Dion e le Mille Luci di New York – di Bartolo Federico

Dion DiMucci se ne stava nudo, seduto sulla poltrona vicino la finestra e completamente imbottito di droga. La camera era buia e anche le strade del Bronx erano silenziose. Aveva lo sguardo perso nel vuoto mentre scrutava fuori. Doveva essere onesto con se stesso per uscire da quella situazione in cui si era cacciato ma al momento non trovava vie di fuga. Un piccolo rumore lo fece trasalire. Si grattò il viso e guardò a terra. Dopo gli spaventi della notte, provocati da quei strani sogni, la mattina seguente fece una gran fatica ad uscire dal letto ma si trascinò lo stesso nella piccola cucina e qui si preparò una tazza di caffè italiano, appoggiandosi con le spalle alla parete per tenersi in piedi. Si sedette e con le braccia appoggiate sul tavolino si resse il mento e, nel silenzio, si concesse anche un breve pianto.
La sua testa era un ingorgo di paranoie e ansie e, senza volerlo, ripensò a quell’incontro con quel prete che lo aveva turbato. Si fece una doccia e indossò degli abiti puliti. Prima di uscire di casa con la sua chitarra acustica suonò due vecchi blues Devil Got My Woman e Preachin’ Blues, scrutando il nulla con occhi bianchi come perle. Era quasi mezzogiorno quando gironzolando per il quartiere salutò Melania, una ragazza dai capelli color miele. Incrociò anche altre persone che conosceva e qualche ubriacone con l’ulcera nello stomaco e nella gola, divorato dal vino tagliato e dal vomito. Girò l’angolo e un ragazzo muscoloso che teneva in spalla un grosso stereo con i piedi immersi in una pozzanghera di fanghiglia, sparava musica rock con il volume a palla. Dion amava l’America e quelle strade che erano il luogo dove era cresciuto, anche se c’era puzza di piscio, merda e ali di pollo fritte. Mezzo isolato più avanti nel locale di Nick Gentile, un suo amico siciliano, si sedette e bevve una birra. Da dietro il vetro della cucina il cuoco lo scorse e gli mandò un piatto di polpo bollito, condito con olio, pepe e limone, perché sapeva che gli piaceva; ma lui lo toccò a malapena. Guardò fuori oltre la soglia le strade della discriminazione. Doveva in ogni modo trovare il rispetto per se stesso, si ripeté scendendo lungo il marciapiede. Dion era nato nel quartiere del Bronx in una famiglia italo-americana. Da piccolo accompagnava il padre per i teatri, un cantante di vaudeville, di quelle commedie leggere in cui alla prosa vengono alternate strofe cantate. Era giovane ed amava divertirsi, anche se doveva tenere a bada il suo atteggiamento da bullo, che tante volte lo aveva messo nei casini. Quando ascoltò il country di Hank Williams e il blues del Delta, il suo cuore prese a battere forte, perché quella musica era un sogno attraverso cui finalmente guardare il mondo. 
I Dion And The Belmonts erano formati, oltre che da Dion da: Angelo De Leo, Fred Milano e Carlo Mastrangelo, tutti giovani bianchi italo americani, suoi comuni amici. Il nome lo presero da una via del Bronx e divennero famosissimi negli anni cinquanta infilando un successo dietro l’altro: I Wonder Why, Teenager In Love, Where Or When, When You Wish Upon A Star, No–One Knows; ballate rock melodiche, vocalmente elaborate, che vendettero all’epoca ben sette milioni di dischi. Sul suo viso si formò una strana smorfia.
Non ci vuole molto a costruirsi un inferno. Quel giorno era andato a comprarsi una dose ma il pusher era stato ammazzato sotto i suoi occhi. Era scappato via terrorizzato e adesso il suo cuore batteva all’impazzata, tanto che non riusciva neanche a parlare per lo spavento. Quello che desiderava era solo allontanarsi da lì, prima che giungesse la polizia. Una tipa che aspettava l’autobus si accese una sigaretta, nello stesso momento che una vecchia e malandata Buick, guidata da un nero corpulento, gli passò vicino quasi sfiorandolo. Aveva il gelo addosso.
Alle quattro del pomeriggio l’autobus arrivò alla fermata, gocciolante di pioggia. La città era inondata di fango per la pioggia torrenziale che si era abbattuta in quei giorni. Camminava di fretta, mettendo i piedi nelle pozzanghere ma era stanco e voleva trovare un rifugio in cui nascondersi. Entrò in chiesa e prese posto in una panca in fondo alla basilica, appena in tempo per assistere al finale della funzione. Pregò per se stesso e questo lo rincuorò un poco, ma non gli tolse di dosso quella tristezza che lo aveva preso in custodia. Don Angelo si avvicinò e gli strinse la mano senza lasciarla andare. Lo guardò fisso negli occhi e notò la sua espressione afflitta; gli diede un buffetto gentile sulla guancia ma non fu un gesto di semplice cortesia. Dion lo percepì. Non sapeva come comportarsi, non era mai stato in chiesa né tantomeno a colloquio con un prete; ma quel sorriso che aveva di fronte gli riempì il cuore di serenità. Una luce accecante lo svegliò, era quella del lampadario che aveva dimenticato acceso. La pioggia aveva smesso di cadere. Rimase sdraiato ancora un po’, poi si alzò. In cucina si versò un bicchiere d’acqua e si sedette al tavolo, aspettando che il caffè uscisse. Gli dolevano il collo e anche le spalle per la tensione che aveva accumulato e si scrollò come per rimuovere quel peso dal suo corpo. La droga gli aveva rubato la luce dal cuore ed era in preda alla paranoia che lo portava al pianto, alla veglia, dentro pensieri terribili. Era un silenzio interiore difficile da reggere per chiunque. Aveva bisogno di parole di speranza per potercela fare a scampare da quell’inferno. Forse era un po’ matto ma chi non lo è? Dion e i suoi Belmonts nel 1959 rischiarono di salire sull’aereo che, schiantato al suolo, causò la morte di Buddy Holly, Big Popperà e Richie Valens. Si salvarono solo perché, non potendo permettersi la somma da pagare, proseguirono in pullman il loro viaggio. Dopo aver sciolto i Belmonts nel 1960Dion intraprese la carriera solista, raggiungendo un successo ancora maggiore con brani come Runaround Sue, The Wanderer e Love Came To Me e dimostrando che il risultato ottenuto era dovuto alla sua bellissima e personalissima voce.
