Delirium: “Dolce Acqua” (1971) – di Alessandro Freschi

Se per puro spirito di curiosità vi divertiste a scorrere i titoli dei 45 giri presenti nel catalogo dall’etichetta Telerecord, non manchereste di notare che accanto ai nomi di rinomati esponenti della musica leggera di fine anni sessanta (Luciano Tajoli, Tony Dallara, Mario Tessuto) trovano spazio due formazioni beat provenienti dall’area genovese: i Satelliti ed i Sagittari. Quest’ultima è entrata a far parte della scuderia del patron Natalino Otto, “Re dello Swing all’italiana”, grazie all’interessamento dell’arrangiatore Gian Piero Reverberi (Paoli, Tenco e De Andrè), e vanta all’attivo una manciata di singoli  (sei, per l’esattezza)  di buona fattura. Dopo alcuni avvicendamenti in line-up, agli albori del nuovo decennio la band – composta da Mimmo De Martino (chitarra, voce), Peppino Di Santo (batteria), Ettore Vigo (tastiere) e Marcello Reale (basso) – decide di intraprendere nuovi percorsi artistici volti all’esplorazione di sonorità jazz-rock. Nell’inedito progetto viene coinvolto un flautista-cantante ammirato in interessanti jam session al Revolution, locale di Via Carcassi a Genova. Il nome del giovane musicista in questione è Ivano Alberto Fossati e con lui i Sagittari si trasformano in Delirium
“Se in America hanno i Chicago e i Blood, Sweat and Tears, se in Inghilterra hanno i Colosseum, noi assistiamo alla nascita di un gruppo che rischia di diventare la loro controparte italiana, sia per intensità e sincerità di intento che per mezzi artistici naturali”Sono termini decisamente lusinghieri quelli con i quali il critico musicale e cantante Lilian Terry introduce il gruppo dei Delirium nelle note all’interno della copertina del long-playing “Dolce Acqua” (1971). È in virtù di un 45 giri (l’inno hippy Canto di Osanna), realizzato sotto la supervisione artistica dell’eclettico chitarrista dei New Trolls Nico Di Palo, che il gruppo è riuscito in brevissimo tempo a farsi conoscere ed apprezzare dal grande pubblico che non ha mancato di applaudirlo nelle performance sui palchi dei grandi raduni pop di Palermo e Reggio nell’Emilia (Davoli Pop). La vittoria del concorso “La Strada del Successo”, indetto dall’emittente radiofonica del principato di Monaco, Radio Monte Carlo, e il successivo premio “Rivelazione”, conseguito al primo Festival di Musica D’Avanguardia e Nuove Tendenze (tenutosi presso la pineta di Lagomare a Torre Del LagoViareggio) hanno proclamato Fossati e soci al ruolo di essenziali protagonisti del gorgogliante scenario rock italiano di inizio settanta, maturi al punto giusto per poter affrontare un progetto sulla lunga distanza. “Dolce Acqua”, distribuito sul mercato a fine 1971 dalla Fonit Cetra, rappresenta l’opera prima a firma Delirium. Ad onor del vero il solo componente della band a comparire nei credits è Ivano Fossati nelle vesti di autore dei testi; gli altri elementi, seppur co-autori delle musiche, al momento non risultano iscritti alla S.I.A.E. e la label milanese all’atto della registrazione dell’opera ricorre all’escamotage di attribuire la paternità del commento sonoro a Mario Magenta, suo dirigente regolarmente registrato all’ente che cura i diritti d’autore. Inaspettatamente, scorrendo la scaletta, salta agli occhi l’assenza (voluta) del successo Canto di Osanna.
Otto brani inediti quindi tenuti insieme, come nella migliore tradizione concept, da un fil-rouge che racconta l’uomo attraverso i suoi stati di animo, le sue emozioni. È la delicata ballata acustica Preludio (Paura) ad inaugurare la prima facciata dell’album, un opener suggestivo nel quale la profonda voce di Fossati duetta con i leggiadri registri canori del batterista Di Santo. Il “piatto forte della casa”, quel flauto traverso che campeggia al centro dello psichedelico art work di copertina, fa la sua agitata irruzione nei solari orditi della danza latineggiante Movimento I (Egoismo), anticipando le melodiche arie del successivo Movimento II (Dubbio), eseguito da De Martino e suggellato da una insospettata chiusa orchestrale. To Satchmo, Bird and other unforgettable friends (Dolore) sintetizza il sincero tributo della band nei confronti di artisti straordinari considerati imprescindibili punti di riferimento; in particolar modo la dedica è rivolta al genio assoluto Roland Kirk, padre naturale di una nutrita schiera di talentuosi flautisti (dal tulliano Ian Anderson allo stesso leader dei Delirium). Le spirali psichedelico-folk della strumentale Sequenza I e II (Ipocrisia-Verità) inaugurano la B-Side, lasciando intravedere originali sfumature stilistiche che di lì a poco (Sanremo 72) si riveleranno particolarmente vincenti. Dedicata ad uno dei duecentoquarantotto personaggi dell’antologia “Spoon River”, Johnny Sayre (Perdono), è prova di spessore nella quale Fossati si rivela abile nel riadattare la poesia di Edgar Lee Masters in quella che assume a tutti gli effetti i connotati della sua “prima volta” da cantautore.
Il racconto visionario Favola o storia del lago di Kriss (Libertà), argomentazione cara alla frangia progressiva folk-medievale, introduce il raffinato epilogo Dolce Acqua (Speranza) dove, immancabilmente, sugli scudi torna ad imperversare il flauto. Il numero di copie vendute non è certamente da capogiro ma sull’onda benevola scaturita dalla partecipazione al Festival di Sanremo 72 con Jesahel, colorato inno flower-power che conquista per ben sei settimane il primo posto della Hit Parade di Luttazzi, “Dolce Acqua” (pur non contenendo la hit festivaliera, inserita in coda alla track list per la prima volta nella ristampa su compact del 1989) diventa l’undicesimo 33 giri italiano più venduto del 1972. Una fugace apparizione sul set del film “Continuavano a chiamarli i due piloti più matti del mondo” di Mariano Laurenti, interpretato dalla coppia Franchi-Ingrassia e la partecipazione alla manifestazione “Un Disco per l’Estate” con Haum segnano la conclusione dell’esperienza di Fossati con la band.
Animato sempre più da velleità solistiche, una volta assolto l’obbligo di leva, Ivano incide il suo primo 45 giri, Beati i ricchi, colonna sonora della pellicola omonima di Samperi, nel quale canta sulle musiche del Maestro argentino Luis Enrique Bacalov. Tutto ciò mentre il fiatista inglese Martin Grice, proveniente dai Boomerang, lo rimpiazza contribuendo alla pubblicazione di due interessanti lavori, “Lo Scemo e il Villaggio” (1972) e “Delirium III – Viaggio negli Arcipelaghi nel Tempo” (1974). Il progetto Delirium si arresta definitivamente nel 1975 per riaccendersi a distanza di due decenni sulla rinnovata spinta di tre delle sue colonne portanti: Martin Grice, Ettore Vigo e (fino al 2012) Peppino Di Santo. “Il Nome del Vento” e “L’Era della Menzogna”, rispettivamente nel 2009 e nel 2015, sono testimonianze discografiche convincenti che tornano a conferire lustro ad uno degli gruppi storici del rock  progressivo italiano. Ben supportati da un talentuoso drappello di giovani musicisti, gli storici membri dimostrano di riuscire ancora a far sventolare il vessillo Delirium con competenza ed infinita passione. Decisamente  Liberati dal cemento e dalle luci”.

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