Diana Krall: La Musa del Jazz – di Lino Gregari

Quando pubblicò, nel lontano 1993, il suo primo Album (“Stepping Out”) Diana Krall aveva 29 anni, e probabilmente neppure lei si aspettava una carriera così brillante e ricca di soddisfazioni. Eppure i presupposti c’erano tutti: la voce era già matura, calda e suadente, la scelta dei brani azzeccata, compreso un pezzo scritto di suo pugno, e la presenza di un must del calibro di Body and Soul e la  sezione ritmica composta dal contabbassista John Clayton e dal batterista Jeff Hamilton, lasciava chiaramente intendere che la ragazza aveva stoffa da vendere. Il primo ad accorgersene è Tommy LiPuma, produttore discografico di primo livello ( ha lavorato tra l’altro con Miles Davis) che sceglie di produrre il suo secondo lavoro, “Only Trust Your Heart” del 1995, in grado di farla uscire dall’anonimato in modo suadente ed elegante. La voce sussurrante e piena di grazia ben si sposa alle atmosfere Smooth Jazz cesellate dal suo tocco pianistico; i brani sono ancora scelti con cura, e chiamano in causa Peggy Lee, Benny Carter e Duke Ellington tra gli altri, mostrando una classe cristallina; è però il terzo lavoro che permette a Diana di entrare veramente nel giro che conta: “All for You (A Dedication to the Nat King Cole Trio” del 1996, riceve una nomination per i Grammy, e rimane nella Billboard Jazz Album per ben 70 settimane. Sempre prodotto da LiPuma e inciso per la leggendaria Impulse, il disco è un brillante esercizio di stile, che mette in mostra tutte le qualità di un Artista in grado di mettere d’accordo il mainstream più classico e la qualità cara ai puristi del Jazz. Diana è bella e brava, è affascinante e sexy, qualità non trascurabili, ma suona e canta maledettamente bene: il mondo del Jazz ha una nuova Musa da celebrare. Non è cosa da poco, visto il fisico che si ritrova; perché se incontri per strada una donna come Diana, beh…non è che proprio stai lì a pensare che possa essere una grande artista. La figura dell’artista in se è eterea, non ha fisico, la iconizzi con la sua voce e le sue canzoni; l’aspetto è secondario, viene molto dopo. Con lei le cose sono diverse: quando sale sul palco, quando entra in scena, lo charme prende il sopravvento, e resti ammaliato ancora prima che la musica e la voce rapiscano i tuoi sensi. Nel 1999 da alle stampe “When I Look in Your Eyes” che le regala la prima posizione nella classifica Jazz Albums, e la porta dritta a vincere un Grammy come Best Jazz Vocal Album, la cui cosa è, a dirla tutta, abbastanza riduttiva. Diana canta molto bene, ma il disco non è certo solamente un Jazz Vocal Album: è morbido e ben dosato, equilibrato e suonato magistralmente, con musicisti di primo livello che la accompagnano degnamente.
La chitarra di Russel Malone, il sax di Pete Chrislieb e il vibrafono di Larry Bunker, tra gli altri, creano un suono parco ed elettrizzante che ha pochi riscontri nel Jazz contemporaneo. Merito sicuramente di Claus Ogerman, arrangiatore e compositore di primo livello che collabora da sempre con i grandi (Antônio Carlos Jobim, Frank Sinatra, Barbra Streisand, João Gilberto, Sammy Davis Jr., Ben E. King, ecc…) e che la segue anche nel successivo “The Look of Love” del 2001. Con questo album Diana diventa a tutti gli effetti un fenomeno di livello mondiale, arrivando in classifica ovunque: Australia, Francia, Canada, Nuova Zelanda, accumulando vendite che producono un disco d’oro e ben otto di platino. “The Look of Love” è un disco magico, con una copertina incredibile, che contiene standards di prima grandezza e vede la partecipazione della London Symphony Orchestra e della Los Angeles Session Orchestra. Utilizzando brani come ‘S wonderful. Besame Mucho, Daning in the Dark e The Look of Love, Diana disegna un percorso raffinato ed elegante, capace di entrare nel soul dei neofiti come in quello degli ascoltatori più esigenti. 
Da qui in poi Diana non abbasserà mai il livello dei suoi album e, anche grazie a partecipazioni e duetti creati ad hoc, manterrà una visibilità unica e decisamente fuori standard per l’elitario mondo del Jazz. Il matrimonio con Elvis Costello, nel 2003, arricchisce ancora di più il potenziale artistico di Diana Krall; ne è la prova lo strepitoso “The Girl in the Other Room” del 2004, nel quale Elvis è coautore di 6 brani. Il mercato europeo la accoglie a braccia aperte, e Norvegia, Austria, Francia, Italia e Svizzera ne celebrano giustamente i fasti. Sempre sotto la produzione di LiPuma e inciso per la Verve, “The Girl in the Other Room” segna un significativo strappo con le opere precedenti: Diana scrive, pur con il fondamentale aiuto del marito, in modo impeccabile ed elegante e apre all’interpretazione di brani di artisti che orbitano fuori dall’area Jazz: Tom Waits, Joni Mitchell e Mose Allison entrano nel suo songbook, rivitalizzandolo. Il cerchio si chiude, e ci consegna una artista a tutto tondo, capace di trasformare ogni singolo concerto in una esperienza sensoriale di primo livello; la sua elegante figura seduta al fedele Steinway & Sons sono ormai un classico irrinunciabile per tutti coloro che amano le “Good Vibrations”Ascoltate la sua versione dei classici Heart of Gold di Neil Young, Desperado degli Eagles e California Dreamin’ dei Mamas & Papas tratte dall’ultimo “Wallflower” del 2015, e capirete di cosa stiamo parlando.

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