David Van Reybrouck: “Contro le elezioni” (2013) – di Ignazio Gulotta

Quando non molto tempo fa in un’intervista a “La Verità” Davide Casaleggio parlò “dell’inevitabile superamento della democrazia rappresentativa” e di un Parlamento “che tra qualche lustro è possibile non sarà più necessario nemmeno in questa forma”, le reazioni furono al solito scomposte e irrazionali, vagheggiando ritorni alla dittatura o all’ormai immancabile fascismo. Eppure i temi posti dal presidente dell’associazione Rousseau erano tutt’altro che banali anzi, andavano al cuore dei problemi che affliggono i sistemi democratici del terzo millennio, sarebbe stato utile invece discutere e porsi domande, anziché lanciare alti lai, a meno che non si consideri quello democratico un totem da venerare invece che una creazione della storia umana e come tale, non solo perfettibile, ma anche destinato a mutare e magari rinascere sotto altre spoglie. Giunge quindi a proposito la lettura del bel saggio dello studioso belga David Van Reybrouck Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico” (Feltrinelli 2015, dopo la prima pubblicazione in inglese “Against Elections: The Case for Democracy” per The Bodley Head London 2013), utilissimo per affrontare e discutere della crisi dei sistemi democratici e delle possibili alternative che ridiano al popolo un reale potere decisionale. Il punto di partenza dell’analisi di Van Reybrouck è la crisi che la democrazia rappresentativa sta vivendo, sia sul piano della legittimità (sempre meno partecipazione alle elezioni, incostanza e infedeltà dell’elettore, scarsa adesione ai partiti politici) che dell’efficienza (difficoltà nella formazione dei governi, ostilità crescente verso i partiti al governo, sempre minore capacità di agire). Quali i possibili rimedi? L’autore respinge le soluzioni più in voga: “il populismo è pericoloso per la minoranza, la tecnocrazia è pericolosa per la maggioranza e l’antiparlamentarismo è pericoloso per la libertà.”. Ma se il meccanismo rappresentativo immaginato dai padri rivoluzionari americani e francesi alla fine del Settecento oggi non funziona, riducendo sempre più la democrazia al solo atto del votare, eliminando nei fatti quei processi di mediazione fra società civile e istituzioni che l’avevano sostenuto nel corso del secolo scorso, occorre trovare delle strade nuove che ridiano al popolo un reale potere decisionale. Quindi il lavoro di Van Reybrouck non si limita a diagnosticare lo stato comatoso dei sistemi democratici contemporanei, ma va ben più a fondo nel ricercarne le cause, sposando per esempio le tesi del politologo francese Barnard Manin che nel 1995 scriveva “I governi democratici contemporanei si sono evoluti a partire da un sistema politico che era concepito dai suoi fondatori come opposto alla democrazia”. Non è difficile capire come un’affermazione del genere capovolga completamente la storiografia sulla rivoluzione francese e americana, la scelta della democrazia rappresentativa non sarebbe quindi stata fatta per dare voce al popolo, ma al contrario per escluderlo dalle decisioni e garantire invece il potere a una élite privilegiata. Questa esclusione è avvenuta tralasciando il meccanismo del sorteggio, al quale lo studioso dedica un veloce excursus storico analizzandone il funzionamento ad Atene e nelle repubbliche veneziane e fiorentine, e ritrova sia nel pensiero di Montesquieu che in quello di Rousseau, due autori che ritengono il sorteggio come uno strumento più democratico rispetto alle elezioni. In queste pagine molto intense lo studioso cambia completamente il giudizio diffuso sulla Rivoluzione francese che “ha cacciato un’aristocrazia ereditaria per sostituirla con un’aristocrazia liberamente scelta”Insomma, il male oscuro della democrazia sta nell’aver abbandonato, tranne che per le giurie popolari, il sistema del sorteggio, favorendo così una democrazia che separa rigorosamente i governanti competenti dai governati incompetenti. Tante volte in questi ultimi tempi abbiamo sentito pronunciare dalle élite l’accusa di incompetenza contro chi non si allinea al pensiero dominante. L’ultima parte del saggio è dedicata al dibattito fra i politologi sui possibili strumenti per rendere il sistema democratico un luogo in cui il popolo abbia davvero potere deliberativo… e qui fa una certa impressione notare come rispetto al mondo anglosassone questo dibattito sia ben poco presente nel nostro paese (con l’eccezione soprattutto del compianto Stefano Rodotà), dove soltanto sfiorare l’argomento rischia di suscitare reazioni davvero fuori luogo. Al contrario Van Reybrouck, come rimedio ai mali della democrazia perora decisamente l’opzione sorteggio, descrive i casi in cui questo sistema è stato di recente sperimentato (Islanda, Irlanda, Canada, Olanda), ne analizza i risultati, si confronta con altri studiosi che hanno affrontato il problema. La sua proposta è quella di una democrazia birappresentativa, con due camere, una elettiva e l’altra sorteggiata, come primo passo per ridare il potere decisionale al popolo, visto non più come un gregge da guidare, ma come cittadini responsabili e dotati di buon senso: I politici farebbero bene a guardare attraverso il filo spinato, ad avere fiducia nel cittadino, a prendere sul serio le sue emozioni e ad apprezzare la sua esperienza. Bisogna invitarlo. Dargli il potere. E perché questo rimanga un processo equo: sorteggiarlo. Non è qui la sede per illustrare le risposte dell’autore alle principali obiezioni che vengono rivolte al sistema del sorteggio, la questione rimane aperta e, piano piano, si fa timidamente strada anche da noi (recentemente alcuni magistrati hanno proposto il sorteggio per la designazione del vicepresidente del CSM). Il saggio in questione è un libro che mette in primo piano con chiarezza e lucidità e con una prosa molto lineare che tiene conto del carattere divulgativo del testo, alcune questioni cruciali per la politica del nostro tempo: si potrà dissentire ma non ci si potrà limitare al lancio di anatemi.

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