Dino Risi: “In nome del popolo italiano” (1971) -di Gianluca Chiovelli

C’è un film, eccezionale, del 1971, “In nome del popolo italiano”. Il regista è Dino Risi; i protagonisti Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. Attori incredibili, nel senso stretto della parola: non possiamo credere, a distanza di tutti questi anni, in piena era Scamarcio/Angiolini, che ci fossero (in Italia) attori così bravi… ma lasciamo da parte le polemiche. Nel film Tognazzi è un magistrato moralista e incorruttibile, di sinistra. Gassman, invece, un imprenditore amorale e rampante, di destra. Il primo sospetta l’altro d’aver ucciso una giovanissima ragazza (una prostituta) con cui aveva una relazione extraconiugale. Sul loro scontro, giudice contro indiziato, si costruisce il film. Ma questa è solo la parte brillante, quella che ci intrattiene piacevolmente. Risi, infatti, è un Maestro. Egli ha la capacità di nascondere dietro l’apparenza di una commedia (dai toni grotteschi) un apologo ben più ampio: la distruzione dell’Italia. Molti credono che, grazie a Internet, ci sia oggi maggiore consapevolezza dei mali della nostra Patria. Evidentemente non hanno mai valutato a pieno la forza degli antichi padri della commedia nera italiana. Dino Risi e i suoi sceneggiatori (Age e Scarpelli) non solo stilavano, in pieno 1971, un resoconto esatto e spietato di ciò che era l’Italia dei loro tempi, ma prevedevano con sicurezza ciò che quell’Italia sarebbe divenuta, oggi. Il Paese che Risi ci fa vedere, con la leggerezza e la profondità del moralista classico, è una sequela di disfatte: la famiglia è implosa (Gassman è un puttaniere, Tognazzi è stato lasciato dalla moglie per un volgare gaglioffo), la società dilaniata da lotte politiche intestine, il calcio ha assorbito tutti i pensieri, il soldo conquistatore dilaga, il territorio è devastato dalla speculazione, la giustizia vive in esilio (il Tribunale, costruito con materiali di scarto e qualche tangente, crolla miseramente), la lingua italiana è in avanzato stato di putrefazione. Tutte queste cose le notiamo en passantRisi le getta lì, senza insistere o fare prediche, come a spronarci a una rilettura, o una terza lettura; e infatti il valore del film acquista spessore a ogni visione: oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, è assurto a devastante Satyricon della nazione post 1945. Il Regista insiste in particolare sulla lingua italiana… sullo sfacelo d’essa. C’è una scena rivelatrice: Tognazzi interroga Gassman mentre, nella stessa stanza, un poveraccio fa redigere un verbale su un incidente che l’ha visto coinvolto. Ecco Gassman, il ricco, colto e potente ingegner SantenocitoÈ proprio tanto riprovevole che un uomo nella mia collocazione non desideri esternizzare i suoi rapporti con una puttanella…. E ancora “La prego di attribuire a pura coincidenza la cementizzazione di talune componenti a me contrarie…”. Esternizzare in luogo di rivelare; cementizzazione invece di consolidamento. Ecco dunque il poveraccio: “È una grande falsità signor giudice. Mi trovavo a passare nel luogo suddetto quando la mia moto ebbe un inaspettabile guasto…”. Se Gassman storpia l’italiano con teppismo tecnico-futuristico (altrove parla di amore con un “linguaggio aderenziale e desemplicizzato oppure di “prevaricazionismo implicante il maggior indice di repressività), il poveraccio invece utilizza un cascame linguistico-burocratico proprio dell’Italia appena scolarizzata: entrambi, il ricco e il povero, saranno gli analfabeti del futuro, cioè quelli che vediamo oggi, nel 2017. Un visionario Dino Risi che già prefigura la postmodernità sospesa fra ultratecnicismo e afasia, tra linguaggio specialistico e gergo da emoticon: puntualmente attuatosi. In altre parole: se un broker parla oggi come un Santenocito (hedging, bond, spread, covered warrant, noch), i poveracci, di qualunque età, fanno strame di vocabolario e ortografia (TVTTB, eh eh eh, ke kulo!, anno portato). Entrambi, a diversi livelli, sono gli analfabeti del futuro; entrambi servi. Dino Risi, infatti, con quella scena semplicissima e divertente vuol solo ricordarci che un popolo che non controlla la propria lingua non comprende più la realtà… e chi non comprende più la realtà è destinato a subirla. Ma il film è profetico anche per altri versi, più superficiali. Le corrispondenze fra il personaggio di Gassman e il nostro, declinante, Cavalier Silvio Brianza sono formidabili, soprattutto quando Risi mette in bocca a Gassman queste parole: “Fanno quello che fanno [le puttanelle e la ragazza morta] perché la società è quello che è… comunque non l’ho fatta io quella che è… il posto di commessa alla Standa(rd) glielo avevo trovato…”. Non c’è bisogno che vi ricordi tutti gli agganci con la cronaca: ciascuno di voi li conosce; ma questa è solo la mezza messa; anticipatore è anche il personaggio di Tognazzi, giudice severo, moralista, inflessibile, seppur incapace non solo di comprendere il reale, ma l’Italia stessa. A un certo punto Gassman gli grida: “Lei odia me in nome dell’ideologia… lei non è un buon giudice”… e ha ragione. Tognazzi applica la propria ferrea logica a una situazione che non solo lo ripugna, ma di cui ignora la profonda complessità storica. Disprezza, ma non comprende. Si sente legittimato da una morale superiore e perciò, nel finale, crudelissimo, e visionario sino all’espressionismo, egli si renderà protagonista di un’ingiustizia somma. In lui rivive, anticipata di qualche decennio, la sicumera della sinistra che prima distrugge e poi, sulla base di una superiorità morale inesistente, s’impanca a giudice della storia. La sinistra che anni dopo sceglie Monti, Fornero e Poletti che abolisce i diritti dei lavoratori è la stessa che ciancia di antiglobalizzazione sui giornaletti progressisti e compra i libri di Naomi Klein per tacitarsi la coscienza. A questo punto si potrà credere che il film parli della destra e della sinistra… non esattamente. La pellicola mette a nudo la degenerazione delle categorie mentali della destra e della sinistra nell’Italia postbellica. Una degenerazione talmente forte che oggi la politica è scomparsa e sussiste esclusivamente, ossessivamente, il pensiero unico. Quelli che ancora si atteggiano a destri e sinistri sono dei guitti pagati per inscenare una farsa.

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