardavano la tv. Voltai lo sguardo anch’io verso la tv e non si vedeva niente quella sera, righe continue, in mezzo qualche immagine incomprensibile e qualche parola insensata. Presi le sigarette e, prima di uscire mi fermai un attimo, avevo voglia di dire a quello dei cracker: “Mi dispiace che questa sera non puoi divertirti come i tuoi amici.” Mi faceva ridere la battuta, ma ci pensai meglio e cambiai idea, mi trattenni. Immaginai che disperazione di vita dovevano avere a casa per uscire e andare a sedersi lì in silenzio a guardare nel vuoto e rabbrividii, non c’era niente da ridere. Uscii nella  nebbia, mi accesi una ms. Non si vedeva niente oltre pochi metri e ci si sentiva soli su un pianeta ostile. Guardai verso la vetrata del bar, si intravedevano tra la nebbia e i vetri appannati le sagome degli anziani silenti, fermi, immutabili, sospesi nel tempo e nello spazio sul vuoto di una vita non voluta, sbagliata, da dimenticare in disperato silenzio guardando un muro e delle righe che scorrono su un minuscolo schermo. Io non ero messo meglio, con la mia stupida sigaretta in bocca e l’illusione di una vita migliore della  loro, immerso fino al midollo nella nebbia e nel freddo di un paesino disperso nel culo dell’esistenza umana. Salii in auto e mi allontanai dal loro vecchio niente verso il mio nuovo niente. In fin dei conti siamo dispersi nella vita.

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