Decibel: “Vivo da Re” (1980) – di Alessandro Freschi

Il mondo ormai sta cambiando e cambierà di più. Ma non vedete nel cielo quelle macchie di blu. È la pioggia che va, e ritorna il sereno”. Sedici album, ventitré 45 giri e sei Q-Disc. È quantificabile attraverso queste tre semplici voci il catalogo della Spaghetti Records, label meneghina attiva dal 1977 al 1984. A tirare le fila dell’ambizioso progetto, dedito alla valorizzazione di talenti emergenti nonché di artisti in attesa della consacrazione definitiva, sono due apprezzati discografici (Alessandro Colombini e Silvio Crippa) e una vecchia conoscenza del beat tricolore, Shel Shapiro, simpatico “spilungone” d’oltremanica che impugnando la chitarra e cantando in un italiano approssimato, nella seconda metà degli anni sessanta ha scalato con i Rokes le classifiche di vendita con hit come Bisogna Saper Perdere, Che Colpa Abbiamo Noi e È la Pioggia che Va.
Scorrendo le produzioni Spaghetti Records (distribuite dalla RCA) spiccano titoli di album cantautoriali come “Quando Teresa Verrà” di Marco Ferradini e “Al Centro della Musica” di Ron, l’evoluzione disco-dance dell’ex Circus 2000 Silvana Aliotta con Le Streghe, e i lavori di due giovani formazioni legate all’universo punk rock nostrano: i felsinei Judas e i milanesi Decibel. Se per i primi l’esperienza si rivelerà disgraziatamente effimera e circoscritta al solo debut-act a causa della prematura dipartita del frontman, ben altri scenari si prospetteranno al cospetto dell’altra band capitanata da un carismatico capofila che di nome fa Enrico e di cognome Ruggeri. “In una canzone dei Mott the Hoople, uno dei miei gruppi preferiti, i ragazzi venivano definiti 96 decibel freaks. Io stavo cercando una parola internazionale e Decibel suonava alla perfezione.” (Enrico Ruggeri).
Dai Josafat agli Champagne Molotov sino alla metamorfosi risolutiva in Decibel dopo la fusione con i Trifoglio. Sono queste le formazioni con le quali un giovanissimo Enrico Ruggeri (Milano, 5 giugno 1957) muove i primi passi artistici nella nebbiosa Milano di metà anni settanta. Tra italo-punk e sonorità hard rock, i Decibel il 4 ottobre 1977 salgono alla ribalta della cronaca a causa di un insolito episodio. Con l’intento di scandalizzare il sistema tappezzano con un paio di migliaia di volantini scuole, centri sociali e circoli ARCI del capoluogo lombardo per promuovere un loro concerto alla “Piccola Broadway“. In realtà presso la discoteca di Corso Buenos Aires non è in programma alcun evento e la massiccia propaganda è volta esclusivamente a cercare di radunare il maggior numero di simpatizzanti punk. La schiera dei raggirati partecipanti, ordinariamente avvicinata a movimenti dell’estrema destra più per il sistematico ricorso all’abbigliamento nero che per effettive simpatie politiche, entra sventuratamente in contatto con un corteo di Autonomia Operaia proveniente dal Leoncavallo che, informato
 delle indesiderate presenze in zona, ha pensato bene di fare la sua minacciosa comparsa in centro. Le fazioni contrapposte non tardano nel dar luogo ad una violenta serie di scontri che si protraggono sino all’alba seguente quando, non senza difficoltà, vengono placati grazie ad un massiccio intervento di forze dell’ordine.
Radio e giornali innestano un furioso
tam tam mediatico sull’accaduto e si fa forte la curiosità di fare conoscenza con quei giovani musicisti che, volenti o nolenti, hanno originato la drammatica scorribanda notturna. Maurizio Arcieri dei Chrisma è il primo a farsi avanti nel contattare i Decibel e presentarli alla sua label d’appartenenza, la Phonogram, dove però Nico Papathanassiou, fratello di Vangelis, si dimostra completamente disinteressato alla produzione della band. A differenza del discografico greco Shel Shapiro, in seconda battuta, non tergiversa nel mettere sotto contratto Ruggeri & C. con la scuderia Spaghetti Records. Così a inizio 1978 viene rilasciato alle stampe il primo long-playing omonimo Decibel (in seguito ribattezzato Punk in virtù della scritta di copertina posizionata a lato del fallico logo) dalle intenzioni rabbiosamente punk rock (si ascoltino LSD Flash e Il Lavaggio del Cervello). Purtroppo l’uscita scivola sottotraccia riscuotendo fievoli consensi e insoddisfacenti riscontri di vendita. Ruggeri si vede così costretto ad azzerare l’esperienza con gli esuli ex-Trifoglio e rimodulare la line-up coinvolgendo due cari amici dei tempi del liceo, Silvio Capeccia (tastiere) e Fulvio Muzio (chitarra e tastiere) oltre al bassista Mino Riboni e (per una fugace apparizione) il batterista Tommy Minazzi. Il risultato di tale ribaltone si concretizza in Indigestione Disko singolo che, in qualche modo, anticipa la virata sintetica del nuovo corso. Pochi mesi dopo, a novembre, il gruppo si ritrova agli Stone Castles Studio di Carinate (Como) per registrare il secondo atto sulla lunga distanza, Vivo da Re” e, per l’occasione, viene arruolato ad impugnare le bacchette il talentuoso e richiestissimo Walter Calloni, già al fianco di Finardi e Camerini ne Il Pacco e di Lucio Battisti in Lucio Battisti, la Batteria, il Contabbasso, Eccetera.
