Deep Purple: “InFinite” (2017) – di Claudio Trezzani

Lo ammetto: scrivere di un disco e di una delle band più influenti di tutti i tempi (nata nel 1968) che ha contribuito alla nascita dell’hard rock e dell’heavy metal, sopravvivendo a cambi continui di line-up negli anni, mette soggezione. Certo si potrebbe obiettare, anche a ragione, che la band arrivata al 2017 non è quella del 1968 o del 1975, non è quella immaginata da Ritchie Blackmore e con alle tastiere un musicista classico come John Lord; ovviamente è vero, ma quale band nata in quegli anni è arrivata a noi con tanta voglia ancora di fare musica assieme con qualità e passione? I Deep Purple hanno cambiato molto negli anni, ma hanno aggiunto tasselli di assoluto valore che, seppur diversi, si sono integrati alla grande con il loro sound: Don Airey alle tastiere, talento eclettico e geniale, e Steve Morse alla chitarra, un guitar-hero come oggi non ne nascono più. Il gioco di parole del titolo è una dichiarazione di intenti (o almeno così hanno annunciato). Questo sarà l’ultimo loro disco e vi assicuriamo senza tema di smentita che se ne andranno lasciandoci un lavoro che non ha nulla di patetico e non lascia l’amaro in bocca. Usciranno di scena fra gli applausi come ci erano entrati. Aiutati dalla saggia produzione di Bob Ezrin, già al lavoro con loro ma anche con i Pink Floyd e Alice Cooper, tanto per citarne alcuni; i cinque ci regalano un album dal sound 100% Deep Purple: compatto e volutamente anni settanta con le tastiere e le chitarre a farla da padrone come fossimo nell’epoca d’oro dell’hard rock. Non c’è nulla di nostalgico nell’operazione, ma c’è l’orgoglio sparato in faccia al mondo: noi ci siamo ancora e questo suono lo abbiamo inventato noi. Personalmente ritengo questo lavoro il migliore da moltissimi anni a questa parte della band e solo qualche canzone di “Purpendicular” del 1996 aveva raggiunto questi livelli qualitativi. Non ci sono capolavori ma tutte le canzoni suonano come devono suonare i pezzi dei Purple. Nessun brano fuori posto o filler che ne abbassi il valore finale: posso citare la divertente e vivace One Night In Vegas o l’hard rock tipicamente anni settanta di Hip Boots, oppure la melodia triste di The Surprising che sfocia in un bellissimo finale strumentale tastiera-chitarra. Certo, la voce di Ian Gillian non è più quella del giovane che stupiva tutti duellando con la chitarra dal vivo, ma direi che, arrivata a settantadue primavere, la sua ugola se la cava ancora alla grande, così come le ritmiche serrate di Ian Paice e Roger Glover; mentre i seri problemi che affliggono la mano di Steve Morse (che probabilmente sono una delle cause principali della fine della band) costringono il mago della sei corde a limitare la velocità e la lunghezza dei suoi funambolici assoli, che ora puntano più sull’intensità rispetto al passato. Il lavoro si chiude con una splendida cover di Roadhouse Blues che è anche l’ideale chiusura del cerchio della loro carriera, cominciata da giovanissima cover band nella seconda metà degli anni sessanta. Allegato all’edizione “deluxe” del disco c’è il film delle fasi di registrazione del lavoro e ne consiglio caldamente la visione. Una bella testimonianza su questi “vecchietti” mentre mettono ancora tanta passione (per Morse anche a scapito della salute). Emozionante e coinvolgente osservare tanta voglia di rimettersi in gioco e di suonare assieme. Un documento che andrebbe mostrato soprattutto a quelli che pensano che la musica e il talento possano nascere a tavolino dietro alle telecamere di un qualsiasi reality. Fra cento anni, sono certo, si parlerà ancora dei Deep Purple, mentre ci si chiederà cos’era un talent-show.

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