De Android: “De Android” (2019) – di Alessandro Freschi

Lo avevamo lasciato esattamente due anni fa alle prese con la sua opera prima solistica (“Il Cerchio Medianico”), intento a raccontarci di bizzarre anime vaganti e visionari viaggi post-mortem. Il tutto in salsa “prop”, inverosimile e fantasioso termine coniato deliberatamente ad individuare la commistione tra levità pop e stilemi prog. Tastierista e compositore de La Coscienza di Zeno, in tandem con Fabio Zuffanti ne La Curva di Lesmo, apprezzato fonico tv-cinematografico, Stefano Agnini tende a nascondersi dietro a mille identità, tutte in continuo movimento, affidando alla nuda e cruda sperimentazione il suo variegato percorso artistico. L’abilità nell’approccio simultaneo tanto alle arti musicali che a quelle visive, la maniacale ricerca del particolare, il ricorso a tecnologie e strumentazioni d’epoca, gli consentano di allestire dei veri e propri “time travels” con destinazioni spesso inusuali.
Il suo nuovo progetto, “De Android” (M.P. & Records 2019), rappresenta una di queste caleidoscopiche mete anomale, risultando ben lontano dalle primordiali austere velleità stilistiche. Un balzo a ritroso negli orditi sintetici di inizio anni ottanta, tra freddi samplings e palpitanti drum machines, in bilico tra melodiosa spensieratezza italo-disco e l’artefatto e solenne dream pop di stampo internazionale. Al fianco del musicista genovese, per l’occasione, trova posto Siren Z (all’anagrafe Serena Zanardi, scultrice ed insegnante di discipline plastiche), aggraziata presenza dalla versatile estensione vocale che, nel corso delle sue evoluzioni, lambisce registri da soprano leggero (inevitabile apparirà durante l’ascolto un accostamento ad Antonella Ruggero). In tutto, “De Android” custodisce dodici tracce di buona fattura, con liriche sagacemente semplici. Scorrendo la scaletta si rivelano nodi cruciali del lavoro il singolo apri-pista Shabibida, Maniaco Sperimentale (con la presenza di Luca Pagnotta), Vacanze in Val Trebbia e l’epilogo in lingua inglese The Rising Fall, ammaliante rievocazione di quell’ethereal wave tanto caro a Elisabeth Fraser. Agnini dimostra di sapersi districare con assoluta confidenza in questa inedita dimensione sonora, confermando di possedere un background tale da addentrarsi, senza sforzo né incertezze, in territori inesplorati. Certi che la prossima maschera risulterà inesorabilmente diversa,  per il momento non resta che ammirarlo in questa inconsueta e convincente performance. Elettronico o sinfonico, si conferma sempre un gran bel sentire.   

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