Dead Kennedys: “Too Drunk To Fuck” (1980) – di Lorenzo Scala

2002, un lunedì di novembre, ore sette del mattino. I finestrini dei treni interregionali si possono abbassare, si può mettere la testa fuori e prendere il vento in piena faccia. Quando un treno sfreccia nella direzione  opposta è un brivido rimanere lì, con la testa di fuori a vederselo venire incontro. Nella zona tra un vagone e l’altro gruppi di preadolescenti ammassati si passano qualche canna cercando di sbuffare il fumo di fuori. Sono seduto tra due pendolari, una signora sciatta sui quaranta e un trentenne vestito di tutto punto. Nelle cuffiette Jello Biafra, cantante dei Dead Kennedys sta urlando: “Sono troppo ubriaco, troppo ubriaco per scopare” (Too drunk to fuck). Quando il treno si ferma e le porte si aprono scendo trasportato dal flusso di corpi. Raggiungo la mia panchina preferita e guardo la folla andare incontro al quotidiano. Apro il mio zaino e prendo il diario,  butto un occhio al mio orario e lo richiudo. Il cielo ha il colore del catarro. Prendo il tabacco e lo mischio con un fumo dal sapore tremendo. Carlo, un mio compagno di scuola esce dal bar della stazione, è pallido e, nel venirmi incontro, abbozza un sorriso forzato. Porta sempre un cappello in testa perché ha il cranio mezzo ustionato, non ha mai voluto raccontare del suo incidente. Rimaniamo seduti a passarci la canna e a parlare di niente. Martedì mattina. Sul treno, seduta accanto a me c’è Caterina che mi dice: “stai sempre in disparte, che cazzo! Ti comporti come il rampollo di una famiglia nobile che non vuole mischiarsi con la plebe”, le sorrido e le rispondo: “io un nobile? Questa mi mancava”. Quando scendiamo dal treno rimane qualche minuto a parlare con me mentre la stazione si svuota. Gli occhi di Caterina hanno il colore del mogano, i suoi denti sono perfetti, è magrolina e i seni sono grandi come due noccioli d’albicocca. Quando mi fissa sembra volermi fare l’autopsia ai pensieri, prima di andarsene si lascia baciare la guancia. Prendo una birra al solito bar e mi accovaccio sulla mia panchina, metto le cuffiette e spingo playJello Biafra comincia a urlare: “Il grande fratello si avvicina su un cavallo bianco, gli hippy non torneranno” (California Über Alles). Ascolto un paio di canzoni, scrivo qualche riga su un taccuino, leggo qualche poesia di Rimbaud. I minuti che scorrono sono il mio personale parco giochi, un parco dove non succede mai niente e questo mi fa stare bene. Non saprei cos’altro fare, la quiete degli spazi degradati e semivuoti mantiene i miei battiti regolari. Le persone prese a dosi massicce mi mandano in tachicardia. Mercoledì mattina. Prima di salire sul treno Carlo mi vomita su un anfibio. Decido che forse è il caso di prendere il treno successivo, rimango a fargli compagnia e gli compro una bottiglietta d’acqua. Dopo qualche minuto di svarioni Carlo mi sorride e mi dice: “scusa se ti ho quasi vomitato addosso, ti voglio bene anche se ti vesti di merda”. Io mi guardo perplesso: chiodo, camicia a quadri rossi e neri, jeans neri striati di varechina, anfibi. “Carlo non capisco proprio queste tue allusioni” dico stizzito mentre mi pettino la cresta. Giovedì mattina. Sul treno mi passano una canna d’erba buona e mi vengono le paranoie, alla stazione un paio di birre mi rimettono in sesto. Carlo e Caterina parlano tra loro sghignazzando e poi Carlo mi guarda e dice: “Stamattina Caterina non entra a scuola! Che dici ti schiodi da questa stazione e ce ne andiamo al parco?”. Così ci ritroviamo tutti e tre sdraiati sotto un albero. Caterina si volta verso di me e mi bacia. Un bacio piccolo, affettuoso e umido, poi si volta e bacia Carlo: “voi due siete proprio dei derelitti umani“, cinguetta allegra. Mi alzo di scatto e gioco a fare il bullo: “hey bambina, attenta a come parli, sotto questo ruvido petto addobbato di borchie c’è un cuore che batte!”. La sua risata è musica sinfonica suonata da musicisti ubriachi d’euforia. Quando ci salutiamo mi sento triste, così mi pompo i Dead Kennedys nei timpani. Venerdì scendo dal treno e mi dico: “vaffanculo io oggi vado a scuola!”. Un piede dopo l’altro e mi ritrovo fuori dalla stazione. Faccio cento metri e un gruppetto di fascistelli comincia a spintonarmi, faccio il duro ma non mi si addice, sta di fatto che li mando a cagare. Loro mi prendono e mi fanno letteralmente volare. Presi dall’impeto della situazione non hanno fatto bene i calcoli, infatti atterro sopra un motorino fracassandolo al suolo. Uno di loro comincia a sbraitare: “Quello era il mio motorino, me l’hai distrutto!!!”. Persino mentre scappavo non riuscivo a smettere di ridere.

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