Magazzini italiani 4#: “Indie road trip” – di Ignazio Gulotta

Per questo quarto appuntamento ho scelto tre gruppi che tengono alta la bandiera dell’Indie di casa nostra con proposte musicali mature, convincenti e di ampio respiro. Sentiremo ancora parlare dei Malus, dei Black Tail e dei Trip Takes, accanto a loro il jazz moderno ed energico dei salentini Karabà, il lavoro di Franco Tinto che omaggia le donne facendosi scrivere i testi da tredici autrici diverse, la bella storia di Chris Obehi che giunto in Sicilia su un barcone dalla Nigeria ha coronato il sogno del suo primo disco. Completa il nutrito gruppo di proposte uno split per metà svedese, ma al quale partecipa per l’altra metà una band di valore come gli abruzzesi Sherpa che sarebbe stato impossibile lasciar fuori. Buona lettura e sopratutto buon ascolto e magari buon acquisto.
Malus: “Sexadelic Shooting Star” (2020). “Sexadelic Shooting Star” rappresenta per i Malus, band di Bassano del Grappa, l’allontanamento dal prog del disco d’esordio e una svolta in chiave psichedelica della loro musica. In ogni caso “Sexadelic Shooting Star” è un signor disco meritevole di tutta la nostra attenzione, pur riconoscendo loro stessi le influenze di Tame Impala, King Gizzard, Mac de Marco e di band dei Settanta come Genesis, Beatles e soprattutto direi io Pink Floyd, hanno saputo creare un suono personale e affascinante. Si pensi a brani come Lying To Myself, dove affiorano influenze lounge alla Stereolab e alla library music, dando alla musica, immersa in una soffice atmosfera lisergica, un tono sensuale e un pizzico di esotismo. Così Cloud Carpets sembra riproporre le nostalgie evocative hawaiane di Mike Cooper. Le atmosfere proposte nella prima parte del disco sono di abbandono lisergico accompagnato da un canto melodioso e ipnotico come in Saint Lawrence Night, ma rese varie da una strumentazione che prevede anche clarinetti, cembali, flauto, synth, Rhodes, lap steel. Sui liquidi synth il clarinetto basso e la distorta chitarra elettrica alzano i ritmi in Ice Race, mentre Astronaut ci imbarca in un viaggio decisamente floydiano e la conclusiva Mobius Trip si avvale della rarefazione patafisica di Canterbury e un ritmo kraut, dimostrando la bravura e l’inventiva della band veneta che ci regala davvero un gran bel disco.

The Trip Takers “Collection” (2020). Non è usuale che una band dopo cinque anni di vita pubblichi una raccolta, ma i Trip Takers avevano prodotto solo vinili, un mini, un single e un LP, presto esauriti e le richieste giunte da più parti, soprattutto dopo il successo dei loro live europei, ha indotto la label Area Pirata a pubblicare “Collection” che raccoglie quanto pubblicato fino a ora dai cinque messinesi. Come il nome lascia intendere è la psichedelia il terreno su cui si muove la band con un occhio ben diretto verso il garage degli anni Sessanta anche grazie ala scelta di una strumentazione analogica. Beatles, Byrds, Zombies sono i primi che vengono in mente come fonte di ispirazione. Le 18 tracce sono una vera gioia per le orecchie, un salutare salto indietro ai tempi gloriosi, fra tastiere acide, intreccio di voci alla West Coast, giochi chitarristici ora sognanti ora corrosivi, ritmi ballerini fra shake e beat. Insomma, al disco non manca nulla per affascinare e convincere chi ama le sonorità vintage, l’aria ribelle e sbarazzina che aveva travolto la gioventù nei sixties. I Trip Takes conoscono benissimo la scena beat e psych-garage e la riscrivono per chi ancora oggi alla musica chiede energia, spirito anarchico e un pizzico di sana follia contro il grigiore della vita moderna. Fra i brani i miei preferiti Misty Shore, dove brilla un fantastico organo, la scatenata Shake Appeal, il surf alla Beach Boys di Gamblin’ Gal, le ipnotiche trame psichedeliche di Wonder For A Way. Ma sono tutte le diciotto tracce che si ascoltano d’un fiato e con gran divertimento.

