Dischi Italiani: i fiori del sottobosco 2019 – di Ignazio Gulotta

Inauguriamo questa rubrica dedicata ai dischi italiani che si muovono nel sottobosco di un già asfittico mercato e che in particolare si distinguono per l’originalità della proposta, la voglia di ricerca, la capacità di rischiare la voglia di sperimentare, oppure semplicemente si tratta di band che, a nostro giudizio, fanno buona musica e meritano di essere segnalate. Parleremo di dischi usciti soprattutto in download nel corso del 2019, opera di musicisti che pur vivendo appartati o fuori dal mercato, non per questo meritano meno attenzione di tanti celebrati “eroi” dell’indie rock nostrano oppure di dischi usciti su piccole e coraggiose etichette. Siamo convinti che in giro ci sia tanta buona musica che rischia di essere stritolata nel marasma delle tante uscite quotidiane, con questa rubrica vorremmo riuscire a farla conoscere in giro.
Maurizio Curadi: “Phonorama” (2019). Maurizio Curadi chitarrista e musicista già fondatore degli Steeplejack pubblica il suo primo disco solista con Area Pirata Records. Si tratta di un lavoro frutto di anni di sperimentazione solitaria attraverso la quale Curadi ci offre una musica nella quale psichedelia, minimalismo, radici blues, drone music ci fanno volteggiare in un trip mentale verso le porte della percezione. Il viaggio inizia nel migliore dei modi con le suggestive ondate degli arpeggi ipnotici e inquieti di Aquilone Rosso, notevole l’esausta Cicadas, ipnotica come il suono, un vero drone implacabilecicale che insistono per tutto il brano ad accompagnare la dodici corde di Curadi. L’anima blues del musicista pisano viene fuori con le atmosfere rurali da profondo Sud del banjo di Walter Well, ma a caratterizzare il disco sono soprattutto i complessi sedici minuti di Varazioni I-VI + Twig, brano in cui è più marcata l’influenza del minimalismo. Chiude l’album una sessione live nella quale spicca la lunga improvvisazione di Hidalgo, per chitarra con corde allentate, oggetti vari, sassofono. “Phonorama” è disco tanto complesso quanto affascinante, da assoporare in solitudine facendosi trasportare nelle sensazioni immaginifiche create dalle chitarre di Curadi.
(https://areapiratarec.bandcamp.com/album/phonorama).

Dolore: “Fantasmi” (2019)Il palermitano Giorgio Trombino sta dietro il progetto Dolore, giunto al secondo disco che esce per la label americana Horror Pain Gore Death. “Fantasmi” è uno strumentale attraverso il quale il musicista ci propone atmosfere inquiete, dark, oscure tali da richiamare alla mente presenze spiritiche, aliene, creature della notte portatrici di incubi e angosce. Ma anche ideale colonna sonora per film horror, da Argento a Bava e Fulci, e in effetti alle musiche che accompagnavano le immagini orrorifiche di quei film il lavoro di Trombino sembra ispirarsi per questo suo viaggio dentro i meandri oscuri e misteriosi della psiche umana. Non lasciano certo indifferenti le tredici tracce di “Fantasmi”, ispirate a luoghi tetri e avvolti da oscure leggende spiritiche del Veneto, cimiteri, case abbandonate, magioni diroccate. Tutto suonato da Trombino nel suo studio casalingo con synth, chitarra e basso il disco è molto godibile e dimostra l’eclettica e straordinaria abilità del musicista nel passare attraverso le sue varie incarnazioni, e sempre con esiti più che convincenti, dal metal più estremo al folk rock, alla psichedelia e al prog.
(https://hpgd.bandcamp.com/album/fantasmi).

