Deep Purple: “Whoosh!” (2020) – di Maurizio Garatti

17 luglio 1968: la Tetragrammaton Records, pubblica per il mercato americano l’album “Shades of Deep Purple“, esordio dei Deep Purple, che poi viene edito anche nel Regno Unito (due mesi dopo) dalla Parlophone, e ben cinquantadue anni dopo, eccoci a scrivere di “Whoosh!“, ventunesimo album di un gruppo che, dato sempre per morto, non finisce mai di stupire, se non altro per coerenza e resistenza. Il paragone con le altre cariatidi del Rock, i Rolling Stones, non può che risultare evidente, date le età anagrafiche dei soggetti ma, le similitudini si fermano qui: il tiro dei band inglese è decisamente più duro e meno blues. Certo che cinquantadue anni sono davvero tanti: devi averne di verve per affrontare di nuovo la sala d’incisione e tutto ciò che segue.
Comunque, i Deep purple pubblicano un nuovo disco e la storia pare essere giunta al capolinea: intendiamoci, “Whoosh!” non è un brutto disco, forse un po’ troppo lungo, ma in definitiva possiamo annoverarlo tra le cose migliori dell’ultimo periodo della Band. Sostanzialmente l’album sembra volutamente diviso in due parti distinte, la prima decisamente più legata ai canoni classici del gruppo, con i classici duetti organo chitarra tanto cari ai gloriosi e mai dimenticati Lord/Blackmore, e una seconda più varia con un tono decisamente più appropriato alla realtà musicale di questo periodo. Toni seri, quasi drammatici, con i testi che spesso ammiccano alla ineluttabilità dell’esistenza umana, della vita stessa.
Il titolo sembra riferirsi proprio a questo: il suono di qualcosa che scivola via senza che nulla si possa fare. Un richiamo al precedente Infinite (2017) che già aveva iniziato il discorso, supportato anche dal pregevole progetto grafico della copertina. Certo, la musica è molto distante dall’hard rock classico al quale i vecchi fans anelano, ma del resto anche la band lo è: Gillan canta ormai in modo cauto, e il resto del gruppo è molto lontano dai fasti passati. Ma questa in fondo è un’altra storia, e il presente è fatto da questo disco, nel quale il duo Steve Morse / Don Airey si lancia in un rock moderno condito da incursioni prog con delicati inserti barocchi.
La complessa, poliedrica e funkeggiante And The Address, già presente sul disco di esordio del gruppo, è il viatico a questa nuova vita. “Whoosh!” è un album suonato molto bene, da un insieme di musicisti che porta un nome importante, e se volete provare a immergervi tra le note di questo hard funk rock con intarsi prog, non resterete delusi. A patto di sbarazzarvi di un passato così glorioso da risultare oggi quasi imbarazzante. Una svolta? Crediamo di no. Non avrebbe senso a questo punto, sopratutto per musicisti ultrasettantenni che non vogliono arrendersi al passare del tempo e che chiedono solamente di chiudere in bellezza facendo quello che hanno sempre fatto: suonare buona musica.

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