Black Tail: “You Can Dream It In Reverse” (2020). Metti su il terzo disco pubblicato dai romani Black Tail e bastano pochi secondi per chiederti se quello che stai ascoltando è davvero un disco indie italiano o non piuttosto quello di qualche band americana epigona di Sparklehorse o Wilco. Colpisce la sensibilità con cui sanno costruire canzoni in bilico fra paesaggi malinconici e introspettivi e una forza evocativa che si nutre spesso di riferimenti astronomici a stelle, comete, sole. Forza evocativa che sia le chitarre che le tastiere, tutte affidate al cantante Cristiano Pizzuti, contribuiscono a creare disegnando scenari emotivamente coinvolgenti e decisamente di ottima presa, grazie anche alla sezione ritmica di Luca Cardone e Roberto Bonfanti. Dei nove brani in scaletta voglio segnalare China Blue (Sixteen) la cui nostalgica fragilità ricorda Mark Linkous: colpiscono anche le immagini suggestive del testo (“We shoould go outside and have a walk or maybe write a song“); Sequoia, immersa in notturne atmosfere sognanti e leggermente catatoniche che ricordano i Cigarettes After Sex, mentre The Great Comet of 1996 è una lunga e intensa immersione in una malinconia suadente e avvolgente e Firecracker chiude in bellezza con la sua storia di perdita e tentativo di redenzione è, come nella miglior tradizione americana, una classica e bellissima storia di perdenti. L’album è uscito a marzo per Mia Cameretta e c’è solo da augurarsi che fra i danni di questo orribile periodo non ci sia anche quello di oscurare un disco bello e sincero come questo dei Black Tail.

Dean Allen Foyd vs Sherpa: “Psychedelic Battles Volume Six” (2020). Split album della serie battaglie psichedeliche orchestrate dalla Vincebus Eruptum Recordings che mette a confronto una band straniera e una italiana. Se il disco lo recensiamo qui è per la presenza di una delle band di punta della scena psichedelica italiana, gli abruzzesi Sherpa autori in particolare del bellissimo Tigris and Euprhates dalle rarefatte e ipnotiche atmosfere lisergiche e da una visione esistenziale cupa e oscura. In questo split gli Sherpa pubblicano due lunghi brani. Il primo, Look to la Luna, è un meraviglioso trip lisergico dagli evidenti influssi kraut, il titolo della canzone sembra quasi una citazione di Come Sta la Luna dei Can: per nove minuti siamo trasportati in viaggio dalle chitarre prima dolci e sinuose e poi sempre più acide e dal canto ipnotico e ieratico… poche storie, gli Sherpa sono una grande band. Chitarra e basso ci accompagnano lentamente alla fine del brano che lascia spazio al synth, a percussioni riverberate e metalliche, alla voce monocorde del canto nella successiva Moon’s Biology Portrait, la canzone si snoda fra droni di chitarra, elettronica, battiti metallici, distorsioni creando un suono carico di mistero e inquietudine. Nell’altra facciata di questo vinile uscito a tiratura limitata gli svedesi Dean Allen Foyd propongono una psichedelia acida in parte debitrice dei primi Pink Floyd impreziosita da begli ed energici assoli di chitarra, ma non aliena da sperimentazioni e improvvisazioni come nella spaziale The Shifting.

