Dino Buzzati: “Il deserto dei Tartari” (1940) – di Gabriele Peritore

La fortezza Bastiani emana un fascino irresistibile. Non è bella o particolarmente attraente ma dotata di un tentacolare magnetismo per chi, come Giovanni Drogo, appena nominato Ufficiale, vuole intraprendere la carriera militare. Sarà per quella sua posizione arroccata, su un monte isolato, che domina il deserto ai confini del Regno; un’immensa  vallata desolata di cui non si scorge la fine. Scenario di epiche battaglie e in cui si attende l’imminente attacco dei Tartari, temibili e validi nemici di un tempo. Soltanto che degli antichi scontri non è rimasto che uno sbiadito ricordo… tanti sono gli anni trascorsi dall’ultimo episodio e non c’è nessun segnale, nemmeno il più insignificante, che possa far pensare che si realizzi a breve un nuovo attacco. Comprendere questa situazione di staticità perenne, sospesa e immobile, non impedisce a Giovanni Drogo, di voler far parte, comunque, del contingente di stanza alla fortezza. Qui si apre il gioco letterario del romanzo “Il deserto dei Tartari”, in cui Dino Buzzati, da abile prosatore, con un linguaggio semplice, scorrevole, al limite del fiabesco, introduce, per immagini ben tratteggiate, le tematiche della routine e dell’attesa… portando alle stampe, nel 1940, uno dei capolavori del filone surreale italiano (e anche internazionale), divenuto negli anni un punto di riferimento irrinunciabile per questo tipo di narrativa. La routine che si impadronisce dei meccanismi cerebrali, con la ripetizione, costante, sistematica, delle stesse azioni, quotidianamente e che, inevitabilmente, porta ad una condizione di amnesia dissociativa. Fare un saluto ad un superiore, con tutte le sue cerimonie, e immediatamente dimenticarlo. Fare un cambio guardia, con tutti i suoi complessi rituali e subito dopo non ricordare di averlo fatto… ma sono azioni che si fanno ogni giorno, richiedono l’impegno delle sinapsi neuronali e dei muscoli del corpo, per  poi non ricavarne che niente (tranne forse nell’emozione della prima volta), se non il logorio subdolo e angosciante. Con soltanto i suoni, assurdamente regolari, della monotona cisterna,  a misurare il tempo. Ripetuto per un numero incalcolabile di giorni che, sommati, fanno una vita. O forse è meglio dire… sottratti alla vita. Tant’è che l’avvistamento di un cavallo che si è perso suscita un clamore frenetico simile a quello dell’invasamento infantile. Senza sapere quando questo automatismo si possa arrestare, perché l’attesa è infinita. Nella fortezza Bastiani non si fa altro che aspettare. Come il coccio di pietra infilzato dal sole cocente che spera nel massaggio rinfrescante delle bende della notte; come il polverone che si alza, e sospeso, spera di rimpossessarsi delle sue zolle di suolo… e una volta a terra spera in un’altra potente folata per sollevarsi nuovamente. Per qualcuno l’attesa è fervida, è gravida, come quella della maternità,  di sogni, di desideri che crescono a dismisura. Di fantasie che dilatano e accorciano i tempi. Per qualcuno l’attesa è rilassante, è quiete profonda, simile al sonno. Occasione per godersi il frattempo senza nessuna fretta. Per qualcuno l’attesa è snervante, tribolazione, struggimento, impossibilità di agire, inazione. Comunque inevitabile attesa… perché la vita stessa è un’eterna attesa. Tutto si muove e tutto è immobile, ripetizione costante e impossibilità di cambiare le cose. Questo ciclo perpetuo che frulla l’esistenza è desolante e angosciante. Deteriorante e nello stesso tempo coinvolgente… è la vita. Anche quando Giovanni Drogo ha la possibilità di disintossicarsi, durante un periodo di permesso. Sceglie poi, di tornare alla sua guarnigione, proprio perché si è liberato dalle tossine, dimentico, quindi, del veleno sgocciolante, è pronto a riassaporarne il fascino iniziale. Al suo ritorno la fortezza infatti è cambiata, non è più in disarmo o fatiscente come la aveva lasciata ma, adesso, è organizzata, pulita, scintillante, efficiente. In realtà non è la fortezza ad essere cambiata… sono i suoi occhi a vedere in maniera diversa, perché orientati dal filtro della follia… la routine perpetrata e l’attesa infinita deteriorano l’esistenza al punto da inoculare il germe della pazzia. Aprendo all’altra tematica fondamentale: l’instabilità mentale, appunto. Vede molti suoi commilitoni morire, anche sotto il fuoco amico, perché in preda all’esaltazione… qualcuno ha sparato credendo di vedere il nemico avanzare. Lui stesso si ammala. La follia logora la mente e logora il corpo… La fortezza è allo stesso tempo l’amico e il nemico e, dopo un’attesa estenuante, forse, si incominciano ad intravedere i primi movimenti. Nel lontano orizzonte si avverte l’avvisaglia di un’avanzata minacciosa: i famigerati, fantomatici Tartari, come un esercito proveniente dall’inferno, marciano verso la fortezza… ma Giovanni Drogo, adesso è impegnato, nella più grande e ardua battaglia con la Morte. Il periodo di pubblicazione del libro si offre a un simbolico parallelismo tra la fortezza Bastiani e il sistema capitalista. Inevitabilmente, ci si può interrogare su cosa abbia rappresentato la fortezza per Buzzati… e cosa possa rappresentare per noi oggi. Oltre ad essere un grande scrittore (ma anche pittore, sceneggiatore, illustratore e tanto altro) – basterà ricordare, “Barnabo delle montagne” (1933) o “Il segreto del Bosco Vecchio” (1935) – Dino Buzzati è stato uno stimatissimo corrispondente de Il Corriere della Sera e, proprio al suo periodo lavorativo al quotidiano risale l’elemento della routine entrato nella sua esistenza e che gli ha fatto nascere l’idea di una possibile trasposizione letteraria. Una riflessione amara, desolante, quindi angosciante, su un sistema che incanta, con tutto il suo fascino, ti illude con la possibilità di fare una carriera, una scalata sociale… e ingabbia in questi automatismi ripetitivi dannosi per la fragile essenza umana, da traboccare in malattia, in follia. Non è più il castello irraggiungibile di K., creato dal genio di Kafka. La fortezza fa di tutto per inglobarti, per farti entrare nei suoi meccanismi.  Quello che accadeva ai tempi di Buzzati e che accade ancora oggi… solo che la fortezza non ha più bisogno di affascinarci. Si è ormai impossessata delle nostre vite, ci nutre con illusioni telematiche e poi, una volta che ci ha masticato e metabolizzato, non sa più che farsene delle nostre misere esistenze. Dalla speculazione filosofica e artistica si è passati ad un pericolo vero… reale.

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2 pensieri riguardo “Dino Buzzati: “Il deserto dei Tartari” (1940) – di Gabriele Peritore

  • luglio 17, 2018 in 3:19 pm
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    L’esercito dei Tartari, provenienti dall’inferno, quanto assomiglia alla flotta delle barche sul mediterraneo… The cool key of Peritore!

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  • luglio 17, 2018 in 10:08 pm
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    E sì, purtroppo sì… Si può interpretare anche così… Qualcuno ci vuole far credere che ci siano invasioni che provengono da altri deserti e dal deserto del mare…

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