Diana Krall: “Turn Up The Quiet” (2017) – di Magar

Avvicinarsi a un album di Diana Krall è un privilegio oltre che un piacere: la Signora del Jazz sprigiona classe ed eleganza da ogni poro, e anche la sua musica, sofisticata e raffinata, non può esimersi dal fare altrettanto. Giunta al suo tredicesimo disco, incurante del fatto che ormai sia considerata una delle icone del Jazz contemporaneo coniugato al femminile, Diana torna a proporci il suo Jazz da Camera, avvalendosi ancora una volta dello splendido lavoro in fase di produzione di Tommy LiPuma, abile come sempre a realizzare un suono pulito, articolato e pur semplice nella sua pienezza, mettendo in evidenza la qualità del tocco di ogni singolo musicista. Registrato e mixato presso i Capitol Studios di Hollywood da Al Schmitt, un altro pezzo da novanta dell’ambiente. “Turn Up The Quiet” si compone di 11 tracce, e ci offre una pagina di pura libertà interpretativa, come ha avuto modo di spiegare la stessa Diana Krall a riguardo: “Ho pensato a questi brani a lungo. La compagnia di alcuni fra i miei migliori amici – anche sul piano musicale – mi ha permesso di raccontare queste storie esattamente nel modo che desideravo. A volte, si deve semplicemente far emergere il silenzio per essere sentiti meglio”. Nonostante l’aurea decisamente mainstream che circonda il personaggio ( è bene ricordare che Diana ha venduto oltre 15 milioni du dischi nel mondo, ricevendo cinque Grammy Awards, otto Jun Awards, nove dischi d’oro, tre di platino oltre a ben sette Multi platino), è la semplicità la prima cosa che esce dai solchi di questo album. Il tocco morbido del pianoforte e la voce suadente intrattengono in modo accattivante l’ascoltatore, offrendo trame sonore ritmate e romantiche, in grado di ammaliare sia chi con il Jazz ha poco a che fare, sia coloro che invece navigano spesso nelle sue acque; del resto è evidente che questa capacità abbia sempre contrassegnato i lavori dell’artista canadese, in grado di debuttare con nove dei suoi album, in cima alla Billboard Jazz Albums. Alternando varie formazioni, dallo splendido trio di Like Someone in Love (nella quale è accompagnata da Christian McBride al contrabbasso e da Russell Malone alla chitarra), al quintetto ove spiccano Karriem Riggins alla batteria, Tony Garnier al contrabbasso (con una apparizione di Stuart Duncan al violino) che si esibisce in una pregevole I’ll See You In My Dreams; L’Artista canadese dà sempre l’impressione di essere al centro della scena, pur mettendosi a disposizione dei musicisti che la accompagnano. Anche nella pregevole Sway, con il chitarrista Anthony Wilson, il contrabbassista John Clayton Jr. e il batterista Jeff Hamilton, è evidente la capacità di sapersi porre esattamente nel modo più consono. La centralità offerta dal pianoforte e dalla voce sa sempre quando è il momento di rendersi evidente e quando invece ritagliarsi uno spazio a margine, lasciando ad altri il compito di portare avanti il discorso musicale. Ascoltare un classico quale Night and Day di Cole Porter, riproposto in versione decisamente smooth, in fin dei conti non stupisce più di tanto (pur ripensando alla celebre versione del 1962 di Frank Sinatra che la propose anche in modo decisamente più swing), perché l’essenza del Jazz di Diana è sopratutto concentrata nella meticolosa cura con la quale affronta ogni brano. Dopo essersi cimentata in modo autorevole con un album di cover provenienti dal mondo rock (“Wallflower” del 2015), Diana torna nel mondo che più le appartiene, regalandoci un classico che si fa apprezzare in qualsiasi momento. Puro entertainment, ma di classe.

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