“Death’s Chuck Schuldiner”: estremismi non di facciata – di Massimiliano Manocchia

Faccenda complessa, quella dei Death. Al di là dei luoghi comuni che fioccano con metallica ridondanza, soprattutto quando si parla di “Scream Bloody Gore”, da sempre ritenuto il primo disco di death-metal
(il che è pure vero se non consideriamo “Seven Churches” dei Possessed) la parabola artistico-esistenziale di Chuck Shuldiner è a dir poco strabiliante. Talentuosissimo chitarrista e pioniere del growl, Chuck ha avuto l’incommensurabile merito (assieme ai Napalm Death) di inventare prima e sdoganare poi il metal estremo, portandolo a livelli di popolarità impensabili per un genere che non ha mai ceduto, salvo casi rarissimi, a compromessi mainstream. Dalla devastante brutalità dell’esordio, il già citato “Scream Bloody Gore” (1987), ai forbiti arrangiamenti intrisi di iper-tecnicismi di “The Sound Of Perseverance” (1998), i Death hanno di fatto inventato un genere, sviluppandolo passo dopo passo con rara consapevolezza artistica e convogliandolo infine alla piena maturazione senza abbandonare mai il template dell’estremismo. Se oggi l’ascolto dell’album d’esordio può a tratti far sorridere con la sua violenza parossistica e l’immaginario grandguignolesco tipici del periodo e dell’età dei componenti, opere come “Human” (1991) o “Individual Thought Patterns” (1993) sono da vent’anni a questa parte la cartina di tornasole per chiunque voglia solcare il mare magnum del metal, non solo estremo.
Gli intricatissimi e maligni riff della sei corde di Schuldiner, i cambi di tempo improvvisi che provocano vertigini e corrodono le sinapsi, il dipanarsi degli arrangiamenti con certo (retro)gusto progressive, sono diventati elementi standard del metal attuale; posto che attualmente si possa ancora parlare semplicemente di “metal”. 
La cosa forse più sorprendente dei Death è la loro capacità di mantenere elevatissimo il tessuto melodico e perfettamente stabile l’intelaiatura armonica senza perdere una sola oncia della brutale ferocia che caratterizza la loro musica. Faccenda complessa, si diceva, e tormentata, così come complessa e tormentata fu la personalità di Chuck Schuldiner, colui che dei Death fu creatore e leader. Probabilmente sarebbe più corretto dire che Chuck Schuldiner era i Death. Anche perché i cambi di formazione non si contano: di fatto si tratta di sette band diverse, una per album, e si sarebbe tentati di definirle session band non fosse che i contributi apportati di volta in volta dai musicisti succedutisi alla corte di Re Chuck sono di una bellezza e di una perfezione tali da risultare parte integrante del processo compositivo. Chi avesse voglia di provare ad avvicinarsi alla musica dei Death sappia che non sarà una passeggiata tra i campi elisi, e troverà forse lo scoglio più duro da superare nel “cantato” del leader, che alterna fraseggi growl a lancinanti urla luciferine. Eppure, con un po’ di pazienza e allenando l’orecchio, si riconosceranno, almeno da “Human” in poi, un certo gusto per la melodia e una sorta di “lirismo” davvero unici, esemplificati magnificamente in Voice Of The Soul, brano strumentale tratto da
“The Sound Of Perseverance” (opera ultima del combo) nel quale Schuldiner, su un dolcissimo fraseggio di chitarra acustica, fa cantare – letteralmente – quella sei corde che fino a un attimo prima ha sfibrato e fatto sanguinare i timpani con calcolata, metodica e chirurgica efferatezza. I Death furono (e rimangono) spezia rarissima nel panorama metal: possiamo trovarli repellenti e  disgustosi oppure sublimi e magnifici, ma non possiamo rimanere indifferenti di fronte all’intensità e alla passione impetuosa che trasuda da ogni singola nota della loro produzione.

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