De De Lind: “Io non so da dove vengo…” (1973) – di Capitan Delirio

Uomo: suono di due sillabe vibranti, come se fossero una soltanto, nel mormorio della cassa toracica che emette il respiro, irrimediabilmente legato alla Terra, con un sofferto anelito di legarsi al Cielo. In eterno precario equilibrio tra un’illusoria esistenza e un’esistenza reale. Non ci sono certezze, soltanto domande. Ricki Rebajoli percuote la pelle del tamburo cadenzando un ritmo ossessivo, è l’apertura di “Io non so da dove vengo e non so dove mai andrò. Uomo è il nome che mi han dato” (Mercury 1973), è il battito ansioso del cuore della Terra.
Gilberto Trama suona il flauto a simulare il soffio del caos primordiale che come una tempesta si abbatte sulla terra e genera la vita. Matteo Vitolli fa stridere le corde della sua chitarra elettrica in un lamento simile a un lungo vagito di neonato. Questo prendere forma umana, questa illusione di vita, assomiglia terribilmente alla morte (Fuga e morte). Non ci sono risposte, soltanto un nugolo di ronzanti domande. Si può soltanto sbracciare per non affogare, per orientarsi in questa memoria che galleggia come una nebbia ancestrale, da cui affiorano ricordi appartenenti a chissà quali insondabili tempi. Nel susseguirsi dei giorni i vagiti si dispiegano, assumono forme di suoni comprensibili, s’intrecciano in parole e frasi a formare i testi di Vito Paradiso, con il basso di Eddy Lorigiola a sottolineare i silenzi e poi a romperli (Indietro nel tempo). Il desiderio di condividere, dell’uomo, nell’uomo, genera il pensiero sociale. Il nucleo da piccolo si espande, a coppia, famiglia, comunità, tribù, per riprodursi, per affrontare l’illusione dell’esistenza che comporta un certo grado di paura (Paura del niente). Per non soccombere sotto le troppe domande senza risposte, l’insieme delle comuni propensioni spirituali, il poter, o saper, riconoscere le umane imperfezioni al cospetto della Perfezione, si riunisce in religioni (Smarrimento).
Prima associarsi per poi dissociarsi. Quando il nucleo diventa branco, quando un pezzetto di terra diventa nazione, patria. A difesa delle proprie ragioni o per attaccare quelle altrui, a difesa della propria religione o territorio, il simile vuole prevalere sul proprio simile. Divergenze di opinioni, ideali al di sopra del valore umano, interessi economici: lo scontro si trasforma in lotta, in guerra. I morti sul campo di battaglia sono sempre fratelli e alla fine della fiera non si capisce mai la reale motivazione di tale accanimento (Cimitero di guerra). Se proprio si volesse vedere in fondo al significato della parola Uomo, nel senso di essere umano, essere evoluto in grado di sviluppare concetti elaborati e poi esprimerli, attraverso l’arte, l’amore, questa illusione di esistenza potrebbe essere una bella esistenza (Voglia di rivivere). Poi… (E poi) le illusioni si fanno più forti grazie alla filosofia che, con giochi di prestigio, ci fornisce le chiavi delle risposte alle angoscianti domande che rimangono tali, solo più dolci.
Il dilemma rimane sempre lo stesso: “Io non so da dove vengo e non so dove mai andrò…” Il dilemma che chiude il disco. Il dilemma che dà il titolo all’album. “Io non so da dove vengo e non so dove mai andrò. Uomo è il nome che mi han dato.” viene pubblicato nel 1973 ed è una gemma preziosa che si va ad incastonare nella scintillante costellazione del Rock progressivo italiano che può vantare la presenza di altre eccezionali formazioni nello stesso periodo. Negli anni settanta i protagonisti della scena Rock, dopo aver sperimentato Hard e psichedelia, sentono l’esigenza di esplorare nuove sonorità; molto velocemente nascono filoni come quello dell’Heavy metal e, immediatamente a seguire, del Progressive Rock, che risponde all’istanza di avvicinarsi alla musica colta come quella classica. Gli arrangiamenti si fanno più complessi, articolati, mettono in evidenza il valore tecnico di ogni strumento. I brani seguono una dinamica come quella delle suite sinfoniche e sono uniti da un filo conduttore che ne fa un’unica suite, che prende il nome di concept. Si registra un’apertura a contaminazioni verso sonorità Jazz o appartamenti alle tradizioni folcloriche.
I testi si inoltrano in trame più impegnate, assomigliando sempre di più a vere e proprie poesie. Con questo disco, il quintetto milanese dei De De Lind si manifesta nel panorama del rock prog italiano come una Venere che emerge dai flutti, come una coniglietta (e modella americana da cui prendono il nome) che emerge dalle pagine di Playboy. Come una “Grande Madre” intona il suo canto per ammaliare il suo figlio prediletto, con l’intento di mettere in musica il racconto dell’esperienza umana sulla Terra. Ci riescono sensibilmente grazie all’uso congeniale delle alternanze, tra pacifiche melodie e ritmi incalzanti, assalti di chitarra elettrica e assoli di flauto traverso che, grazie alle sue linee armoniche, fornisce il filo conduttore tra un movimento e l’altro. Largo spazio è lasciato alla tecnica musicale degli strumentisti, in cui si inseriscono con perfetto ingranaggio le brevi frasi poetiche del cantante e i giochi di pause e silenzi. L’eccezionale resa artistica del disco non corrisponde, però, ad una resa commerciale, forse per problemi legati alla distribuzione, o forse perché incompreso dal grande pubblico, condizione che determina lo scioglimento della Band. Per problemi legati a numeri e vendite ai De De Lind è stata concessa un’unica manifestazione artistica, ma la storia racconta, invece, che il loro progetto è uno dei migliori in assoluto di quel periodo storico. Alla lunga… un successo.

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