Deep Purple: ComeTaste The Band (1975) – di Maurizio Pupi Bracali

Sono passati solo pochi anni dal trittico delle meraviglie (“In Rock” del 1970), pietra miliare dell’hard rock inglese, “Machine Head” (1972) contenente l’immarcescibile riff di Smoke In The Water e “Made In Japan” (1972), considerato tra i live più eccitanti e migliori del rock, quando nel 1975 esce “Come Taste The Band” con una formazione ben diversa dalla storica Mark II e una concezione musicale piuttosto lontana da quella degli anni d’oro del quintetto inglese. Tutto nasce un paio di anni prima dai conflitti interni che coinvolgono il chitarrista Ritchie Blackmore, il cantante Ian Gillan e il bassista Roger Glover, mentre Jon Lord (organo Hammond e tastiere) e il batterista Ian Paice, dai caratteri più accomodanti, se ne stanno alla finestra ad osservare i litigi nel cortile sottostante causati dai caratteracci impossibili dei tre Purple citati. Sono infatti loro due gli unici residuati della storica e mitica formazione MK II ad essere presenti a pieno titolo purpleriano in “Come Taste The Band”, il decimo album in studio della band. Facendo un salto indietro scopriamo infatti che le divergenze insanabili tra Blackmore e Gillan porteranno all’allontanamento di quest’ultimo, seguito a ruota da Roger Glover che si carica il basso in spalla e se ne va, dopo essere stato cacciato in malo modo dal ducetto Blackmore che, come un politico di bassa lega, reclamava pieni poteri all’interno della band. Il chitarrista, ora leader indiscusso, per sostituire Gillan recluta due ottimi cantanti quali Glenn Hughes (ex Trapeze) e, soprattutto, David Coverdale, due al prezzo di uno si potrebbe dire, se non ché Hughes è anche ottimo bassista e quindi ecco che i giochi sono fatti.
Con questa formazione, denominata Mark III, esce nel 1974 “Burn”, un ottimo album ma che delinea già in modo specifico una cesura netta rispetto al sound precedente. L’avvento di Hughes e Coverdale, (quest’ultimo invero cantante strepitoso e con pochi eguali all’epoca) fa curvare la strada verso territori soul, pseudo funky e rhithm’n blues poco inclini al vero suono dei Deep Purple, cosa che viene ancora più accentuata nel successivo “Stormbringer” sempre del 1974. A questo punto Ritchie Blackmore si rende conto della nuova direzione musicale della band che, assumendo Hughes e Coverdale, non aveva preso in considerazione e, sempre come un politico arrogante che decide di far cadere il governo per andare a nuove elezioni, abbandona il gruppo pensando che i Purple senza di lui non avranno più ragione di esistere e si ricomincerà da capo. Ma le nuove elezioni non ci sono, i quattro rimasti si coalizzano, fanno un rimpasto di governo e assumono un nuovo chitarrista di notevole fama e tecnica sopraffina che si chiama Tommy Bolin, mentre a un Blackmore scornato non resta che rimanere all’opposizione formando i discreti e più commerciali Rainbow (un paio di album sono grandi successi) con la presenza di un grande cantante hard rock come Ronnie James Dio.
È pur vero che i Purple senza Blackmore sono come un’insalata russa senza maionese ma tant’è… Tommy Bolin è statunitense e la sua americanità  si manifesta come una maionese industriale dei tubetti invece di quella genuina fatta in casa. “Come Taste The Band” infatti lo vede sfoderare in quasi tutti i brani l’americanissima chitarra slide (Dealer, Comin’Home, Lady Luck), inoltre il suo strumento viene più volte sovrainciso in modo che quasi sempre si ascoltano due chitarre, cosa che Blackmore aveva fatto quasi mai o comunque in modo più discreto e meno evidente, mentre Jon Lord mortifica se stesso e il suo personalissimo e bellissimo suono di Hammond, limitandosi vergognosamente a fare da tappezzeria senza quasi mai prendere assoli, se non curiosamente quello di sintetizzatore in Love Child, strumento che nell’economia sonora dei Deep Purple sta come una bestemmia sulle labbra di una suora. Di Coverdale abbiamo già detto: cantante potente e favoloso lontano dalle gigionerie e dagli isterismi strozzati di Ian Gillan, ma con le corde vocali intrise di quel soul-funky, a volte simile a Steve Winwood, (Gettin’ Tighter, I Need Love) che anche in quest’album è la cifra stilistica di questi nuovi Purple lontani anni luce da quelli dei pochi anni temporali prima che ritroviamo solo in parte nel riff potente e circolare di Love ChildIn questo breve album (non raggiunge i trentasette minuti), c’è spazio ancora per la ballatona romantica This Time Around che mette insieme Paul McCartney e Stevie Wonder con una seconda parte strumentale (Owed To G) da colonna sonora di telefilm poliziesco, e per la conclusiva ballata soulYou Keep On Moving dove, se non altro, si (ri)ascolta l’Hammond di Jon Lord per qualche secondo, anche se ormai è troppo tardi e il disco è ormai finito. “Come Taste The Band”, album che ha diviso i fans tra i sostenitori purpleriani incorreggibili e i delusi dalla deriva soul funky della storica band, è comunque un prodotto discreto e dignitoso; in alcuni momenti persino ottimo come in altri è invece deludente. Sarà l’unico album sfornato dalla formazione MK IV.
Tommy Bolin farà appena in tempo a suonare nel live “Last Concert In Japan” del 1977 per poi morire poco dopo per abuso di alcol, droga e farmaci a soli venticinque anni, Coverdale se ne andrà per formare gli ottimi, e non considerati come meritavano, Whitesnake, tra i quali transiteranno in momenti diversi anche Glover, Hughes, Lord, Paice. Questi ultimi due si uniranno al tastierista Tony Asthon formando un trio che come ragione sociale utilizzerà i tre cognomi. I Deep Purple si prenderanno una pausa di ben nove anni prima di pubblicare nel 1984 “Perfect Strangers” che vedrà riuniti Gillan, Blackmore, Glover, Paice e Lord, ovvero gli artefici dei capolavori della band dei primi anni 70, come se il tempo non fosse mai passato e gli attriti e i litigi non ci fossero mai stati… e da qui comincia un’altra storia.

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