Deep Purple: “Made In Japan” (1972) – di Maurizio Pupi Bracali

Il 15 Agosto 1972 salendo sul palco del Festival Hall di Osaka, probabilmente gli stessi Deep Purple non immaginavano neppure che la registrazione di quel concerto e dei due successivi (sempre a Osaka il giorno dopo e al Budokan di Tokyo il 17 Agosto) riportati su disco sarebbero diventati un evento epocale e un album dal vivo tra i più eccitanti ed acclamati della storia del rock. Nel 1972 la pratica dei live album non era cosi frequente o addirittura abusata come oggi (chi scrive ha appena ricevuto in regalo una chiavetta USB con cinquanta concerti in MP3 dei Jethro Tull), non troppi, infatti, erano in precedenza i concerti riportati su disco anche se ci piace citare la parte live di Wheels Of Fire (1968) dei Cream, il devastante Live Album (1970) dei Grand Funk Railroad, registrato approssimativamente ma pervaso da un feeling infuocato e incommensurabile e il fenomenale Live at Leeds (1970) degli Who, anch’esso citato tra i migliori live del rock, nonostante esistesse la pratica dei bootlegs, dischi pirata, con registrazionirubate” durante i concerti con apparecchiature dozzinali e qualità quasi sempre scadente tranne poche eccezioni (racconta la leggenda che la versione live bootleg di Atom Heart Mother dei Pink Floyd sia superiore all’originale).
La versione classica in doppio vinile di Made in Japanvede comunque una registrazione professionale e impeccabile e i Purple al massimo della loro forma e nella formazione MK II, la migliore di sempre, con Blackmore, Lord, Paice, Glover e Gillan che andavano ancora d’amore e d’accordo (forse). I cinque non si risparmiano e giocano le loro carte senza fronzoli o malizie concertistiche come si fa oggi, dove si comincia quasi sempre in sordina per poi tenere i “pezzi forti” per il gran finale mentre in questo caso Blackmore e soci partono in quarta con una tellurica versione di Highway Star seguita dal superclassico Child In Time e ancora dal riff assassino e distorto di Smoke On The Water a scuotere le coscienze e i corpi del pubblico nipponico presente. I brani sono già tutti editi e presenti in precedenti, ottimi album, a parte Strange Kind Of Woman inciso durante le sessioni di Fireball ma pubblicato solo come singolo non trovando posto, chissà perché, su questo disco, ma sono tutti arricchiti e dilatati dagli assoli e dalle improvvisazioni come The Mule che vede Paice destreggiarsi in un assolo di sei minuti, per una volta non troppo noioso come di solito sono invece gli assoli di batteria rock.
Space Trukin’ dura oltre venti minuti, occupando un’intera facciata, tra assoli, momenti psichedelici, atmosfere fantascientifiche e citazioni di altri brani, (No One Came nella fattispecie), mentre la già citata Strange Kind Of Woman vede nascere la pratica poi troppo abusata e un po’ pacchiana e gigionesca del duetto/duello voce e chitarra tra Gillan e Blackmore e ancora da segnalare Lazy che nei suoi oltre dieci minuti vede Blackmore citare arie di musica classica e John Lord swingare con l’Hammond su basi di blues e boogie-rock. Se l’album vinilico finiva qua, c’è da segnalare che la riedizione in CD del 1998 vedeva un dischetto aggiuntivo di soli venti minuti con tre brani assenti sullo storico doppio vinile: l’immarcescibile superclassico Black Night, la turbolenta Speed King e una cover della famosissima Lucille, classico rock’n’roll anni 50 di Little Richard.
Oltre alla qualità dei brani, la smagliante forma della band e il feeling coinvolgente che ne deriva, “Made In Japan” ha dalla sua una purezza di intenti e di onestà non comuni, non essendo stato ritoccato nulla in post-produzione (come invece nel già citato “Live At Leeds” degli Who dove le sovraincisioni in studio e gli interventi a posteriori di pulizia del suono sono massicci, snaturando il, comunque magnifico, prodotto), restituendoci quindi senza trucchi e senza inganni, una band in stato di grazia e un album dal vivo che rimane ai primi posti per fama e per successo, nella storia del rock.

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