Dennis Wilson: “Pacific Ocean Blue” (1977) – di Ilario Galati

Dennis Wilson era l’unico Beach Boys che sapeva cavalcare le onde. Anzi, a dirla tutta, era l’unico a non apparire fuori posto su una spiaggia: lunghi capelli biondi e folta barba, un fisico da atleta bruciato dal sole, un bel sorriso e degli occhi tristi. Di sicuro era più a suo agio sulle spiagge della California rispetto al fratello Brian, quel genio indiscusso del pop che veleggia sorprendentemente verso gli 80 anni, mentre il minore Dennis se n’è andato prima di compierne 40. Dennis non ha il genio di Brian, no… e non ha le corde vocali del terzo Wilson, Carl, e del cugino Mike. Dennis suona la batteria, cavalca le onde e beve tanto, oltre ad avere una insana passione per fumo e sostanze. Dennis è il Beach Boys che entra in contatto con Charles Manson; Dennis è quello che si sposa e divorzia con grande lena (siamo in California, e Neil Young in una sua canzone ci fa pure un po’ di ironia sui divorzi in stile West Coast); Dennis è il Wilson bello che viene chiamato dal cinema. Ma Dennis se l’è preso l’oceano di Marina del Rey, in un incidente dalla strana dinamica, mentre era a bordo dello yacht dell’amico Bill Oster. Dennis è però anche l’autore di un disco molto intenso e singolare, che vendette mediamente bene alla sua uscita nel 1977, ma che poi divenne una sorta di oggetto di culto per palati fini, anche per via della difficile reperibilità. “Pacific Ocean Blue” (Caribou Records 1977) esce nell’anno della deflagrazione del punk rock, e da questo è probabilmente la cosa più distante che si possa immaginare. Cori, barocchismi, folk, soul, melodia. Attorno a questo album, a voler scavare, c’è tanto di quel mistero che ancora oggi non sappiamo davvero se certe cose siano orchestrate ad arte, o se tutto sia riconducibile a quel consumo di sostanze che ha segnato non poco la vita dei Wilson bros. Ad esempio, il progetto solista di Dennis nei primi 70 stenta a decollare, sia perché i Beach Boys sono un lavoro a tempo pieno (benché fatichino non poco a sopravvivere alla loro leggenda), sia perché – a detta dei testimoni dell’epoca – Dennis ha molta poca stima di se stesso. Ad aiutarlo fattivamente è proprio il fratello maggiore, che pare lo incoraggi, oltre a insegnargli a prendere un po’ di accordi sulla tastiera. Quel fratello che, all’uscita di “Pacific Ocean Blue”, si dirà entusiasta della qualità del lavoro di Dennis. Lo stesso fratello che qualche decennio dopo, in occasione della ristampa del disco, in una intervista dirà di non averlo mai ascoltato: Pitchfork: “I was also curious, did you follow along this year with the reissue of Dennis Wilson’s album…” Brian Wilson: “No, I haven’t heard it yet”. Pitchfork: Yeah, Pacific Ocean Blue was reissued this year to critical acclaim. A lot of people were going back to it after a long time. I didn’t know if you had been following…” Brian Wilson: “Yeah. That was the early. I never heard that album, you know?” (da una intervista di Mark Richardson pubblicata su Pitchfork nel settembre 2008). Non saremo certo noi a fare chiarezza sulle dichiarazioni di Brian, ma crediamo che certe dinamiche possano inquadrare il caos nel quale Dennis provava a far emergere quello che aveva dentro. Anche perché, a detta del suo autore, “Pacific Ocean Blue” è un disco mediocre, uno sbaglio: così sosterrà Dennis in alcune interviste durante la preparazione dell’opera successiva, “Bambu”, che non vedrà mai compiutamente la luce. Registrato (e in parte scritto) insieme a Gregg Jackobson tra il settembre del 1976 e la primavera del 1977 ai mitici Brother Studios di Santa Monica, “Pacific Ocean Blue” si annuncia con una copertina nella quale campeggia in primissimo piano Dennis: è una bella foto, ma il volto del musicista appare sofferente e provato, oltre a sembrare ben più vissuto di quei 32 anni che registra l’anagrafica. In un articolo, il critico musicale Eddy Cilìa parla di una “tristezza indicibile” che traspare da quello scatto. Concordiamo ma è anche una foto che, se forse dice tanto della vita di Dennis, racconta ben poco della materia musicale incisa nei solchi del disco: nel senso che “Pacific Ocean Blue” non è un disco propriamente malinconico. Non che il mood sia da party, ma è un disco ricchissimo di intuizioni, con una componente ritmica preponderante e complessivamente ridondante di suoni. Niente a che vedere, secondo