Nel 1968 Dion prese a suonare folk-rock e scrisse canzoni in collaborazione con Tony Fasce. Nello stesso anno la sua casa discografica gli impose di cantare Abraham, Martin and John, una canzone scritta da Dick Holler in memoria di Martin Luther King. Il brano ottenne il disco d’oro ed il quarto posto nelle classifiche di vendita. Il pezzo è contenuto nell’album “Dion”, uscito sempre in quell’anno e dove si possono ascoltare cover di brani di Leonard Cohen, Fred Neil, Joni Mitchell, Lightnin’ Hopkins, e Jimi Hendrix. Le cose di sempre si possono vedere anche in maniera diversa, basta avere nuovi orizzonti ed una fede che ti sorregge. Dion aveva trovato consolazione in Cristo e nella sua misericordia. Noi uomini con le nostre debolezze alle volte siamo come Giuda, altre volte come il ladrone. Ci smarriamo nei nostri labirinti, andando incontro ai nostri demoni dai quali rischiamo di non tornare più indietro. Ma questa volta la carità di Gesù’ gli aveva teso la mano, ricordandogli chi era davvero e perché era al mondo. Sentì un formicolio alle mani e gli occhi che gli bruciavano. Qualche volta non ci si accorge di cadere, se non quando si è a faccia in giù. Nel 1975, in cerca di rilancio, pubblica “Born To Be With You”, un disco prodotto da Phil Spector. Un album introspettivo di un uomo che è avanzato nella sua anima, piena zeppa di infermità, afflitta da scelleratezze che ha compiuto e che ancora lo continuano a terrorizzare. Pazzi, vagabondi, eroi, cicatrici sul corpo che non vanno via. Imbroglioni, spie e gente senza identità. Tutto questo lo aveva visto e toccato con mano. Il juke box attaccò la canzone e rivide un’epoca intera sotto i suoi occhi. Rock ‘n’roll, canzoni pop, doo-wop, ragazze tristi e ragazze allegre. Non si può ignorare la musica che ti martella nell’anima e tra la folla annusò l’odore dei fiori. Adesso canta con gli occhi spalancati sul mondo, per dire quanto il mondo lo ha spaventato. “Born To Be With You” resta uno tra i suoi dischi più belli. Salì per le scale che c’era odore di sigaretta, erba e disinfettante. Aprì la porta d’ingresso di casa e non appena dentro, avvertì passi veloci nel corridoio di sopra e qualcuno gridare. “Che cosa c’è che non va nelle nostre vite incasinate?”, si chiese. Prima ti illudono e poi ti sparano su per il buco del culo.
Era una giornata nuvolosa, e si lasciò cadere sulla poltrona ma questa volta era lucido e vigile. Il suo amico Lou Reed glielo aveva detto che quella non era una strada da percorrere perché era tutto buio in quel sentiero. Si sa come funziona, prima è la curiosità a spingerti dentro, dopo è solo la stupidità a farti restare. Dion ha fatto una carriera incredibile con dischi pubblicati da songwriting che fanno sbiancare anche i nomi più altisonanti del genere, per quanto sono belli e preziosi. Ma lo sappiamo che il mondo è sempre ingiusto con i buoni, anche se questo non ci basta a giustificarne le ragioni. Adesso l’inquieta band lo aspettava sul palco, sapeva che, una volta che lui fosse andato su, lo spettacolo sarebbe esploso. Il basso pulsava frenetico e il ritmo si fece sempre più incandescente. Si aggiustò il berretto e qualcuno cominciò a ballare. Quando fu davanti al microfono sentì le orecchie che gli pulsavano nel cranio ed ebbe anche le vertigini. Il sassofono srotolò note in un’atmosfera che ormai era diventata magica.
Tutto il pubblico era in piedi e aspettava impaziente che lui cantasse. Li guardò per un lungo istante e i suoi occhi si trasformarono in quelli di tutti loro. Nemmeno gli angeli, pensò, potrebbero consolarmi più di così… “One, two, tree, four”. La casa era buia, tirò la tapparelle della finestra e gli scarafaggi corsero nell’angolo. Accese il registratore. Ora devi andartene, prendi quello che ti serve quello che pensi possa durare Ma qualsiasi cosa tu decida di conservare, faresti meglio ad afferrarlo in fretta” (It’s All Over Now, Baby Blue – Bob Dylan). La zanzariera inchiodata alla parete copriva la finestra aperta e la luce gialla della strada illuminava la stanza. Bevve l’ultima goccia di whiskey, si accese una sigaretta e fece ripartire per l’ennesima volta quella canzone. Quando sei a casa finisci sempre per consumare le tue carte. Seduto da solo davanti alla finestra

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