Calogero Incandela: “Orizzonti di Boria” (2019)Forse basterebbe già il geniale titolo per farci apprezzare il nuovo disco del cantautore siciliano Calogero Incandela, nome d’arte di Salvo Mineo, ma ovviamente c’è molto di più in questo lavoro: intanto l’alta qualità dei testi, nell’approccio ironico e surreale e nella capacità di colpire la nostra immaginazione con accostamenti sorprendenti e beffardi (“e tanto ormai non ci vedremo più / e indifferente ti ascolti i sonic youth”, “poi soffro di claustrofobia / la bara non è cosa mia”, “e non voglio esser cremato almeno / che non si tratti di crème caramel”, “pure se è Cangelosi, meglio che te lo sposi /se no esclusa verrai dalla società”) che fanno pensare alla scuola milanese di Ricky Gianco, Enzo Jannacci o Gianfranco Manfredi, proprio per la capacità di Incandela di parlare di cose terribilmente serie, ma con leggerezza e senso dell’umorismo. Basti citare Paraculi, leccaculi, musiculturi, nella quale viene preso di mira con implacabile ferocia il conformismo modaiolo di certa critica (“e la stampa musicale è sicuro quasi tutti ormai si vendono il culo /e se non sei un clone di qualcuno o non hai un nome non ti cacherà”), ma anche di buona parte degli artisti (“musichette idiote su 4 accordi avete dei gusti di merda assurdi /quattro cravattari in tour per le città”). Ma le musiche e gli arrangiamenti non sono da meno e determinano la riuscita delle 13 canzoni di “Orizzonti di Boria”. Incandela è affiancato infatti dai musicisti della band prog di ispirazione canterbuyiana Homunculus Res, le cui atmosfere rarefatte e non prive di umorismo sottolineano mirabilmente il tono ironico delle canzoni. Quello di Incandela è un disco che non dovrebbe sfuggire a chi ama la buona musica, la canzone d’autore ben scritta e ben musicata e, soprattutto, a chi non si accontenta delle solite, banali proposte musicali.
(https://calogeroincandela1.bandcamp.com/album/orizzonti-di-boria).

Humpty Dumpty: “La vita odia la vita” (2019)Vent’anni di attività nel sottobosco underground con dischi realizzati fra le mura casalinghe e distribuiti gratuitamente come atto politico di massima condivisione per chi ha la voglia e la curiosità di incontrare la musica del messinese Alessandro Calzavara, in arte Humpty Dumpty. Anche questo suo ultimo lavoro, nel quale Humpty Dumpty suona tutti gli strumenti, esce per Sub Terra Label e per la prima volta viene stampato in 100 copie in cd, ma rimane disponibile il download gratuito. Le nove canzoni di “La vita odia la vita” tracciano un disegno ipnotico e scuro fatto di inquietudini e sentimenti contraddittori e indefiniti, per esempio nella bellissima Una discreta approssimazione. Canzoni enigmatiche e affascinanti, grazie anche ai testi di Giulia Merlino che impreziosiscono il languido synth pop di L’orizzonte degli eventi, le spaesate chitarre shoegaze di Domenica, la plumbea velvetiana title track (“E ci sarà tempo per la pietà / intanto, il mare, freddo / sputerà degli abiti”), il romanticismo alla Morrissey di Il vuoto, la magnifica, ipnotica, come dei CSI assai meno magniloquenti, Anni Luce, esempio di canzone politica che parla del mondo senza retorica, senza slogan, con un susseguirsi di immagini fortemente evocative. Meno psichedelico di altri suoi lavori, “La vita odia la vita” è un disco che ha molto da dire, un vero tesoro che a ogni ascolto ti regala nuove scoperte ed emozioni.
(https://humptydumpty.bandcamp.com/album/la-vita-odia-la-vita?fbclid=IwAR3zSwhm6HY-fqyZmY04NQFZ4Js_gKxMy6hhCQl3XSji43n6EyJ9g_UIguQ)

Dade City Days: “Free Drink” (2019)Uscito per Nesc’i Dischi il secondo album dei bolognesi Dade City Days, giovane trio che si era già fatto notare per il debutto con “VHS” (2016) che rileggeva in modo personale e intrigante la musica anni 80 fra new wave e shoegaze. Con “Free Drink” i tre, Andy Harsh, Gea Birkin e Michele Testi, continuano il loro percorso seguendo il mood malinconico e introverso tipico dello shoegaze, ma con una vena più pop e attenta alle melodie, che a volte ricorda i Baustelle. Indovinata appare la scelta di cantare in italiano, valorizzando così i testi che in sintonia con le atmosfere dilatate e sognanti dei brani raccontano storie di amori passati, incompresi, nostalgie del tempo trascorso… nulla di nuovo, ma i DCD ci sanno comunque fare. Ci sono anche canzoni più energiche, dalla dance synth pop di Hi-Fi, alla ritmata e ipnotica Mai Tai (i titoli sono tutti nomi di cocktail), ma le cose migliori per noi sono Manhattan, dall’atmosfera inquieta e col testo più riuscito del disco, disagio e amore alcolico nella metropoli milanese, o la malinconica Old Fashioned.
(https://dadecitydays.bandcamp.com/)

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