noi, con “15 Big Ones” e “Love You”, gli sterili due dischi dei Beach Boys che si accavallano a “Pacific Ocean Blue”. Il brano di apertura, River Song, introdotto da poche note di pianoforte, è subito invaso dai cori che riempiono tutti gli spazi, sino a trasformare la canzone in un gospel moderno, che Dennis prende per mano e conduce verso un blues bucolico senza che i cori arretrino di un centimetro. È francamente un gioiello, grazie anche alle pause nelle quali torna il fraseggio iniziale dei pianoforte, e agli archi che fanno progressivamente crescere il pathos. È un pezzo dalla morale ecologista: magari il testo pecca di “naïveté” ma ha una forza non comune ed è il miglior modo per aprire quel disco, nonostante parli di campagna e di fiumi invece che di mari blu. L’altro elemento che colpisce è la distanza siderale a livello stilistico che c’è tra le canzoni di “Pacific Ocean Blue” e la musica dei Beach Boys: Dreamer è un jazz-funky sporco e notturno guidato dall’organo e dai fiati, Time è una ballata dal finale nero che non ti aspetti, la title-track è un blues sexy che non sfigurerebbe nel repertorio di un soul singer navigato. Insomma, in “Pacific Ocean Blue” emerge una vena di negritudine pressoché irrintracciabile nella psichedelia barocca e pop di quel genio del Wilson maggiore. Ovviamente, non mancano brani più direttamente riconducibili alla vicenda artistica della “casa madre” – la bella Rainbow, condotta dal mandolino e scritta a quattro mani col fratello Carl, il pop coi fiati in levare di What’s Wrong, o la tenera Thoughts of You che contiene forse la strofa più struggente e autobiografica, ovvero “Loneliness is a very special place” – ma è chiaro che ad emergere sono le differenze, ed in particolar modo quella capacità non comune di surfare tra molteplici stili e ispirazioni. Poi, chiaramente, le vicende che girano attorno all’Autore hanno reso “Pacific Ocean Blue” un disco di culto, perlomeno presso un certo tipo di appassionati, ma la sostanza di cui è fatto non smette di brillare ad oltre 40 anni dalla sua realizzazione… e questo crediamo prescinda da ogni mitologia. Parliamo di mitologia non a caso: nel bel documentario della BBC intitolato “Dennis Wilson: The Real Beach Boy”, si racconta che il corpo di Dennis fu ritrovato in posizione fetale, il che è decisamente bizzarro, dato che chi muore annegato di solito mostra i segni di lotta per sottrarsi al proprio destino. C’è chi, dunque, suggerisce che Dennis avesse accettato la sua fine e fosse morto in pace. Peraltro, per intercessione dell’allora presidente USA Ronald Reagan, il corpo di Dennis fu sepolto in mare senza essere cremato, come invece prevedono le normative americane in materia. Anche in questo caso, a scavare nelle pieghe della stampa dell’epoca, si scoprono cose interessanti: Nancy, moglie di Ronald, era fan dei Beach Boys i quali, qualche mese prima della morte di Dennis, furono chiamati a partecipare ad un evento filantropico e, grazie alla loro presenza, furono raccolti molti verdoni da devolvere in beneficenza. Reagan, parlando al chitarrista Al Jardine, si rese disponibile nel caso in cui in futuro la band avesse avuto bisogno di qualcosa. Pochi mesi dopo, a tragedia avvenuta, la madre e la moglie di Dennis si rivolsero direttamente al Presidente per comunicare le ultime volontà del musicista… e Reagan mobilitò la Guardia Costiera di Long Beach per predisporre la sepoltura in mare. Pochi giorni dopo la tragedia, l’equipaggio della Point Judith raccolse la famiglia di Dennis e navigò su un Pacifico particolarmente placido, sino ad arrivare in acque internazionali profonde all’incirca 600 piedi, dove il corpo di Dennis Wilson fu riconsegnato all’Oceano. In definitiva, un disco da ricercare e possedere, per quello che rappresenta e per la musica che contiene. Magari nella versione deluxe, ristampata in occasione del trentesimo anniversario che, oltre alla tracklist originaria, contiene quattro tracce scartate più tutto il materiale inciso per il successore di “Pacific Ocean Blue”, quel “Bambu” (reintitolato per l’occasione “The Caribou Sessions”) che potremmo considerare a tutti gli effetti uno dei dischi fantasma del rock, e che Dennis non riuscì mai a portare a termine: prima per problemi economici e per impegni legati alla band, poi, naturalmente, per quel tragico incidente in mare.

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