Deep Purple: “Fireball” (1971) – di Maurizio Pupi Bracali

Quinto album dei Deep Purple, “Fireball” (Harvest 1971) ha la grande sfortuna di capitare tra due album epocali della band quali “In Rock” (Harvest 1970), pietra miliare dell’hard rock britannico e senz’altro miglior disco di sempre di Blackmore e soci, e “Machine Head” (Purple Records Warner Bros.1972) album più venduto e famoso della band contenente quella Smoke In The Water il cui riff assassino, ma banalotto anzichenò, è conosciuto da nipotini di dieci anni e da nonne novantenni. La sorte della palla di fuoco, sembrerebbe infatti, tenendo fede al titolo, quella di una meteora di passaggio, cioè del cosiddetto album di transizione. In realtà non è proprio così.
Fireball” è un buonissimo album, certo non all’altezza e con la fama dei già citati, ma comunque contenente brani più che validi. Per cominciare è suonato dalla formazione MK II (Paice, Glover, Lord, Blackmore, Gillan) considerata la migliore di sempre (i Purple sono ancora in attività e sono giunti alla Mark VIII) che poi è quella dell’album precedente e dei due successivi e, benché nel corso di questi cinquant’anni il disco abbia avuto diverse ristampe con brani inediti aggiunti e versioni alternative, ci occupiamo qui della versione storica europea, considerando che negli Usa l’album conteneva anche la famosa Strange Kind Of Woman non presente nell’edizione del vecchio continente.
Per la prima volta nella storia dei Purple fa capolino il blues, mai stato troppo nelle corde della band, con l’ottima Demon’s Eye che, sul ritmo di un blues classico veloce, vede Jon Lord e Ritchie Blackmore dividersi equamente la scena con i rispettivi ottimi assoli e con un Ian Gillan che canta “normalmente” senza gli isterismi e le gigionerie vocali che lo caratterizzano e che invece ritroviamo (purtroppo) nella title track che, dopo il famoso “risucchio” di partenza, è guidata dal ritmo frenetico della batteria di Ian Paice, brano che rimane comunque un bellissimo esempio di hard rock tastieristico con Blackmore più in disparte, ma che da par suo si ritaglia un breve assolo di chitarrafuzzata”. In un certo senso, una sorta di blues, benché trasfigurato, è anche la bellissima No No No, con uno splendido e lento assolo di chitarra psico-narcolettico e Lord che tastiereggia col registro percussivo (per intenderci quello dell’introduzione di Child In Time su “In Rock“) per poi aprirsi a un grande assolo di Hammond lesliezzato.
Altra sorpresa, inconsueta per la musica dei Purple, è la pseudo incursione nel country presente in Anyone’s Daughter, complici anche l’intro acustico e una chitarra slide che scivola via liscia e tranquilla mentre Lord si dedica al pianoforte abbandonando organi ed effetti speciali. Dopo questa già più discreta prima parte arrivano i pezzi forti: la lunga Fools, nonostante le aperture hard di Gillan, profuma di spezie psichedeliche (l’onirico intro è quasi identico a quello di Careful with that Axe, Eugene su Ummagumma dei Pink Floyd) con un Blackmore che, coadiuvato dal drumming lento e ossessivo di Paice, si produce in un assolo psichedelico e narcolettico di grande suggestione.
La tellurica The Mule deve invece la sua parte psichedelica all’organo di Lord che, suonato con un registro che sembra quello dei primissimi Pink Floyd apre la strada a una chitarra altrettanto lisergica mentre la pulsante e vivace No One Came, nella sua essenza hard, conclude ottimamente un album certamente da rivalutare. La formazione MK II sfornerà ancora un album – “Who Do We Think We Are” (Purple Records 1972) – prima dei rimaneggiamenti che caratterizzeranno tutta la tumultuosa carriera della band, ma sarà già un gradino sotto quel terzetto di magnifici album precedenti, dei quali “Fireball” merita di far parte a maggior ragione.

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