Dire Straits: “Romeo and Juliet” (1980) – di Lorenzo Scala

Il giorno in cui mia madre ha staccato il suo ultimo biglietto ho smesso di mangiare. Ogni tanto riuscivo a sgranocchiare della frutta secca o a succhiare qualche caramella Mou. Così cominciarono i mancamenti. Il primo è capitato al supermercato. Avevo riempito il carrello di saponi e detersivi, cibo per cani e carta igienica. Arrivato alla cassa semplicemente mi sono accasciato come una graminacea dalle radice bruciate. Mi sono risvegliato confuso sotto gli occhi curiosi della cassiera, mi ha sorriso e mi ha detto: “ti faccio forse questo effetto?”. Ricordo queste parole con nitidezza perché mi fecero sorridere, ammetto di essermi sentito uno scemo. Il mancamento più debilitante è stato, per ovvie ragioni, quello avvenuto durante l’orario di servizio. Stavo spingendo la carrozzella di un signore disabile verso il tavolo apparecchiato per il pranzo, per fortuna eravamo in casa sua e non in mezzo a una strada. Mi piego sulle ginocchia come in una preghiera e poi scivolo di lato per tuffarmi nella quiete del buio. Quando i miei occhi si aprono sento il respiro di sollievo del signore paraplegico riempire la sala da pranzo con sincero trasporto, mi guarda e dice: “queste cooperative ormai fanno lavorare pure i drogati”. Sorrido e mi scuso, lui mi strizza l’occhio: “Tranquillo, da ragazzo suonavo in gruppo punk, si sveniva facile in quel periodo”. Capite bene che non potevo continuare a lavorare: ormai ero un pericolo per me e per gli altri, inutile negarlo.
Dopo un mese senza lavoro e senza cibo sono diventato bello magrolino. Inoltre ho cambiato il mio numero di telefono chiudendomi in un mutismo patologico, per i miei amici ero praticamente svanito. Ogni tanto qualcuno si attaccava al campanello ma inventavo sempre qualche scusa rassicurandoli con meccanica disinvoltura. Niente psicologi o psichiatri o robe simili. Non mi sentivo depresso, anzi non mi sentivo proprio. Avevo i miei libri, i miei cani e le mie pasticche di MDMA (il mio spacciatore è stato l’unico a cui ho dato il mio numero di telefono.) Avrei voluto darlo anche a mio padre ma lui ha la demenza senile e vive in una casa di riposo. Lo vado a trovare una volta a settimana e mi fermo un paio d’ore con lui. Durante una di queste visite la vedo per la prima volta. Il mio sguardo si schianta contro il suo producendo tra le mie tempie un rumore di lamiera che stride.
Occhi nocciola, frangetta castana e la Madonna dei virtuosismi sessuali tatuata su ogni centimetro della suo viso. Ho un principio di erezione e svengo. Quando la luce torna lei mi dice con apparente fermezza asettica incrinata da una certa curiosità: “Lei deve mangiare signore, suo padre ha bisogno di lei”. Forse la cosa non vi sorprenderà ma ho cominciato ad andare a trovare mio padre sempre più spesso. Ogni tanto fumavo una sigaretta insieme a Giulia, così si chiamava. Aveva un velo di malinconica sensualità ad avvolgerle la voce di una tonalità bassa e vellutata. Lei mi faceva sentire innamorato senza soluzione di continuità e le farfalle mi solleticavano le pareti dello stomaco stuzzicandomi la voglia di mangiare. Lei mi nutriva con i suoi sorrisi, i suoi sguardi interrogativi e le parole sporadiche che ci scambiavamo come si scambiavano i doppioni delle figurine i bambini durante la lezione a scuola: con voracità clandestina. Il giorno in cui abbiamo fatto l’amore nello sgabuzzino della casa di riposo avevo fatto una ricca colazione: Cappuccino e due cornetti. Poi, al termine del suo orario lavorativo sono passato a prenderla e l’ho portata a casa mia.
Le ho parlato di mia madre. Del mio digiuno e del lavoro perso. Lei mi ha parlato della sua famiglia in Albania, della morte di suo marito precipitato da un’impalcatura mentre lavorava per una ditta edile  che a sua volta lavorava per un palazzinaro di Roma. Abbiamo pianto lacrime orfane e cristalline. Siamo venuti all’unisono sul divano e soprattutto abbiamo mangiato. Il cibo è vita che si dimena. I sapori sono musica silenziosa. Le sussurro qualcosa di sdolcinato e le dedico Romeo and Juliet dei Dire Straits. Se non avessi conosciuto Giulia, probabilmente, sarei diventato talmente leggero da volare via in un giorno di tempesta e vento. Invece l’ho incontrata e ha ridato un peso al mio corpo, la forza di gravità è tornata a  splendere del suo significato reale e i mancamenti si sono eclissati. Con il tempo ho ripreso a lavorare con un contratto part- time. Una volta al mese mi accompagna a trovare mia madre, una volta al mese l’accompagno a trovare il suo amore precedente ucciso da un posto di lavoro senza tutele. Una volta al mese, lasciato il camposanto alle spalle e tornati a casa, ci prendiamo una sbornia colossale e ci culliamo sulle note di Romeo and Juliet.

A lovestruck Romeo sings the streets a serenade
Laying everybody low with a love song that he made
Finds a streetlight, steps out of the shade
Says something like “You and me babe: how ‘bout it?”
Juliet says, “Hey, it’s Romeo. You nearly give me a heart attack.”

He’s underneath the window; she’s singing, “Hey, la, my boyfriend’s back.
You shouldn’t come around here singing up at people like that.
Anyway what you gonna do about it?”

Juliet, the dice was loaded from the start
And I bet, then you exploded in my heart
And I forget, I forget the movie song
When you gonna realize it was just that the time was wrong, Juliet?
Come up on different streets, they both were streets of shame

Both dirty, both mean, yes, and the dream was just the same
And I dreamed your dream for you and now your dream is real
How can you look at me as if I was just another one of your deals?
When you can fall for chains of silver you can fall for chains of gold

You can fall for pretty strangers and the promises they hold
You promised me everything, you promised me thick and thin, yeah.
Now you just say, “Oh, Romeo, yeah. You know, I used to have a scene with him.”
Juliet, when we made love you used to cry

You said, “I love you like the stars above, I’ll love you ‘til I die.”
There’s a place for us, you know the movie song
When you gonna realize it was just that the time was wrong, Juliet?
I can’t do the talks like they talk on the TV

And I can’t do a love song like the way it’s meant to be
I can’t do everything but I’ll do anything for you
I can’t do anything except be in love with you
And all I do is miss you and the way we used to be

All I do is keep the beat, the bad company
All I do is kiss you through the bars of a rhyme
Juliet, I’d do the stars with you any time
Juliet, when we made love you used to cry

You said, “I love you like the stars above, I’ll love you ‘til I die.”
There’s a place for us, you know the movie song
When you gonna realize it was just that the time was wrong, Juliet?
And a lovestruck Romeo sings the streets a serenade

Laying everybody low with a love song that he made
Find a convenient streetlight, steps out of the shade
And says something like “You and me babe: how ‘bout it?”
“You and me babe: how about it?”

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