Deep Purple: “Machine Head” (1972) – di Nicholas Patrono

Warner Bros e Purple le etichette, Montreaux (Svizzera) il luogo di registrazione, cinque musicisti britannici gli autori di questo cardine del Rock. Era il 1972. Chi scrive questo articolo è nato ben ventitré anni dopo, eppure può dire che ancora oggi si sente l’eco della bomba che scoppiò il 25 marzo del 1972. “Machine Head” è il sesto album di un dream team” (Ian Gillan voce, Ritchie Blackmore chitarra, Roger Glover basso, Jon Lord tastiere e Ian Paice batteria), riunito sotto il logo Deep Purple, la formazione ideale del quintetto inglese. Sette brani, per un totale di 37 minuti circa di durata, un must per gli appassionati di musica Rock e derivati, un disco il cui ascolto, come molto materiale prodotto dai Deep Purple, rappresenta una possibilità di approfondimento anche per chi non è appassionato del genere. Conoscere le band degli storici anni 60, 70 e 80 significa conoscere la Storia della Musica, dell’Hard Rock ai suoi albori nel caso dei Deep Purple
Inconfondibile il basso di Highway Star che scandisce i primi secondi del disco, sostenuto dal ritmo di Ian Paice e le chitarre decise di Ritchie Blackmore. Un acuto di Ian Gillan e si comincia: una strofa incalzante in pieno stile Deep Purple, che culmina nel refrain “I’m on a higway star”. Magistrale come sempre l’assolo di tastiera di Jon Lord, sempre puntuale quando chiamato a mettersi in mostra e stupire, una delle colonne portanti a livello tecnico del quintetto. Dopo una terza strofa completa di refrain è il turno di Blackmore, e il chitarrista si conquista il palcoscenico con l’arroganza di chi sa cosa sta suonando e ci crede al cento per cento. Quasi un minuto e mezzo di virtuosismi chitarristici, per chiudersi con un finale in crescendo. Sporcato di Blues Rock il pezzo successivo, Maybe I’m a Leo, con un riff che fa di beat e metronomo un po’ quello che vuole, molto divertente da ascoltare. La canzone fa del Groove la sua arma principale, cattura l’ascoltatore e non lo lascia andare per i suoi quasi cinque minuti di durata, e un riff che continuerete a canticchiarvi in testa quando il brano sarà finito, garantito.
Tocca a Pictures of Home, aperta da un passaggio di batteria di dieci secondi che, benché sia più spettacolare che difficile, concede finalmente il giusto spazio alle capacità del batterista Ian Paice. Un pezzo che scivola su un ritmo terzinato e coinvolgente, sospinto da intrecci vocali, con una scrittura semplice ed efficace. Arricchita dall’ennesimo assolo di Blackmore, ricambiato presto da Jon Lord: la canzone procede su toni sostenuti e positivi. Meritata gloria anche per Roger Glover, che ha l’occasione di dimostrare che quando si fa Rock serio non si relegano i bassisti a suonare le fondamentali degli accordi, né si accetta che il loro strumento finisca soffocato nel mixing. Finale in sfumando, un breve silenzio… e poi Never Before, altro brano colorato di Blues. Pezzo destinato ad essere suonato raramente dal vivo, un peccato, perché merita il suo spazio. Never Before non introduce elementi nuovi nel sound dei Deep Purple, ma non ce n’è bisogno: quelli presenti sono amalgamati con l’esperienza di sei dischi alle spalle e con il talento di chi sa cosa vuole dai propri strumenti. Nessuno spunto creativo particolare, quasi un riempitivo… magari averne di riempitivi così. Never Before prepara il terreno a Smoke on the Water che non ha bisogno di presentazioni. Brano iconico, simbolo dell’Hard Rock “vintage”, conosciutissimo, spesso primo passo di studio per gli aspiranti musicisti. I primi cinquanta secondi in crescendo sono un susseguirsi di elementi che si aggiungono, uno dopo l’altro, fino a sfociare nella prima strofa, cantata da Ian Gillan con la solita grinta. Strofe bombardate dalle note del basso di Roger Glover, impreziosite qui e là dai tocchi di Jon Lord e un ritornello inconfondibile: “Smoke on the water, fire in the sky”.
Poi un altro assolo notevole di Blackmore ed un finale che chiude il cerchio tracciato all’inizio, ripetendo uno dei riff forse più conosciuti e memorabili di sempre. Smoke on the Water trascende i generi e segna una linea di confine: attraversarla significa muovere i primi passi nell’ambiente del Rock, quello “come una volta”, quello senza cui buona parte della musica degli anni 80, 90 e 2000 non sarebbe stata concepita. Nemmeno il tempo di riprendersi da questo pezzo che arriva la monumentale Lazy, oltre sette minuti, introdotta da tastiere al limite dell’allucinazione psichedelica. Passato il primo minuto ad ambientatisi a questa introduzione così diversa, compaiono basso e chitarra a riportare gradualmente il brano sui binari che conosciamo. Il pezzo vero e proprio parte dopo due minuti e il comparto strumentale si scatena definitivamente. Jon Lord e Ritchie Blackmore, le vere gemme soliste dei Deep Purple, continuano a sfidarsi senza sosta. Servono ben quattro minuti e mezzo prima di risentire la voce di Ian Gillan, che in questo brano suona anche l’armonica a bocca. Conclude Blackmore con un assolo tra i migliori del disco e si passa al brano conclusivo, Space Truckin’. Altro tipico pezzo “alla Deep Purple”, ritmato, senza un attimo di pausa. Non si aggiungono elementi nuovi, non si esplorano granché territori inediti, il brano è assemblato nella tipica forma-canzone che i Deep Purple propongono. Sugli acuti spinti e graffiati di Ian Gillan, “Machine Head” arriva alla fine, 37 minuti svaniti in trenta secondi. Un viaggio musicale nel Rock che fu, un disco che merita di essere conosciuto e ritrovato, se non per affinità di gusti, almeno per cultura musicale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.