Le accattivanti trame
new wave dell’album che inizia a prendere corpo, incoraggiano la label nel lanciare i Decibel sul palcoscenico più famoso della musica italiana, quello del Teatro Ariston di Sanremo. La conduzione dell’edizione 1980 è affidata a una terna atipica, Claudio Cecchetto, Roberto Benigni e Olimpia Carlisi che la sera del 7 febbraio tiene a battesimo Ruggeri e soci. I cinque ragazzi (è Sergio Nicosia a sedersi dietro piatti e tamburi in luogo di Calloni impegnato con la P.F.M.) si presentano in abiti elegantemente futuristi con nivea camicia e calzoni neri; il vocalist dal canto suo sfoggia una acconciatura platinata e indossa un paio di occhiali dalla montatura bianca che rimandano a Knox dei Vibrators e al Trevor Horn di Video Killed The Radio Star. L’esibizione di Contessa, irriverente elettro-cabaret dalla ritmica marziale (Non puoi più pretendere di avere tutti quanti intorno a te, non puoi più trattare i tuoi amanti come fossero bignè), è di quelle che si ricordano e la formazione, unica a rifiutare il patetico playback imposto dall’organizzazione per l’assenza della storica orchestra, vola dritta in finale del sabato dove vengono confermate attenzioni di pubblico e giuria.
Stavolta le risposte in fatto di numero di
copie vendute del 45 giri sono inaspettatamente favorevoli e con l’arrivo della primavera sugli scaffali dei negozi di dischi fa la sua comparsa il sospirato album. In tutto sono dieci i brani inediti inseriti in scaletta e a questi va ad aggiungersi una divertente rivisitazione di Ho in Mente Te, portata al successo in versione italianizzata da Vandelli e la sua Equipe 84. È la penna di un poco più che ventenne Ruggeri a generare in toto i testi dell’album, palesando da subito una spiccata verve cantautorale capace di tratteggiare, con invidiabile creatività poetica storie di quotidianità, tormentati sentimenti e malesseri generazionali. Così, se l’opener Il Mio Show infila le sue affilate dita nelle piaghe di un amore smarrito (“Penso sorridendo alla tua fuga, trovo nello specchio qualche ruga“) e Supermarket enfatizza le ambigue sirene del facile apparire e del consumismo (“Vieni a comprare la felicità, ogni secondo è sprecato. Vieni a sentire la genuinità del latte pastorizzato”), Pernod penetra nelle ossessioni del mal di vivere (“Esser contento di sentirsi male e immaginarsi al proprio funerale“) attraverso i pensieri contorti del suo malcapitato protagonista.
All’interno della cornice sonora prettamente
synth-pop del disco si addensano architetture semplici dal vago retrogusto glam, fatta eccezione per le arrembanti derive punk di Sepolto Vivo, traccia che rispolvera le velleità primordiali. Vivo da Re, traccia nella quale Shapiro accompagna al pianoforte il cantato dell’ossigenato leader, è una ballad in crescendo nella quale vengono amplificate le solitudini e i dazi da pagare nella spasmodica ricerca del successo (“Certo pensandoci bene qualcosa mi manca, qualcuno che sfiori la mia faccia bianca, può darsi che senta il bisogno di chi ha lasciato qualcosa di sé proprio qui“). Inaugurato dalla festivaliera Contessa il secondo lato procede spedito sulle note della vivace marcetta A Disagio (“La camicia continua a farmi male, mi disgusta questo odore di ospedale“) e di Teenager, motivetto senza grosse protese. Tanti Auguri ci riserva l’ennesima incursione nella sofferenze adolescenziali (“Vivo da vent’anni ed aspetto una scossa, dentro una fossa mi sentirò Faust“) anticipando le movenze jazzate di Peggio per Te, sorta di anteprima di quello che sarà un trademark delle future, e fortunate, elucubrazioni solistiche di Ruggeri. La coda Decibel mischia sussulti elettro ad affondi rock per raccontare di crisi di valori e inevitabile decadenza (“Invece del sapore di famiglia noi abbiamo degli hot dogs. Invece del profumo dello sterco di campagna noi cerchiamo solo smog“) sfumando su un inaspettato incitamento da stadio. Sul coro Decibel, Decibel, Decibel finisce per sfumare anche l’avventura di Ruggeri che inizia a intravedere all’orizzonte i primi bagliori di quella che si rivelerà una intensa e fortunata cavalcata solitaria. Torneremo a parlare di Rouge con i Decibel nel 2010, e l’occasione sarà ancora una volta offerta dalla kermesse sanremese. In fondo quella stravagante Contessa, a dispetto di tutto, con il passare degli anni risulta essere sempre la stessa

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