Dead Cat in A Bag: “Sad Dolls and Furious Flowers” (2018) – di Francesco Picca

Ho scovato Luca Swanz Andriolo sui social; anzi, forse è più corretto dire che il social per antonomasia ha scovato noi, ciascuno infilato nella propria “bag” di amicizie, di passioni artistiche, di cultura musicale. Mr. Zuckemberg ci ha scovati, stanati e conciliati, mi pare di ricordare, tra i commenti di un post del Maestro Gianni Maroccolo, formidabile catalizzatore di anime musicanti e di storie sonore. Da subito mi hanno colpito la franchezza di Luca, il suo rapporto carnale con la musica e un approccio insolitamente modesto all’arte in generale. La curiosità ha fatto il resto e mi ha portato a scandagliare il suo profilo personale impattando la musica dei Dead Cat in A Bag. Piacevole, piacevolissima scoperta. Doverosa l’ammissione di non saperne mai abbastanza, di non profondere tutti i necessari sforzi per tenere d’occhio in modo efficace un panorama musicale, quello italiano, fortunatamente ricco di novità, di progetti, di sperimentazioni. Per diversi anni Luca è uscito al mattino presto per recarsi a scuola, a Milano; ad attenderlo alcune classi di piccoli smanettoni 4.0. L’insegnamento di pianoforte e chitarra è stata una missione ardua, ma anche una occasione giornaliera meravigliosa e non barattabile. Il fisarmonicista Scardanelli, invece, si cimenta quotidianamente con gli alunni di un istituto professionale. Il violinista Andrè Bertola, sempre in qualità di docente, con le tecniche di ripresa allo I.E.D. di Torino. La sera si ritrovano nella loro saletta al Mulino, la culla della loro arte. Il tragitto verso il vecchio mulino industriale è per Luca un momento di riflessione, di raccoglimento: “Si risveglia la parte di me che ha lavorato con la fotografia e mi ripeto che un giorno fermerò l’auto e fotograferò quel maggiolino Fiat rovesciato e ricoperto di rampicanti che incontriamo lungo la strada, come fosse un rudere, una pietra tombale”. Sarebbe facile e molto poco originale definire la musica dei Dead cat in A Bag, ricondurla alla sonorità rauca di Tom Waits o al gothic rock di Nick Cave. I richiami ci sono, l’impronta formativa traspare: ma c’è anche qualcosa in più e di diverso. L’esercizio da fare, piuttosto che provare a connotarli, è quello di ascoltarli prendendosi il giusto tempo. L’ideale sarebbe respirarli in dimensione live, riempirsi i polmoni di quell’atmosfera carica di tensione e di sofisticata ricerca artistica. Luca, come molti musicisti, ha iniziato collaborando con diverse band. Un giorno, insieme a Roberto Abis (co-fondatore della band), carica su MySpace il materiale registrato in casa. Tanta curiosità e nessuna particolare aspettativa. Intanto Luca continua a scrivere colonne sonore per il teatro e ad eseguirle come musicista in scena. La prima chiamata arriva da una booking, la Cottonfioc, che li mette in contatto con l’etichetta Viceversa. Nasce così nel 2011 l’album “Lost Bags” (Viceversa Records/Halidon) che vede la partecipazione di Liam McKahey (CousteauX), di Massimo Ferrarotto (Feldman, Cesare Basile) e di Ivan Bert (Dark Magus Orchestra). La presentazione avviene su Radio Due, in diretta radiofonica nazionale dal palco del Salone del Libro di Torino. La promozione del disco si articola tra concerti propri e le aperture dei concerti di Hugo Race, Bonnie Prince Billy, DadHorse Experience, Fatalists, oltre che in numerosi festivals come Collisioni e Strade Blu. Con il secondo lavoro, “Late for a Song” (Viceversa/Audioglobe, 2014), il suono si evolve. Luca ci spiega come: “E’ inevitabile che il primo disco includa una serie di omaggi a ciò che si è ascoltato negli anni; è stato realizzato con ciò che contiene una vecchia valigia ritrovata. Con quel materiale Marcello Caudullo ha prodotto un lavoro con un suono per noi irripetibile. Il secondo disco mi piace definirlo una giostra di fiori secchi e di ruote dentate. Ha un taglio più personale, al tempo stesso basico e sontuoso. Abbiamo utilizzato ogni fonte sonora possibile, allargando a nove elementi la formazione per i live”. Gli ospiti sono Fabrizio Rat Ferrero (La Machina), Simone Arloiro, Valerio Corzani (MauMau, Interiors), Enrico Farnedi (Goodfellas), Vito Miccolis. La presentazione dell’album è stata trasmessa in diretta live su Radio Svizzera Italiana e numerose classifiche lo hanno inserito tra i migliori dischi dell’anno, sia italiani che esteri. Il terzo album, SadDolls And FuriousFlowers”, uscito nel 2018 per la Gustaff Records, esalta la vena sperimentale, toccando le sponde della jazz ballad e dell’etno-folk, senza disdegnare l’innesto dell’elettronica. L’inclinazione nomade e cantautorale produce testi in inglese, in francese e in spagnolo. I collaboratori sono Mattia Barbieri (MauMau, Richard Galliano), Thomas Guiducci, Elia Lasorsa (Accordi Disaccordi), Stefano Risso (Edna, Lalli, Barbermouse), Luca Biggio (MultiKultiOrkestra) e Carlo Barbagallo (co-produttore). Le canzoni sono state selezionate per trasmissioni su Rai Due, su Rai Tre e per la programmazione musicale della linea metropolitana torinese; la presentazione dal vivo è stata curata e trasmessa da Radio Popolare; il tour promozionale ha toccato anche la Polonia con un buon numero di sold out. Di questo lavoro Luca esplicita le matrici e i tratti peculiari: “E’ un disco diverso dai precedenti: più corale, più ricco e anche meglio definito. Ci siamo spinti verso sperimentazioni come l’industrial dub-step che accompagna un luciferino etno-folk, il klezmer che confina con il bluegrass, la porch song banjoistica che diventa folk apocalittico, il cantautorato intimista che si tinge di jazz orchestrale. E adesso siamo pronti per tornare ad esplorare la forma canzone tradizionale”. Il disco è ben rappresentato dal brano minore Mexican Skeletons, una ballad folk-rock al confine con il tex-mex che parla dell’ansia del primo mattino e del fatto che “quando non sei spaventato a morte / alla fine è anche divertente”; il pezzo si conclude con una citazione di Jorge Luis Borges mentre la musica diventa una festa messicana. Il brano cardine è Not a promise, quattro frasi e un assolo di filicorno. Thirsty, invece, ne rappresenta il contraltare in salsa rock maudit; forti richiami ai primi Bad Seeds, suonata con un armamentario in stile Bregovich e un pizzico di Pogues. E’ una bar-song che però abbandona il compiacimento nottambulo per approdare a una nostalgia perduta, mentre la birra assume un cattivo gusto e la sete non si placa: “Serve un giorno d’estate per salvarmi / serve qualcosa di più”. La poetica di Luca spiega al meglio lo spirito dell’album: “In questo terzo lavoro i fiori sono vivi e furiosi; ci sono fantasmi del passato e del presente, ma anche ombre e luci del futuro. Si parla di speranza e di paura, delle crisi di panico, del rimosso che torna a galla, delle illusioni necessarie e delle promesse che finiamo per farci pur sapendo che non si può promettere nulla. Non è un diario, ma gran parte della mia vita finisce nei testi. Canto l’amore, la morte, il tempo che passa, la bellezza”.

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