Josefus: “Dead Man” (1970) – di Erica Burdon

Un album datato, ma ben confezionato, che potremmo non stancarci mai di riposizionare sul piatto e riascoltare, ogni volta con emozione. La copertina è già tutto un programma: un teschio caucasico di un uomo morto giovane, data la dentatura perfetta. La foto è basilare e non ha profondità; fa intuire che quella persona è stata assassinata, poi spolpata dagli animali spazzini e rimasta sepolta dalla sabbia desertica, fino al ritrovamento casuale. Il titolo non poteva essere altro che Dead Man”, realizzato nel 1969 ma nato a livello discografico nel 1970. Loro sono i Josefus: Ray Turner (basso elettrico). Pete Bailey (voce, armonica a bocca). Dave Mithcell (chitarra elettrica). Doug Tull (percussioni). 
Dave e Ray avevano già avuto modo di suonare assieme, in una band chiamata Rip West. Assieme a Doug registrarono anche un demo intitolato “I Love You” che musicalmente parlando aveva poco a che spartire con il suono che di lì a poco avrebbero prodotto. Poi Pete si unì al gruppo e il nome cambiò in Josefus. In realtà bisogna precisare che nel 1969, dopo aver registrato a Phoenix (Arizona) il loro primo disco, “Get Off my Case”, si esibirono per un breve periodo con il nome di Come, ma in definitiva l’aureola di rocker che andava consolidandosi sopra le loro teste fece si che tutto ciò venisse considerato solo una parentesi. Il lavoro fotografico per la realizzazione della copertina è di Jim Rockwell e Howard Turner che ha anche curato la grafica. L’ascolto sprigiona da subito una musica che fa da cerniera tra l’ondata psichedelica (che sta per infrangersi all’epoca dell’uscita del disco) e gli albori dell’hard rock e del heavy metal, passando per il blues e il puro rock sudista. Musicisti ben avvezzi alla musica del loro tempo ricostruita in uno scenario nuovo tutto loro, anche se pieno della migliore musica del tempo… del passato che diventa futuro, magicamente impastato dalla band in azione. Velocissimi assoli di chitarra, splendidamente grezza, essenziale  che non ti aspetti ma anche sì… visto il linguaggio modernissimo che sprigionano, riaffermando la loro appartenenza. Si sente molto l’impronta culturale della zona geografica che li ha partoriti… Huston, Texas
In apertura Crazy Man: gli accordi scorrono veloci sul manico della chitarra, impastati magistralmente dal continuo, incessante, fantastico lavoro della Band che mastica, sputa e avviluppa, lasciando sprigionare nell’aria la profonda e suggestiva voce del cantante. I Need A Woman: un blues che sale dalla struggente armonica. Il terzo è una sorpresa: una bellissima cover dei Rolling Stones: Gimme shelter… poi Country Boy e Proposition chiudono coerentemente la prima facciata. Il lato B è semplicemente la Summa di questa fantastica Band che mi ero miseramente persa. Dopo una inaspettata – ma ormai da loro m’aspetto l’insperabile – e rimarchevole Situation arriva Dead Man, il pezzo che dà titolo all’album e lo chiude da farti pensare che va rimesso di nuovo sul piatto senza soluzione di continuità. Una fantastica cavalcata di una ventina di minuti, come a chiudere il cerchio di una partitura a dir poco superiore, un lungo fluire di pura psichedelia, costruito su un torrente di note acid rock, con precisi e superlativi inserti lisergici che amalgamano il tutto.
La lezione hard blues anglosassone viene in qualche modo ripresa dalla Band, e rivoltata come un calzino: i fraseggi che possono essere figli del suono dei Led Zeppelin, e alcune costruzioni musicali molto vicine ai Black Sabbath, sono in realtà una rivisitazione in chiave Americana del suono che aveva attraversato l’oceano, creando una sinfonia che rimane stagliata nell’orizzonte della Musica immortale. Il disco è una vera e propria Pietra Miliare di quella che venne poi universalmente conosciuta come Acid Psychedelic Era. La sofferta cavalcata psichedelica di Dead Man è il congiungimento con il suono californiano, qui reso più duro dalla spietata realtà Texana: se da una parte impera il “Flower Power”, qu
i siamo ancora in presenza di quel West ruvido e selvaggio che caratterizza quella parte degli States. Siamo in presenza di un Album epocale, che si rispecchia nel momento culturale e musicale degli Stati Uniti che, al  pari di Happy Trails” (1969) dei Quicksilver Messenger Service, ci regala una delle testimonianze più vive e autentiche della stagione post Summer of Love”Non stupisce, visto lo splendido viaggio che i Josefus mi hanno regalato, che il disco fu registrato in sole otto ore… tutto “buona la prima” evidentemente. La Band si scioglie già nel 1970, forse proprio a causa della loro splendida musica che probabilmente risultava troppo – splendidamente – sbilanciata in avanti per il grande pubblico.

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3 pensieri riguardo “Josefus: “Dead Man” (1970) – di Erica Burdon

  • 26 Agosto, 2015 in 9:13 pm
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    Un grande album, un “sacro Graal” per ogni collezionista. Band sbilanciata, a volte caotica, fuori tempo ma oggi assolutamente un culto.

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    • 26 Agosto, 2015 in 9:22 pm
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      sbilanciata sì… a sentirla oggi splendidamente infatti… grazie Scimmia… dalla Redazione.

      Risposta
  • 27 Agosto, 2015 in 5:22 am
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    Hai ragione Evil,
    quello che all’epoca poteva essere etichettato come caotico, ne fa oggi un Cult assoluto.
    Un disco a prescindere, che tutti dovrebbero ascoltare.

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