Delbert McClinton & Self-Made Men: “Prick Of The Litter” (2017) – di Magar

Erano ben quattro anni che attendevo il nuovo Album di Delbert McClinton, veterano del Blues Rock americano che ha contribuito a fare la storia del genere, ossia dai tempi di “Blind, Crippled and Crazy” del 2013, e devo dire subito che l’attesa è stata ben ripagata. Nativo di Lubbock, ma cresciuto a Forth Worth (entrambe località musicalmente molto note del Texas) Delbert è un pioniere attivo come sideman già nel 1972 e come band leader dal 1972; oltre a suonare la chitarra, è un eccellente armonicista, e non disdegna affatto cimentarsi al pianoforte. In pratica uno degli artisti più completi che la scena Blues Rock americana abbia mai prodotto. Dopo essersi fatto le ossa con una di quelle band che accompagnavano i Grandi Nomi nei club della zona (parliamo di gente del calibro di Sonny Boy Williamson II, Howlin’ Wolf, Lightnin’ Hopkins e Jimmy ReedDelbert McClinton acquisisce il sapere necessario a produrre in seguito tutta una serie di Album nei quali dosa in modo magistrale Blues e Soul, misti a quella venatura Country per la quale gli americani vanno letteralmente pazzi. Uno dei suoi brani più famosi, Two More Bottle of Red Wine viene inciso da molte Stars della Musica Country, fino a diventare un vero e proprio classico del genere; la splendida versione che Emmylou Harris ne fa nel suo Album capolavoro “Quarter Moon in a Ten Cent Town” spiega meglio di mille parole la qualità del songwriting di Delbert. Tornando a noi, da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, eppure il suo nuovo lavoro risulta un vero e proprio lampo nel buio, una squarcio di luce che illumina la stanca scena Blues e Soul americana. “Prick Of The Litter” è quanto di meglio ci sia attualmente in circolazione e si presenta come un disco in grado di piacere ai fans di ogni genere, senza disdegnare quel carattere un po’ naif che da sempre accompagna la carriera di McClinton. Prendiamo ad esempio un brano come Doin’ What You Do che sembra uscito da un disco degli Steely Dan (“Aja”, tanto per citarne uno) ma con un incedere che sarebbe piaciuto cantare al grande Joe Cocker; un brano così è cosa da pochi, dosato in modo perfetto e con tutte le sue parti al posto giusto: una lezione regalata al mondo. Per non parlare poi dell’incredibile mid tempo di San Miguel, vera e propria perla di Classic American music che vedo pronta a grandi interpretazioni. Resta comunque riduttivo parlare del disco elencandone i singoli brani, credo sia sufficiente dire che non c’è una nota fuori posto e che il suono, l’arrangiamento e la produzione sono da grande classico. Ciascuno di voi ascoltandolo troverà brani che più rispecchiano la propria personalità ma è il disco nella sua interezza che funziona alla perfezione, regalandoci 40 minuti di puro ed elegante entertainment, scritto in modo magistrale e suonato con la grazia che solo i grandi hanno.

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