Deep Purple: “Deep Purple In Rock” (1970) – di Nicholas Patrono

Scolpiti nella roccia di una montagna, i visi dei membri dei Deep Purple; scolpito nella Storia della Musica, questo disco. Quarto album in studio per la storica band inglese, “Deep Purple In Rock” (1970), registrato tra il 14 ottobre 1969 e il 13 aprile 1970, è stato pubblicato per l’etichetta inglese Harvest Records in Europa, Oceania e Sud America, e per l’etichetta americana Warner Records in Usa, Canada e Giappone. Un disco che ha contribuito grandemente a cambiare la concezione del genere Hard Rock e che ha gettato, assieme ad artisti dell’epoca come Black Sabbath e altri, le basi di quello che, nel futuro prossimo, sarebbe diventato il primo Heavy Metal vero e proprio. Disco dall’enorme importanza storica per l’influenza culturale, per il successo – ampiamente meritato a parere pressoché unanime – che ha ricevuto, e per l’eredità musicale che ha costruito e lasciato. I Deep Purple di “In Rock” sono il cantante Ian Gillan, qui al massimo della forma, il chitarrista Ritchie Blackmore, Roger Glover al basso, Jon Lord all’organo e Ian Paice alla batteria. Tre di questi (Ian Gillan, Roger Glover e Ian Paice) sono a tutt’oggi membri stabili dei Deep Purple, e la band è ancora in attività, anche se è rimasta solo una eco del periodo di massimo splendore, quello degli anni 70, in cui hanno visto la luce tutti i grandi capolavori. “Deep Purple In Rock” è il capolavoro tra i capolavori?
Probabile. Difficile dirlo con sicurezza, perché altri dischi possono contendersi il titolo. Qui non si è interessati a decretare un vincitore, ma a celebrare un meritato successo, un disco capace di piazzarsi con merito al primo posto in diverse classifiche già nel 1970 (in Austria, Germania e Australia) e tra i primi dieci posti in molti altri paesi (Inghilterra, Norvegia, Italia, Olanda, Francia, Danimarca, Polonia). Il disco si apre con l’agitata Speed King, una scossa per l’ascoltatore. Una falsa partenza si spegne, ci si rilassa sulle note di organo di Jon Lord, quindi si riparte a sorpresa. La band accompagna un energico Ian Gillan, costruendo un pezzo d’apertura molto carico. Interessantissimo il duello solista tra organo e chitarra nella sezione centrale del brano. Si ritorna alla band completa nel finale, e i quasi sei minuti di durata scorrono via come se niente fosse. Meno diretta, ma egualmente d’impatto, la ritmata Bloodsucker. Ian Gillan si mette in mostra da subito con una prova vocale caratteristica, accompagnato da un riff di chitarra memorabile all’istante. Ancora spazio solista per Lord e Blackmore, a chiudere un pezzo dal valore indiscusso, che prosegue egregiamente ciò che era stato iniziato da Speed King. Si passa a Child in Time, pezzo monumentale, dieci minuti che scorrono via come acqua, lisci e senza intoppi. Liberamente ispirato alla guerra del Vietnam, il pezzo riprende un tema molto caro ai musicisti di quegli anni… il pacifismo. Brano che si apre più in sordina degli altri, con lievi percussioni sui piatti e con l’organo di Lord assoluto protagonista. Tempo un minuto, e Ian Gillan si unisce ai compagni, con un cantato meno aggressivo, questa volta. Il crescendo prosegue tra i falsetti del vocalist e l’unione della band al completo. I falsetti si trasformano in vocalizzi, fino ad un’esplosione vera e propria, dopo circa tre minuti. Altra gloria personale per Ritchie Blackmore, con un lunghissimo assolo di chitarra. La base si trasforma in un ritmo terzinato e incalzante, accompagnando la chitarra solista. La lunghissima parte strumentale si evolve sempre di più, con l’unione dell’organo, in un intrecciarsi di chitarre e tastiere, fino ad un rallentare del ritmo. Basso e organo si conquistano la scena, in un reprise del tema d’apertura, e accompagnano la voce di Ian Gillan. Vi è un’ultima accelerata, nel minuto conclusivo del pezzo, dove l’intera band sembra impazzire… e così si conclude uno dei pezzi di maggior valore del disco, il pilastro sui cui molto di quello che è “In Rock” si regge.
L’apertura della seguente Flight of the Rat trasporta l’ascoltatore su atmosfere ben diverse, più immediate, quasi allegre. Brano che rientra tutto sommato negli standard dei Deep Purple, dove a impressionare è ancora una volta Jon Lord, che si contende la scena con Ritchie Blackmore. I due sono impegnati nell’ennesimo duello all’ultima nota per buona parte del pezzo. Il brano torna a riprendere le atmosfere con cui era stato aperto, e finalmente viene concesso un piccolo spazio solista anche al batterista Ian Paice, che non manca di sfruttare l’occasione, con soluzioni tanto semplici quanto efficaci per spettacolarità. La successiva Into the Fire può ricordare Bloodsucker come “brano tipo”, uno di quei pezzi meno spinti, un mid-tempo che fa del groove dei musicisti la sua arma migliore… e Into the Fire possiede un bel groove… e anche un bel riff caratteristico. Pezzo semplice e diretto, dove tutto, per quanto semplice, funziona alla perfezione. Da ascoltare e riascoltare, senza dubbio. Si passa a Living Wreck, aperta da un semplice ritmo di batteria, altro brano che si regge sul groove, dove Jon Lord usa l’organo per creare suoni al limite del dissonante. Il basso di Roger Glover non è più sepolto nel mixing, ma in primo piano, a guidare il timone del ritmo. Il pezzo procede, liscio e piacevole, fino al finale in sfumando. Si passa al brano conclusivo, Hard Lovin’ Man, dove si spinge ancora sull’acceleratore. Nessuna ballad, in questo disco; nessun riposo, nemmeno alla fine. Ancora una volta, è nella parte centrale che la band sfoggia il meglio di sé, sia nei virtuosismi solisti che nelle parti in cui gli strumenti procedono assieme. Da segnalare infine che Black Night, pubblicata dai Deep Purple come singolo nel giugno del 1970, è stata inclusa nella versione rimasterizzata del 25° anniversario di “In Rock”, come traccia bonus. Tra i singoli di maggior successo della band, il suo ritmo terzinato è inconfondibile. Black Night è il classico “singolo perfetto”: coinvolgente, ritmata, orecchiabile e catchy, costringerà chiunque l’ascolti a canticchiare la melodia nelle ore successive.
Si conclude così un disco che meriterebbe davvero di essere scolpito nella roccia, e non solo figuratamente, come nella copertina. Di sicuro tra i lavori migliori dei Deep Purple, se non il loro vero e proprio magnum opus. Disco da ascoltare e riascoltare, sia per i nostalgici di quegli anni, che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo “in tempo reale”, sia per le nuove generazioni. Come molte grandi opere di quegli anni, “In Rock” è un classico dal valore quasi pedagogico. Può piacere, può non piacere, ma è una tappa obbligata, perché gran parte del Rock moderno e dei generi derivati che passano da qui.

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