De Gregori Canta Bob Dylan – di Maurizio Garatti

Era l’estate del 1973 quando la mia strada di musicofilo, già da allora avido collezionista, incrociò quella di Francesco De Gregori. Ricordo la radio nella mia casa in Val Seriana, che trasmetteva le note di Alice, brano di apertura dell’album Alice non lo sa (presentata infaustamente al Disco per l’Estate e classificatasi 54esima, ossia ultima). Una canzone che mi colpì immediatamente, e che ho amato molto.
Da allora seguo attentamente la carriera di Francesco, tra alti, molti, e bassi, davvero pochi, riconoscendogli una coerenza assai rara tra i suoi colleghi; e oggi, a distanza di 43 anni ecco il disco che ho atteso per molto tempo; da quando iniziai a seguirlo anche nei Live Act, così vicini alla filosofia musicale del Menestrello di Duluth.
Francesco De Gregori canta Bob Dylan è un disco polivalente, che ci mostra il meglio dell’artista romano, impegnato in una rilettura di alcune cose del songbook dylaniano, interessante e unica, fatta con rispetto e senza alcun tipo di accondiscendenza. I testi vengono tradotti in modo coerente, e la proposta musicale si rifà ovviamente a quella originale, senza tuttavia esserne schiava. Il risultato è un disco molto personale, che deve essere inteso come un album proprio e non come un semplice tributo.
La scaletta del disco parla da sé. Accanto a canzoni note, troviamo cose che i più possono considerare secondarie, ma che in realtà disegnano un percorso musicale che si dipana nel tempo, partendo dal 1965 e arrivando al 2001.
Ecco la track list del disco, e la provenienza delle varie canzoni:
1. Un Angioletto Come Te – Sweetheart Like You (Infidelis 1983)
2. Servire Qualcuno – Gotta Serve Somebody (Slow Train Coming 1979)
3. Non Dirle Che Non è così – If You See Her Say Hello (Blood On The Tracks 1975)
4. Via Della Povertà – Desolation Row (Highway 61 Revisited 1965)
5. Come Il Giorno – I Shall Be Released (composto da Bob Dylan nel 1967 e uscito
su Music from Big Pink (1968), di The Band)

6. Mondo Politico  Political World (Oh Mercy 1989)
7. Non è Buio Ancora – Not Dark Yet (Time Out Of Mind 1997)
8. Acido Seminterrato – Subterranean Homesick Blues (Bringing It All Back Home 1965)
9. Una Serie Di Sogni – Series Of Dreams (incisa per Oh Mercy, ma non inclusa nel disco 1989)
10. Tweedle Dum & Tweedle Dee – Tweedle Dee Tweedle Dum (Love And Theft 2001)
11. Dignity (anch’essa proveniente dalle session di Oh Mercy, ma pubblicata solo nel disco
Unplugged del 1995).

Come si può notare, si tratta di una serie di brani lontani dal classico percorso tipico di un album tributo;
e neppure si tratta di snobismo o peggio di piaggeria. La scelta appare logica, al di là del semplice gusto personale, in quanto crea un ascolto omogeneo e autoctono. 
Un disco di De Gregori appunto. In tutto e per tutto.
La musica parla da sé: basta ascoltare la bella e introduttiva Un Angioletto Come Te, per entrare subito nello spirito dell’opera. Anche la seguente Servire Qualcuno è davvero bella ed efficace, con i cori che grondano Gospel in continuazione. Ottima anche Via Della Povertà, già tradotta assieme a Fabrizio De Andre nel 1974 e pubblicata sull’album Canzoni.
Citare ogni singola canzone è inutile: il mio consiglio è di ascoltare attentamente il disco nella sua totalità, lasciandosi trasportare nell’universo di De Gregori, che poi in fondo è l’universo che ciascuno di noi porta dentro di sé.

© RIPRODUZIONE RISERVATA 

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3 pensieri riguardo “De Gregori Canta Bob Dylan – di Maurizio Garatti

  • Novembre 17, 2015 in 10:57 pm
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    Un poeta. Amo quest’artista. Divertente premessa: Alice che arriva ultima al disco per l’estate a riprova della coerenza di Francesco mai propenso alle canzonette, al contrario di Venditti che pure aveva inziato un percorso da cantautore impegnato condividendo con lui un album…

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  • Luglio 2, 2016 in 8:09 pm
    Permalink

    Da “dylaniato” ultratrentennale lo ritengo un lavoro sicuramente onesto che tuttavia conserva il difetto di tutto il cantautorato all’italiana, vale a dire tanta attenzione ai testi e poca alla musica.
    De Gregori ha fatto un lavoro eccellente di traduzione e adattamento, rigoroso soprattutto nel mantenere il “senso” complessivo di ogni brano.
    Unica pecca: la versione di Subterranean Homesick Blues. Tremenda, scolastica, oserei dire puerile. E considerato il buon livello del disco, la cosa mi sorprende non poco.
    Condivido appieno: è più un disco di De Gregori che di cover di Dylan.

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