Deep Purple: “Burn” (1974) – di Nicholas Patrono

Una line-up rinnovata, l’inconfondibile cantante Ian Gillan sostituito, e un periodo di crisi alle spalle: questo il contesto storico in cui va a collocarsi “Burn”, ottava fatica discografica per i britannici Deep Purple, registrato nel novembre del 1973 e pubblicato il 15 febbraio del 1974. In un’intervista del 1984, il vocalist (ai tempi di “Burn”, ex vocalist) Ian Gillan ha spiegato che i manager della band hanno spinto i musicisti a completare il disco precedente, “Who Do We Think We Are” (1973) e ad impegnarsi in un tour, nonostante avessero bisogno di una pausa, e questo generò screzi tra i membri, culminati nell’abbandono di Ian Gillan e del bassista Roger Glover.
Jon Lord, intervistato per un documentario sulla band, ha dichiarato anni dopo che l’abbandono di Gillan e Glover, proprio nel momento di maggior successo della band, è stato “il più grande peccato del Rock and Roll. Dio sa cos’avremmo potuto creare nei successivi tre o quattro anni. Stavamo scrivendo (musica) così bene…” Non sapremo mai come sarebbe andata perché, subentrati il cantante David Coverdale e il bassista Glenn Hughes, il mondo ha visto “Burn”. Considerate le circostanze complicate nel contesto della sua pubblicazione, la qualità di “Burn” sorprende. Notevole il feeling tra i musicisti, nonostante le due new entries. È il riff inconfondibile di Burn, pezzo d’apertura e titletrack, ad aprire il disco. Note che si piantano subito in testa, e la voce caratteristica di Coverdale, all’altezza, malgrado tutto, della difficile sostituzione di Gillan. Un pezzo Rock puro e semplice, le chitarre di Ritchie Blackmore sono sostenute dalla batteria precisa di Ian Paice e dalle tastiere sempre eccelse di Jon Lord. Un assolo di chitarra a metà brano inizia a dare spettacolo, e la parte solista si conclude intrecciandosi al riff d’apertura, per lasciare il posto ad un assolo di tastiera. Brano destinato a diventare famosissimo, che rappresenta appieno ciò che di buono è stato fatto dalla “seconda anima” dei Deep Purple, quella della “parentesi Coverdale”. Meno accelerata la seguente Might Just Take Your Life, brano che sceglie soluzioni meno fracassone e più dedicate al Groove, e Glenn Hughes si conferma non solo una scelta azzeccata al basso, ma anche come seconda voce, creando armonie vocali, intrecciando note al canto di Coverdale. Brano coinvolgente, che si lascia ascoltare con piacere, e che conduce alla successiva Lay Down, Stay Down. Un inizio deciso risveglia l’ascoltatore, lasciatosi trasportare dal brano precedente, e lo scaglia in quattro minuti dove spiccano le armonie vocali, con Ian Paice che si conquista la scena con azzeccati fill di batteria, e un altro solo centrato da Blackmore, sempre a suo agio e fieramente esibizionista nelle – numerose e generose – parti soliste. Si passa a Sail Away, uno di quei brani del tipo Might Just Take Your Life, che fa del ritmo la propria arma vincente, più che dei virtuosismi. Pezzo meno aggressivo, ma molto divertente, che presenta una interessante prova vocale da parte di Coverdale, uno dei tanti elementi che favorisce lo scorrere dei quasi sei minuti di brano, al punto che quasi si arriva alla fine troppo presto. Più rapida nel presentarsi la successiva You Fool No One, dove di nuovo le armonie vocali sono un valore aggiunto, che valorizza il risultato finale. Ancora una volta Ritchie Blackmore si conquista il palcoscenico a metà brano, supportato da una sezione ritmica in gran forma, che accompagna egregiamente i virtuosismi del chitarrista. Il brano funziona e trascina l’ascoltatore, ormai in balia del disco, senza lasciargli scampo, fino a What’s Goin’ On Here. Tornano a farsi sentire e ad impreziosire il pezzo le tastiere di Jon Lord, in meritato primo piano dopo il compito meno di rilievo nel brano precedente. Anche qui, come in tutti i pezzi del quintetto inglese, viene seguito il principio base dell’Hard Rock agli albori: soluzioni semplici ed efficaci, ma d’impatto. Ennesimo assolo per Blackmore, ennesimo ritornello di facile presa, interessanti i virtuosismi di tastiera di Jon Lord, meno esibiti ma egualmente diretti e d’effetto. È poi la volta del brano più lungo del disco, la corposa Mistreated, penultimo pezzo di “Burn”. Ci si avvia alla conclusione, e lo si fa in grande stile, con un crescendo introdotto dapprima dalla chitarra di Blackmore, accompagnato dalla batteria in sordina di Ian Paice, fino a che non si unisce il resto della band. Anche qui Coverdale si conferma un buon rimpiazzo di Gillan, sia per il registro vocale, sia per le capacità interpretative. Mistreated presenta, come altri brani del disco, influenze di scuola Blues, qui più marcate, e fa degli stop-and-go la sua arma principale. I continui cambi tengono viva l’attenzione dell’ascoltatore, che si trova a seguire la creatività dei Deep Purple in uno dei pezzi più interessanti di tutto “Burn”. Un brano articolato in diverse parti, che cambia costantemente, pur restando fedele a sé stesso e allo stile della band. Sette minuti e mezzo all’insegna della spettacolarità, al punto che viene da chiedersi perché non sia stato scelto questo brano come conclusione, di modo da chiudere il disco al suo picco. Tocca invece alla strumentale A’ 200 chiudere i conti. Aperto da una strana sezione atmosferica, in un intreccio di synth e tastiere, questo pezzo è un’aggiunta che concede più spazio al comparto strumentale, spazio di cui, tutto sommato, non si sentiva il bisogno, visti i numerosissimi momenti solisti di cui gli strumentisti godono nel corso del disco, e visto che non si aggiunge nulla a quanto si è già sentito. Brano sperimentale, una colonna sonora per i titoli di coda, questa A’ 200. Un regalo per gli appassionati, e l’ennesima occasione di mettersi in mostra per Ritchie Blackmore. “Burn” rimarrà poi scolpito meritatamente nel cuore degli appassionati dell’Hard Rock anni 70, che può permettersi di lottare per conquistarsi le prime posizioni nella discografia florida dei Deep Purple.

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