Franco Tinto: “Accordi di Donne” (2019). Franco Tinto è un chitarrista di estrazione jazz, ma la passione per la musica l’ha condotto a scelte eclettiche che travalicano i generi, come in questo ultimo lavoro uscito per la Filibusta Records, nel quale Tinto ha scritto le musiche e affidato poi a tredici donne la scrittura dei testi. In “Accordi di Donne” accompagnano Tinto tredici musicisti con, a parte il basso elettrico, i loro strumenti acustici e la voce calda e duttile di Valeria Rinaldi. Come detto gli stili musicali adottati per ogni brano sono molto vari, si va dalla bossanova sensuale di Il Ritmo della Vita e il latin jazz malizioso di Canzone per Rebecca al country solare di Goccioline Colorate, ma c’è spazio per lo swing dell’intensa Un Amico, Mio Padre e quello d’antan di Sogno o Son Desto, la malinconia folk di Le Voci del Vento e il ritmo funambolico di Il Verso Giusto, il pop di Eri Qui sul classico tema dell’amore abbandonato e tradito. Chiude l’album il soprano Maria Tomasi, omaggio con Ave Maria a una figura archetipica di donna. I risultato è un collage musicale il cui filo conduttore è dato dall’eleganza degli arrangiamenti acustici, dalle interpretazioni vocali di Valeria Rinaldi a suo agio sia nei momenti più swingati e spensierati che in quelli più in chiaroscuro dei brani più malinconici e nostalgici e infine dai variegati testi che con sensibilità affrontano i classici temi della vita, amori, desideri, sogni, dolori, rimpianti, speranze.

Chris Obehi: “Obehi” (2020). Chris Obehi è un giovane nigeriano approdato, dopo la solita e drammatica odissea lungo le rotte dell’emigrazione, nel 2015 a Lampedusa e poi stabilitosi a Palermo, città nella quale si è subito inserito e dove ha potuto coltivare la sua passione per la musica. Ora, grazie al crowfunding e all’etichetta 800A Records, vede la luce il suo esordio discografico. È stata soprattutto la sua cover di Cu ti lu dissi, brano dell’iconica cantastorie sicula Rosa Balistreri, a dargli una prima notorietà sui social anche come manifesto della sua integrazione con la terra nella quale vive e della quale ha assorbito lingua e cultura. Il resto delle canzoni sono scritte da lui e cantate in inglese, italiano e in esan, il suo dialetto. Fra omaggi alla sua terra, Mama Africa, canti d’amore, 100% Amore, il funk di Without You, brani di discreto impatto di stampo cantautorale, spiccano l’afrobeat di Mr. Oiga nel quale Obehi si esibisce in un convincente talking words, le ispirate e malinconiche Fly Away e l’intensa Walaho, dedicata alla madre. Voice of the Wind e Non Siamo Pesci vibrano dell’esperienza vissuta come migrante. Non tutto funziona ancora, a volte il disco cade in una certa convenzionalità pop che lo penalizza un po’, ma Obehi ha una bella voce e la forza e l’entusiasmo della giovane età dalla sua parte come dimostrano gli episodi migliori del disco.

Karabà: “Viola” (2020). Secondo disco per il trio jazz Karabà, formato dal pianista e compositore Alessandro Casciaro, dal contrabbassista Stefano Rielli e dal batterista Alberto Stefanizzi. Meno sperimentale e contaminato rispetto all’esordio, “Viola” si presenta come un concept, una serie di storie che si dipanano in un andamento melodico armonioso fra jazz tradizionale, bebop e modern jazz. Ma a confermare il carattere aperto e l’inventiva della loro proposta aperta all’ibridazioneecco la cover  per piano solo di Tonight Tonight degli Smashing Pumpkins. Il brano iniziale Beijing è frenetico, giocato più sui contrasti fra i tre strumenti, una batteria dai suono sordo che sembra quasi trattenersi, i toni cupi del contrabbasso e il piano che alterna lirismo e intensitàViola si dipana in un turbinio sonoro travolgente con continui cambi di ritmo, accenni melodici e una riuscita finale che dimostra l’affiatamento dei musicisti, ma anche le successive tracce ci mostrano un jazz in bilico fra tradizione bebop e le frontiere del jazz contemporaneo, molto energico e vibrante, dalle coloriture mediterranee e melodiche come in Colosseo. Bello anche il muro sonoro creato nella frenetica Paracetamolo: che sia ispirata alla lotta fra farmaco e malattia? Pur non mancando brani che tendono più all’intimo e al malinconico, come Primavera 19 o Eleonora. Lo stile pianistico di Casciaro e quello della sezione ritmica privilegiano un approccio molto fisico e aggressivo. Chiude la cover degli Smashing scarnificata dalla pomposità barocca di Billy Corgan e dalla quale Casciaro ricava un brano cupo e denso di immagini oscure e inquiete.

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