Denis Villeneuve: “Blade Runner 2049” (2017) – di Dario Lopez

Riprendere in mano il lavoro realizzato da Ridley Scott nel lontano 1982 per “Blade Runner”, nonostante il benestare di Scott stesso, si sarebbe potuta rivelare un’operazione molto rischiosa, se non dal punto di vista del botteghino almeno sull’impatto potenziale che il film avrebbe potuto avere su critica e pubblico. Fortunatamente il regista Denis Villeneuve riesce a trovare il giusto equilibrio tra il suo sguardo personale, le novità apportate al mondo di “Blade Runner” e il rispetto dell’opera originale e dei suoi stilemi, magari allontanandosi ancora un poco da quanto scritto da Philip K. Dick nel racconto che ha ispirato il primo film ma cogliendo alcuni punti fondamentali nel corpo d’opera dello scrittore di Chicago. Volendo tirare subito le somme, anticipando le conclusioni che solitamente si trovano solo al fondo di un commento al film, possiamo dire che non solo il “Blade Runner 2049” di Villeneuve non delude le aspettative ma anche che, sotto alcuni aspetti, potrebbe mettere a tacere una parte dei detrattori scagliatisi contro il film diretto da Scott. Come abbiamo detto qualche giorno fa a proposito del film del 1982, a questo si muovevano critiche riguardo i ritmi lenti e una trama poco articolata e intrigante. Intanto mi preme aprire una parentesi per esprimere un’opinione personale sul primo appunto, penso che i ritmi lenti non siano un difetto a priori, dovremmo sempre riflettere sul fatto che prima di oggi c’è stato tanto Cinema, di tutti i tipi, che fuori dai soliti confini noti ce n’è molto altro ancora, e che non tutto questo Cinema, pur producendo ottimi film, viaggia o ha viaggiato a 900 km/h. Da spettatori dovremmo imparare la pazienza, questa molto spesso paga (non sempre per carità, ci sono anche tantissimi prodotti lenti da cestinare senza ripensamenti). Diciamolo senza giri di parole, i ritmi lenti persistono e il film è ancora più lungo del primo (163 min.), mettetevi il cuore in pace. Si è invece costruito di più sullo sviluppo della vicenda, il lavoro fatto sulla tensione e sulla suspense potrebbe soddisfare anche il pubblico che criticò il primo film, nonostante alcuni fatti siano intuibili con un certo anticipo dallo spettatore (che rimane però sempre con il dubbio). L’ottima messa in scena di Villeneuve, graziata dalla fotografia opprimente di Roger Deakins, stimola a seguire con attenzione l’incedere (lento) della storia. Sono passati trent’anni da quella famosa caccia ai replicanti, gli odierni esseri artificiali, modelli più avanzati dei vecchi replicanti prodotti dalla Tyrell Corporation, sono stabili e integrati nella società, alcuni di loro come l’agente K (Ryan Gosling) hanno addirittura ruoli operativi nel LAPD, nella fattispecie con il compito di rintracciare e ritirare (eliminare) i vecchi modelli Nexus, inclini alla ribellione. Durante una delle sue missioni l’agente K rinviene degli interessanti reperti che, una volta analizzati, attestano da parte dei replicanti lo sviluppo della capacità di riprodursi, scoperta questa potenzialmente in grado di dare il giro alla società che si è venuta a creare negli anni. Sul luogo del ritrovamento dei reperti K rinviene anche un’incisione con una data, una data particolare presente anche in un suo ricordo d’infanzia che dovrebbe essere falso e impiantato dall’azienda che costruisce i nuovi replicanti e che fa capo a Niander Wallace (Jared Leto). Semplice coincidenza o qualcosa di più? Le indagini, anche non autorizzate, di K porteranno a ricollegare le vicende attuali alle figure del vecchio Rick Deckard (Harrison Ford) e della sua amata Rachael. L’impatto di “Blade Runner 2049”sulla cultura pop non lascerà quasi certamente i segni lasciati dall’illustre predecessore, non per demerito del prodotto in sé ma più che altro per un’abitudine e un’assuefazione del pubblico all’uscita di film sempre più spesso destinati a una fruizione usa e getta, persi tra una miriade di produzioni e stimoli che tra sala, televisioni, Netflix (e simili), rete, serialità televisiva, raggiungono quantitativi impressionanti e allo stesso tempo ridicoli… insomma, se da un lato non ci neghiamo nulla, dall’altro rischiamo di non dare nemmeno il giusto valore a ciò che magari lo meriterebbe. Tra un po’ di tempo probabilmente “Blade Runner 2049” ce lo saremo già scordato, in attesa del nuovo Star Wars. Detto questo, il film è visivamente potente, cupissimo e ci permette di esplorare il mondo che c’è al di fuori della città di Los Angeles: cancella ogni barlume di luce, la speranza è tutta interiore, nascosta tra mille dilemmi, appannaggio in maniera significativa più della vita artificiale che di quella umana. Ottima l’idea di sondare l’autocoscienza del sintetico (ecco prepotentemente Dick) non solo per tramite del protagonista K, ma finanche in quello che dovrebbe essere il prodotto virtuale di compagnia, di servizio, del replicante K… l’intelligenza artificiale Joi (Ana de Armas). In più due esseri sintetici tra loro fisicamente incompatibili, in qualche modo romanticamente innamorati: Villeneuve ci presenta una sequenza di tentata unione da applausi, le idee non mancano e sono portate sullo schermo con grande maestria. Ottimi i collegamenti tra i due film che, seppur diversi, non stridono affatto, Harrison Ford è ancora un Rick Deckard credibilissimo, forse più di quanto lo era in origine, grazie a una raggiunta maturità che l’attore riversa sullo schermo con sapienza. Alcuni tasselli, diversi simbolismi, le stesse marche del product placement e altri piccoli rimandi, sono le rifiniture capaci di riportare lo spettatore a casa, almeno quelli che più hanno amato “Blade Runner”. Il film c’è, Denis Villeneuve c’è, il cast c’è… a volte non è detto che alcuni capisaldi intoccabili lo siano poi davvero fino in fondo. Si è rimesso mano alla materia con classe e soprattutto rispetto. Qualcuno continuerà ad apprezzare, qualcuno a criticare… giusto, sta tutto nell’ordine delle cose. L’importante è che non si sia sciupato un ricordo solo per tirare su dei soldi, questo non è avvenuto, ed è già un grandissimo risultato.

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